Ammira Evola e sostiene Trump: viaggio nell’estrema destra americana

di Giuseppe Chiodi
26 Novembre 2016

I giovani sono con Hillary Clinton. È questo il messaggio che i Media ripetono ora, a campagna finita, come nei lunghi mesi di propaganda elettorale. Ma non è così semplice: secondo gli exit-poll, i Millennial (così vengono chiamati i giovani che vanno dai 18 ai 29 anni) che hanno votato la Clinton sarebbero diminuiti rispetto a quelli che votarono Obama nel 2012. Parliamo del 55% contro il 60%, con una fetta dichiaratamente contraria alla candidata democratica ma costretta a votarla per fermare Trump. Il candidato più amato dal target in questione, in questa tornata elettorale, sembra essere stato invece Bernie Sanders, con 1,542,000 voti alle primarie contro i 625,000 della Clinton.

E Trump? Il Presidente ha mantenuto il 37% dei voti, come avvenuto nel 2012. Ma da chi è composta questa massa di persone, disposte a votare un uomo tanto inviso ai Media e alle altre forze politiche? Conosciamo i suoi elettori più maturi, i lavoratori dell’America profonda, quelli poveri e ignoranti per la stampa, ma non sappiamo nulla dei “giovani rampolli” di casa Trump. Al contrario, i Millennial pro-Clinton sono ben conosciuti: laureandi e laureati, membri dei circoli universitari; progressisti e liberal di ogni genere; afroamericani, ispanici eccetera.

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Insomma, e Trump? Eccetto un pugno di bastian contrari ed estremisti, riesce difficile spiegare come sia riuscito a coinvolgere un numero così elevato di ragazzi, quando tutto ciò che costituisce la contemporaneità e muove la gioventù di oggi va nella direzione opposta. Idoli, Media, moda; da loro come da noi, il mantra è costante: bisogna accogliere, accettare, rispettare, non dire e non fare. Siamo costretti a essere “umani”. L’unica umanità possibile, la loro.

Un aspetto che accomuna tutti gli elettori di Trump è il rifiuto di questa dialettica. È stato stimato che, negli U.S.A, circa il 6% dell’intera popolazione crede ai Media.

Da qui parte la storia del movimento di destra alternativa, o alt-right movement. Una realtà vastissima, acefala e dalle mille anime, ma talmente potente da orientare la campagna dello stesso Donald Trump. Un movimento nato sul web, sulle board più frequentate (4chan, 8chan, Reddit ecc.) e cresciuto in seno al cosiddetto GamerGate, scandalo nel mondo dei videogiochi che ha visto la collusione tra giornalisti videoludici, sviluppatori e una certa agenda politica.

Nel movimento si trovano i conservatori opposti all’ideologia neoconservatrice: sostenitori della New Right, libertariani di Ron Paul, paleoconservatori di Pat Buchanan, nazionalisti e così via, tutti fieramente anti-globalisti, isolazionisti, tradizionalisti e nemici del politicamente corretto.

«Spero che la destra alternativa attragga i ‘giovani’ conservatori e libertariani più brillanti e li apra a orizzonti intellettuali molto più vasti, incluso il race realism, il nazionalismo bianco, la nuova destra europea, la rivoluzione conservatrice, il tradizionalismo, il neo-paganesimo, il ruralismo, la Terza Via, l’anti-femminismo, e l’anti-capitalismo, l’ecologismo, il bio-regionalismo, il “Piccolo è bello” (libro dell’economista Schumacher) di destra».

Così scrive Greg Johnson del lancio del movimento, nel 2010, da parte di Richard Spencer, presidente del National Policy Institute (think-tank nazionalista della destra alternativa; indice conferenze nazionali tra cui, nel 2013, figura la partecipazione di Alain De Benoist). Spencer si definisce identitario, a dispetto dell’accusa che viene fatta a lui e all’intero movimento di essere un suprematista bianco.

Altra figura di spicco è Stephen Bannon, direttore della piattaforma alt-right Breitbart News, capo della campagna elettorale di Donald Trump e nominato Chief Strategist and Senior Counselor to the President. Ha recentemente invitato Marion Le Pen a lavorare insieme; invito a cui lei ha risposto affermativamente. Bannon era già un personaggio controverso per la sua appartenenza politica, e ora che è entrato a far parte dello staff di Donald Trump le polemiche sono giunte anche da noi.

Da Breitbart News emerge, a sua volta, la figura di Milo Yiannopoulos, ebreo omosessuale di origine greca e convertito al cristianesimo che si fa chiamare faggot (frocio) in nome del free speech. Milo sta rapidamente diventando una star della controcultura americana e una delle facce pop della destra alternativa. Durante la campagna elettorale, egli ha girato l’America tenendo conferenze e dibattiti anche nei fortini del pensiero unico, ovvero le università. Lì ha sfidato apertamente gli alfieri dell’ideologia dominante, ammutolendo femministe, immigrazionisti, globalisti, filo-islamici e sostenitori della Clinton. Grazie alla sua verve dialettica e alla sua sfrontatezza, condita di argomenti e termini assai sgradevoli all’opinione pubblica («Il femminismo è misandria», «I transessuali hanno una malattia mentale», ecc.), Milo ha contribuito ad allargare la presa dell’alt-right sulle masse giovanili.
E ancora:
Jared Taylor, direttore della rivista online American Renaissance.
VDare.com, piattaforma nazionalista anti-immigrazione.
James Edward e il suo programma radiofonico sudista, cattolico e suprematista, The Political Chesspool. Nella trasmissione è stato intervistato il figlio di Donald Trump, Donald J. Trump junior, e molti altri membri del Congresso in occasione della Republican National Convention.
Mike Cernovich e il suo sito Danger & Play, in cui combatte i liberal e promuove Donald Trump.
Andrew Anglin e The Daily Stormer, community online dell’ala estrema dell’alt-right, ovvero i neo-nazisti militanti che compongono il movimento. Con essi, David Duke, ex-leader del KKK.

Ma il cuore dell’alt-right e il ventre da cui è nato risiede nel suo esercito del web, formazione militante e organizzata, che opera attraverso due mezzi principali per promuovere le sue idee e aiutare la causa:

– Le meme, ovvero la propaganda di ideali politici attraverso l’inondazione dei social media, delle community e finanche dei media tradizionali, con immagini irriverenti ma significative. Queste diventano, in tal modo, virali e contribuiscono a sensibilizzare e coinvolgere le masse sul web. Esempio di ciò è Pepe The Frog, la simpatica rana verde diventata l’icona di Trump e denunciata da un articolo della Hillary Clinton’s Campaign come “simbolo associato al suprematismo bianco”.

– Gli attacchi, ovvero l’uso dei mezzi informatici per danneggiare nemici o entità invise al movimento. Esempio è la campagna web Hillary for Prison, che ha visto la collaborazione tra l’alt-right e Julian Assange, e la diffusione dei WikiLeaks con tale veemenza da costringere i Media a prenderli, spesso, in considerazione.

Ma non esiste solo l’ala militante. Grazie a questa, infatti, certi temi sono diventati di pubblico dominio e hanno raggiunto la maggioranza della popolazione americana. Parliamo, ad esempio, degli SWJ, ovvero Social Justice Warriors (guerrieri della giustizia sociale), spregiativo promulgato proprio dall’alt-right. La dizione si riferisce a quei difensori dei diritti civili che si offendono per ogni cosa, anche se non li riguarda e solo, dunque, per tornaconto personale. Altro modo per chiamarli è snowflakes, fiocchi di neve.

Il termine SWJ è diventato enormemente popolare, canalizzando in questo modo i Millennial stufi del politicamente corretto e delle ingerenze che quest’ultimo compie nel dominio della libertà di opinione, nonché nell’intrattenimento (cinema, musica, videogiochi…). Parliamo di milioni e milioni di persone.

Ora che Trump è stato eletto, i militanti dell’alt-right hanno in mente nuove battaglie. Tra queste, il sequel di #HillaryforPrison, ovvero #SorosforPrison, ritenuto colpevole (tra i tanti misfatti) di pagare e aizzare i manifestanti che protestano contro Trump.
Comunque si comporti il nuovo Presidente, l’alt-right continuerà crescere e così la sua influenza sulla società americana. Un aspetto con cui tutti dovranno fare i conti, prima o tardi.