Perseguitati e dimenticati: la via Crucis dei cristiani in Medio Oriente

di Fabio S. P. Iacono
25 Ottobre 2016

“Padre Jacques Hamel è un martire e i martiri sono beati. Dobbiamo pregarlo perché ci aiuti dal Cielo”. Così Papa Francesco ha definito il sacerdote francese, ucciso a luglio in Normandia da due giovani terroristi islamici, durante l’omelia della messa celebrata in suffragio a Casa Santa Marta. Alla funzione hanno partecipato 80 pellegrini della diocesi di Rouen insieme al Vescovo Dominique Lebrun. Da questo terribile sacrilegio è d’obbligo chiederci qual è la condizione dei Cristiani in Medio Oriente, Asia ed Africa. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 oltre 120mila cristiani iracheni hanno abbandonato le proprie case per sfuggire alle violenze dello Stato Islamico, cacciati dalla piana di Ninive. Il Monastero di San Giorgio di Mosul è dal 2014 in mano all’Isis. Le campagne militari di Aleppo e quella relativa all’offensiva irachena su Mosul focalizzano, e non può essere altrimenti, le attenzioni e le preoccupazioni occidentali. Per quanto riguarda l’assedio di Aleppo, lì il dramma è rappresentato dai bombardamenti dell’aviazione russo-siriana, che falciano vite di civili mentre vorrebbero centrare le posizioni dei ribelli. L’Onu aveva lanciato l’allarme sui civili trasformati in ostaggi da parte dei gruppi armati che difendono accanitamente le loro posizioni nella città del nord siriano, ma in questo caso i media occidentali denunciano solo l’indisponibilità di Damasco e di Mosca a sospendere le operazioni militari. Tornando a Mosul nelle aree sotto il controllo del califfato i civili intrappolati nella sacca in questione sono stati trasformati in scudi umani. Quindi se ci saranno vittime fra i civili sarà soprattutto per colpa dei jihadisti che li hanno trattenuti sul posto per creare imbarazzo alla coalizione che ha l’obiettivo di spazzare via la provincia irachena del califfato. Quindi a Mosul a bombardare zone densamente popolate di civili è una coalizione filo-occidentale, mentre in Siria i nostri alleati dovrebbero essere i ribelli. Una sintesi dell’analisi di Padre Samir Khalil Samir, Premio internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura cattolica di Bassano del Grappa, primo cattolico di lingua araba al quale viene assegnato, è la seguente:

“Nel passato l’islam ha proceduto varie volte a una riforma dell’interpretazione, ma le cose sono cambiate nell’ultimo mezzo secolo, quando l’Arabia Saudita, grazie alle risorse economiche provenienti dalla vendita del suo petrolio, ha potuto imporre in gran parte del mondo islamico la sua interpretazione dell’islam, cioè il wahabismo. Che è il frutto della convergenza fra la teologia di Muhammad Ibn’Abd al-Wahab e gli interessi politici della famiglia Saud. È un islam che comporta precetti terribili riguardo ai non musulmani, alla condizione della donna, agli sciiti, cose che il musulmano ragionevole normalmente non accetterebbe. In Libano, continua nella sua analisi Padre Samir Khalil Samir, la situazione dei cristiani è rimasta identica a prima, mentre in Egitto le cose sono peggiorate: gli attacchi contro i cristiani copti sono aumentati, specialmente nella provincia di Minia dove i Fratelli Musulmani e altri gruppi estremisti sono forti. Basta un pretesto, come la costruzione di una casa molto grande che viene scambiata da alcuni per una chiesa, per scatenare folle inferocite contro i cristiani. Il presidente Al-Sisi fa del suo meglio per proteggere le minoranze, ma il pregiudizio verso i cristiani viene da lontano: in Egitto, per legge, un cristiano non può insegnare lingua araba nelle scuole, perché essendo l’insegnamento centrato in gran parte sulla lettura e l’analisi linguistica del Corano, si ritiene che un cristiano non sia adatto a fare questo. In un paese dove il 40 per cento della popolazione è ancora analfabeta, ci si priva di risorse umane. Ed è quasi impossibile costruire una chiesa, a causa delle leggi discriminatorie contro i cristiani”.

Intanto, violenti combattimenti sono in corso a Tal Kayf, villaggio strategico a circa dieci chilometri a nord-est di Mosul. A quanto si apprende, le formazioni peshmerga curde hanno sfondato le linee dell’Is e si apprestano a entrare nel villaggio. Al momento, l’area di combattimento è interdetta ai giornalisti. Notizie di crimini atroci arrivano, nel frattempo, dalla città di Mosul. Di fronte all’avanzata delle forze della coalizione internazionale, i jihadisti dell’Is hanno ucciso, in un’esecuzione di massa, 284 tra uomini e ragazzi. Lo riporta la Cnn, che cita una fonte dell’intelligence irachena.

Tornando alla Siria. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato di recente un’intesa per l’uso permanente della base siriana di Tartus. Ha poi aumentato il proprio dispositivo aeronavale, creando un ombrello missilistico, con il dispiegamento di nuovi missili a Kaliningrad. Ha infine cercato di aumentare la presenza di caccia con i Sukhoi, velivoli che potrebbero essere impiegati per eventuali raid contro i ribelli siriani. Tutto questo sullo sfondo di rinnovate tensioni con la Nato e con l’Europa. L’Alleanza atlantica ha comunicato che seguirà con grande attenzione gli spostamenti della task force navale russa guidata dalla Kuznetsov, la portaerei russa accompagnata dall’incrociatore Pietro il Grande e da diverse altre unità, che si appresta ad attraversare il Mediterraneo per arrivare al largo della Siria. Un dispiegamento ritenuto dalla Nato «senza precedenti» dalla fine della guerra fredda. Intanto il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di eliminare le sanzioni a Mosca per i bombardamenti ad Aleppo. A sostenere questa linea non solo l’Italia, ma anche Grecia, Cipro, Spagna, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca.