Perseguitati e dimenticati: la via Crucis dei cristiani in Africa

di Fabio S. P. Iacono
27 Ottobre 2016

Un sacerdote è stato ucciso nel sud della Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di don Joseph Mulimbi Nguli, 52 anni, vicario della parrocchia di San Martino nel Comune di Katuba, a Lubumbashi, capoluogo della provincia dell’Alto Katanga. Sconosciuti gli hanno teso un agguato mentre rientrava a casa; il sacerdote è stato raggiunto al ventre da un colpo di kalashnikov. Lo riferisce l’agenzia dei missionari Fides. Il deterioramento delle condizioni di sicurezza in vaste aree del Paese è stato denunciato dai vescovi congolesi che riferiscono inoltre di “attacchi a parrocchie e ad alcune comunità religiose, in particolare a Kinshasa, a Kananga e a Bukavu“. In Africa il Sudan e la Nigeria si sono distinti e si distinguono luttuosamente a causa di molteplici episodi tesi alla persecuzione contro i Cristiani.

In Nigeria la vigilia di Natale 2010 è segnata da una serie di attacchi armati ed esplosivi che causano 86 vittime. La vicenda si ripete l’anno successivo, dove già a novembre sei chiese erano state attaccate a Damaturu, con numerose vittime. In occasione del Natale 2011, cinque attentati sono stati condotti contro chiese cristiane provocando la morte di almeno 39 persone. Nelle settimane successive una serie ulteriore di attentati, realizzati da una setta musulmana con l’obiettivo dichiarato di provocare l’esodo dei cristiani dal nord del paese, ha provocato la morte di altre 28 persone. Gli eventi provocano la fuga di decine di migliaia di cristiani dal nord del paese. L’8 aprile 2012, in occasione della Pasqua, un nuovo attentato con esplosivo vicino a una chiesa a Kaduna ha colpito la Nigeria settentrionale: almeno venti i morti e decine i feriti. Poche settimane dopo, un commando armato ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano a una messa a Kano, causando venti morti e decine di feriti gravi. Il 3 giugno 2012 un attacco condotto da un kamikaze che conduce un’auto imbottita di esplosivo contro una chiesa a Yalwa (Bauchi) nel nord del Paese, causa oltre 15 morti. La settimana successiva un duplice attentato condotto da un kamikaze e da uomini armati contro due chiese durante lo svolgimento di funzioni religiose ha causato la morte di almeno quattro persone e il ferimento di decine, alcune delle quali in gravissime condizioni. Anche questi attentati sono stati rivendicati dalla setta islamica Boko Haram, che vuole cacciare i cristiani dal Nord del Paese, dove vuole imporre un califfato islamico. Il macabro rituale degli attentati contro i cristiani in occasione delle messe festive è proseguito anche nella domenica successiva: nello Stato settentrionale di Kaduna sono state colpite tre chiese, con un bilancio di almeno 23 morti, compresi diversi bambini, e circa 80 feriti.

Nel Sudan il conflitto tra nord del paese prevalentemente arabo e un sud cristiano e animista viene alimentato da una guerra civile che è durata più di 40 anni e costituisce una delle più gravi situazioni umanitarie esistenti e ha portato all’indipendenza del Sud Sudan il 9 luglio 2011. Tuttavia questo ha lasciato i cristiani del nord, oltre 1 milione, in una situazione molto precaria. L’8 giugno 2011 uno studente del Seminario di San Paolo è stato ucciso di fronte alle porte della Missione ONU a Kadugli’s al Shaeer. Il 18 luglio, estremisti islamici attaccano la casa del vescovo anglicano Andudu Adam Elnail, al momento fortunatamente assente, con l’intenzione di ucciderlo. Gli attaccanti lasciano una lettera minatoria. Il 5 agosto cristiani che lavoravano alla costruzione della Chiesa Sudanese di Cristo vicino Khartoum sono aggrediti e gli viene intimato che “il Cristianesimo non è più una religione accettata nel paese”. Nel 2014 ha suscitato l’attenzione dei media la vicenda di Mariam YehyaI Ibrahim, una donna di 27 anni all’ottavo mese di gravidanza condannata a morte perché ha professato la fede cristiana, nonostante il padre sia musulmano.

Anche nella nostra ex colonia, la Somalia, nel 1989 fu ucciso il Vescovo di Mogadiscio e nel 2008 venne rasa al suolo la Cattedrale. Ogni pratica religiosa diversa dall’islam è proibita. Il 25 settembre 2011 un ragazzo cristiano di 17 anni, rapito, viene decapitato ad Oddur da militanti al-Shabaab. Gli stessi estremisti islamici sono responsabili dell’uccisione di donne cristiane a Mogadiscio (7 gennaio 2011), Warbhigly (gennaio 2011), della decapitazione di un altro giovane cristiano il 2 settembre 2011, e dell’uccisione a colpi di arma da fuoco di un giovane cristiano di 21 anni il 18 aprile 2011. Ad essi viene attribuito il rapimento di due volontari spagnoli dal campo profughi di Dadaab il 13 ottobre 2011. In Algeria nel maggio 2011 nella Provincia di Béjaïa è stata ordinata la chiusura di sette luoghi di culto evangelici. Ancora nella nostra vicina ex colonia libica nel gennaio 2012 viene annunciata la creazione del primo partito islamico, che mira alla costruzione del nuovo Stato secondo la sharia, annunciando il rifiuto di trattare con “formazioni in contraddizione con la sharia”, la quale proibisce l’evangelizzazione e prevede la pena di morte per “bestemmia” (critica dell’islam) e “apostasia” (conversione ad altra religione).

Per la “primavera araba” si è fatto subito “inverno”. Per concludere brevemente con l’Egitto (anticamera africana al Medio Oriente) dove nel 2011 un attentato nella chiesa dei Santi, ad Alessandria d’Egitto, ha provocato 21 morti. L’episodio si inserisce nel contesto di numerosi attacchi alla chiesa cristiano-copta: nel 2010 un agguato all’uscita della messa di Natale aveva provocato otto vittime. La situazione è degenerata ulteriormente il 9 ottobre 2011, quando migliaia di cristiani copti si riuniscono a Il Cairo per manifestare contro l’ennesimo attacco a una chiesa: l’intervento dell’esercito provoca una strage, con più di 20 morti e 200 feriti. L’episodio ha avuto un precedente nel novembre 2010, quando due cristiani sono stati uccisi, e quasi duecento arrestati, durante una protesta per il rifiuto alla costruzione di una chiesa a Giza. Contrasti e prevaricazioni da parte dei musulmani nel paese sono spesso legate alla mancanza di eguaglianza tra moschee e chiese: mentre le prime possono infatti essere costruite ovunque, per le chiese cristiane dei copti, che rappresentano circa il 5-10% della popolazione egiziana, è invece necessario un permesso da parte del Presidente della Repubblica.