Il sangue cristiano torna a scorrere in Egitto: le responsabilità di Al-Sisi

di Daniele Dell'Orco
12 Dicembre 2016

Egitto. Un attacco efferato non solo per i modi e i tempi, con 12 chili di tritolo fatti esplodere da remoto all’interno del complesso della cattedrale copta di San Marco nel quartiere Al Abasiya, ma anche per il valore simbolico, dacché quel sito religioso è sede del capo spirituale, papa Teodoro II, centodiciottesimo patriarca di Alessandria. Il bilancio, di almeno 25 morti e una cinquantina di feriti, è persino riduttivo rispetto al punto di svolta simbolico a cui si potrebbe assistere nelle strategie dei gruppi terroristici.

Un attentato di questa portata contro un luogo di culto cristiano non si verificava, infatti, dal 2011 quando una bomba esplose il primo dell’anno nella Chiesa dei Santi di Alessandria. Allora, il bilancio fu di 21 morti e circa 70 feriti. A fare da cornice a questa situazione c’è la tensione tra il regime del presidente Al-Sisi e la minoranza copta, una fiera e numerosa comunità che costituisce circa il 10% della popolazione egiziana.

Quest’ultima, dopo aver dapprima benedetto l’insediamento di Al-Sisi nel 2013, ora protesta contro una linea del regime ritenuta troppo morbida nel punire gli scontri settari; un esempio sono i disordini avvenuti alcuni settimane fa a Sohag quando 15 case cristiane sono state attaccate da una folla di circa 2000 persone.

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Al-Sisi, da par suo, è ancora alle prese con una crisi economica di enorme portata che sta colpendo l’Egitto, con la lira egiziana che ha subìto una svalutazione di circa il 48% e le poche risorse di valuta straniera continuano a far mancare i beni di prima necessità come zucchero e medicinali. Questo, aggiunto alla continua repressione dei diritti umani, crea un ambiente fertile per i gruppi terroristici.

Pur senza rivendicazioni di sorta, le ipotesi principali sulla matrice dell’attacco terroristico sono due:

  • Il movimento Al-Hasm (che in arabo significa “risolutezza“), che aveva già rivendicato l’attacco di venerdì scorso contro i poliziotti del governatorato di Giza e il tentato omicidio dello scorso agosto contro il gran mufti Ali Gomaa. “Non ci sarà nessuna sicurezza sino a quando noi impugneremo le armi del jihad nel nome di Dio”, aveva dichiarato in un messaggio diffuso su internet.
  • Il gruppo Liwa Al-Thawra (la brigata della rivoluzione), che lo scorso ottobre è arrivato all’attenzione della stampa egiziana rivendicando l’uccisione del Brigadier Generale Adel Ragai, uomo dell’esercito che per lungo tempo ha guidato le operazioni antiterrorismo in Sinai.

Entrambe le organizzazioni sono nell’oribta dei Fratelli Musulmani ed esprimono vicinanza a formazioni di resistenza islamista come Hamas. 

Vicinanza a Papa Tawadros II e alla sua comunità è stata espressa da Papa Bergoglio nell’Angelus: “Prego per i morti e per i feriti”, ha detto il pontefice. Una preghiera il Papa l’ha rivolta anche per “gli efferati attacchi terroristici che nelle ultime ore hanno colpito vari paesi”, in Turchia, Nigeria e Somalia. Francesco ha aggiunto che si tratta di più episodi, ma di “un’unica violenza che semina morte e distruzione. L’unica risposta – ha ribadito – è quella della fede in Dio e l’unità nei valori umani e civili”.