Il tiranno senza volto: la partitocrazia come anticamera dell’antipolitica

di Gennaro Malgieri
3 Novembre 2016

In questi anni, segnati dall’emersione dell’antipolitica e dalla correlata inadeguatezza dei partiti politici a comprendere i loro limiti e, dunque, ad autoriformarsi, mi è più volte tornata alla mente un’amara considerazione di Giuseppe Maranini, inascoltato profeta dell’avvento del “tiranno senza volto”: la partitocrazia. Nel 1963 Maranini lanciava questo tremendo atto d’accusa: “Senza dubbio la moralità pubblica è infima, la educazione è pessima. Ma come la moralità e la educazione possono migliorare, finché operi un sistema politico-amministrativo così caotico e irresponsabile, e dunque tanto diseducativo? Finché nella paralisi della giustizia e nell’assenza di ogni responsabilità politica ed amministrativa, proprio gli interessi più solidali e le necessità più moralmente giustificate, debbano affidarsi, per non soccombere, a quella stessa tecnica di ricatto e di intimidazione di cui fa scuola la dominante pirateria politica?”.

Non c’è bisogno di aggiungere molte altre parole per definire il disagio che ci pervade di fronte allo scollamento accentuatosi negli ultimi anni tra leadership politica e cittadini. Maranini, e con lui molti altri analisti delle degenerazioni del sistema, avevano visto giusto. Chi si condannava alla cecità e non ha ancora riacquistato la vista era ed è la classe politica, sufficientemente paga della sua inamovibilità al punto da non accorgersi come la rabbia diffusa canalizzata in un movimento improvvisato capeggiato da un comico l’abbia costretta all’angolo, riproducendosi in forme sia pure diverse ma sempre sostanziata da un legame con l’esercizio del potere inteso come occupazione della sfera pubblica e dello svuotamento delle prerogative dello Stato. È ciò che si definisce, appunto, partitocrazia per quanto i partiti tradizionali non esistano più, ma i loro surrogati ne hanno ereditati tutti i vizi e nessuna delle virtù che avevano.

È da questa nozione, caduta non si sa perché in disuso, che bisogna ripartire per immaginare il ritorno – non so quanto utopistico – al primato della politica ed alla ricostruzione delle strutture statali e costituzionali, in una prospettiva decisionista, partecipativa, solidarista e libertaria che dia sostanza alla democrazia, la rinvigorisca, la proietti nella dimensione che dovrebbe esserle propria: patrimonio di tutti i cittadini.

La partitocrazia è un male antico connaturato al nostro sistema politico al punto da aver accompagnato la vicenda unitaria del nostro Paese. Da quando Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis, Marco Minghetti l’analizzarono nel profondo, nella seconda metà del XIX secolo, la partitocrazia ha convissuto e convive con le istituzioni in modo da essere considerata elemento permanente del paesaggio politico italiano, fino a connotarsi come una sottile forma di totalitarismo, oppressiva ed invadente. È stato comunque nel corso degli ultimi sessant’anni che essa si è allargata come un’infezione, producendo guasti irreparabili. Il connubio, infatti, tra partitismo ed affarismo segna la crisi della politica i cui costi oggi vengono messi sul banco degli imputati per giustificare la crisi del rapporto tra popolo e partiti, ma è un problema marginale, di facile soluzione e chiara marca demagogica: basterebbe abolire gli enti inutili e quelli dannosi come le Regioni, le assemblee elettive pletoriche, i consigli di amministrazione fasulli, i gruppi parlamentari microscopici (la cui formazione viene arbitrariamente autorizzata dai presidenti di Camera e Senato derogando ai Regolamenti ) e mettere le mani sugli sprechi di Stato per ottenere il risultato di una più corretta “spesa” politica.

La questione vera, sulla quale si glissa da parte delle forze politiche è l’occupazione dello Stato e della società civile che hanno perpetrato, con il contorno di corruzione fondata su forme di clientelismo, anche primitive, come si registra soprattutto, ma non esclusivamente, nel Mezzogiorno. Basta dare uno sguardo a quanto avviene nella gestione degli enti locali e nel sistema degli appalti per rendersene conto. Sono sempre più numerosi i soggetti che cercano di entrare nel grande “gioco” e partecipare alla spartizione delle spoglie del potere. In occasione delle competizioni elettorali amministrative, vi sono candidati che spendono cifre da capogiro: deve pur voler dire qualcosa un dato del genere che viene sistematicamente sottovalutato.
La partitocrazia, dunque, è un concetto ed una prassi – sulla quale si sono esercitati critici autorevoli come Costamagna e Sturzo, Panfilo Gentile e Caboara, Vinciguerra e Maranini, Operti, Curcio, Pacciardi – che si perpetua e condiziona il sistema politico sempre più debole, vanificando le speranze di quanti immaginavano l’alternanza tra due schieramenti al governo del Paese come l’approdo possibile di una democrazia finalmente matura.

Si potrebbe obiettare: partiti che non s’ingeriscono negli affari del governo, del parlamento, delle amministrazioni locali quando si tratti di procedere a nomine e ad assumere decisioni sia strategiche che di basso livello, cosa devono fare? Propongo la risposta che dava a tale quesito Luigi Sturzo. Pur ritenendo che di tutto questo i partiti si debbano occupare, osservava che la loro ingerenza debba fermarsi davanti al campo dei poteri e delle competenze del governo, del parlamento e delle pubbliche amministrazioni. Ed aggiungeva che “il compito specifico dei partiti politici in democrazia è quello di organizzare il corpo elettorale; prepararlo ed educarlo alla vita pubblica; fare da intermediario fra gli organismi del potere e dell’amministrazione e i cittadino; aiutarlo nella difesa dei propri diritti; indurlo allo scrupoloso adempimento dei doveri pubblici; correggerne l’istinto demagogico e indirizzare al servizio pubblico la impulsiva passionalità delle masse”.

Su questo indirizzo, a più riprese, soprattutto dopo la stagione di Tangentopoli, politici ed intellettuali si sono detti d’accordo. Ma le cose non sono cambiate. Così il sistema, oltre che minato dall’inefficienza e dalla corruzione, è imbalsamato; le decisioni non vengono assunte; le responsabilità respinte. La democrazia, insomma, è tutt’altro che migliorata e la partitocrazia continua ad essere la “cancrena dello Stato”, come sosteneva Lorenzo Caboara.

Circa cinquant’anni fa, un fustigatore della partitocrazia, Panfilo Gentile, conservatore e liberal-democratico, editorialista del Corriere della Sera che fu costretto a lasciare quando cadde nelle mani della sinistra più estrema, osservava: “Le democrazie, degenerando nelle oligarchie, com’è nel nostro caso, consegnano le sorti del Paese ai capricci, agli arbitri, agli errori di un gruppo di ambiziosi, incapaci di ben governare, ma capaci di issarsi sulle vette del potere e di trascinarsi dietro un codazzo di ascari con l’intimidazione e con la corruzione”. Difficile dargli torto oggi, mentre la partitocrazia continua a celebrare i suoi fasti potendo cantare vittoria sulle riforme riposte, sul gracile e malaticcio bipolarismo, sulle aspettative di quanti ritenevano la revisione della Costituzione acquisita una volta per tutte.

La partitocrazia è connaturata ad una democrazia poco vitale nella quale il cittadino conta sempre meno: una “democratie sans peuple”, come diceva Maurice Duverger. Il cui superamento potrebbe e dovrebbe essere una democrazia decidente, sostanziata dal rapporto tra le forze politiche ed i cittadini, in atteggiamento attivo e non clientelare. Sosteneva Maranini che il problema della lotta alla partitocrazia è da un lato un problema di liberazione dei partiti da elementi inquinanti e, dall’altro, un problema di liberazione dello Stato. Tanto la prima che la seconda, aggiungeva, “sono possibili solo con una radicale revisione delle nostre leggi. Tale revisione può sembrare utopistica e assurda: ma tante tirannie sono cadute, e anche la tirannia partitocratica cadrà. Cadrà il giorno nel quale tutto il Paese sarà diventato consapevole della natura del male e della sua tragica gravità; cadrà il giorno nel quale tutti sentiranno l’illegittimità di un’autorità fondata solo sulla frode e le rifiuteranno ossequio; cadrà il giorno nel quale ciascuno si renderà conto del rapporto di casualità che intercede fra i mille problemi particolari che angustiano la sua vita privata d’ogni giorno e questa cancrena della vita pubblica. Solo un moto di opinione, d’irresistibile forza, potrà imporre quelle forme legislative che strapperanno il potere dalle mani dei suoi attuali illegittimi detentori (di ogni partito). Ma quel moto sicuramente si produrrà”.

Che Maranini avesse ragione allora come oggi è incontestabile. Resta sul tappeto lo stesso problema: chi raccoglierà il disagio e che uso ne farà? A questo interrogativo avrebbero dovuto rispondere i riformatori, per quanto improvvisati, che immaginano di stravolgere la Costituzione offrendocene una versione ben peggiore. La saga partitocratica continua e si rafforza con una legge elettorale che svuota completamente la sovranità popolare.