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Perché il voto dei cattolici conta sempre meno

Redazione di Redazione, in Politica, del

Un tempo i cattolici si muovevano in massa nella cabina elettorale e dimenticarsi di loro poteva far perdere un’elezione. Da quando, nel 1919, la chiesa abolì il non-expedit, l’enciclica che vietava ai cattolici la partecipazione diretta alla politica italiana, i cattolici si sono sempre riconosciuti in un partito. Per primo ci fu il Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo, poi, dopo la seconda guerra mondiale, nacque la Democrazia Cristiana che fino al 1994 ha dato una casa politica a tutti i cattolici. In realtà già prima del 1919 i cattolici, in Italia, facevano valere il proprio peso in termini di voti, quasi come una lobby, con accordi pre-elettorali. Impossibile non citare il Patto Gentiloni, firmato proprio da un avo dell’attuale premier, che permise ai cattolici di candidarsi nella fila dei Liberali di Giolitti. Una mossa che per alcuni storici rappresenta l’ultimo grande colpo di genio di Giolitti, mentre per altri è stato uno dei motivi (seppur marginale) del suo declino. I liberali ottennero infatti la maggioranza, ma dei 304 deputati eletti ben 228 erano in realtà cattolici e rispondevano ad altri ideali, come la difesa del matrimonio e della scuola confessionale e privata.

La data che fa da spartiacque è però, come detto, il 1994. Proprio in quell’anno, anche se il declino era iniziato nel ’92, cessa di esistere il grande partito di massa dei cattolici, la DC. Nascerà qualche partito e movimento di stampo cattolico, ma mai nessuno di essi riuscì a raggiungere percentuali degne di nota, ad esclusione, forse, del rinato PPI.

Nonostante questo, i cattolici, si erano schierati, in base alla differente sensibilità politica, a favore di partiti (come i precursori del PD e poi il PD stesso oppure come Forza Italia) che vantavano al loro interno potenti correnti di stampo cattolico, talvolta appoggiate anche dagli apparati ecclesiastici.

Ciò che è successo nelle ultime elezioni politiche è invece differente. I cattolici, sia praticanti che non, sono praticamente scomparsi, nel senso che si sono amalgamati con il resto dell’elettorato. I dati diffusi dal dipartimento Politico Sociale dell’Ipsos sul voto del segmento cattolico infatti ricalcano i dati generali con alcune piccole variazioni: il Partito Democratico ha preso il 22,4% e quindi leggermente sopra la media nazionale del 19% scarso, Forza Italia mantiene più della metà dell’elettorato cattolico di centrodestra ed è stimata al 16,2% (+ 2 sul dato globale) mentre la Lega tiene duro con un 15,7% (- 1,7). Ma il dato che sorprende di più, a dire il vero insieme a quello del PD, è quello del Movimento 5 Stelle che tra i cattolici raccoglie un 31%, molto vicino al dato totale del 32,78%.

E questo numero stupisce per le posizioni che i pentastellati hanno mantenuto negli ultimi 5 anni: dal voto favorevole e convinto alla leggi sul fine vita e per le unioni delle coppie omosessuali, fino al sostegno alle adozioni per i gay. Senza dimenticare il video di lancio del Movimento 5 Stelle dal titolo “Gaia”, in cui Casaleggio paragonò la Chiesa ai gruppi massonici. Ma l’opposizione alla Chiesa è riscontrabile anche dal lavoro svolto in questi anni in Parlamento e negli enti locali da parte dei portavoce grillini: la proposta di abolizione dell’8permille, per anni difeso a spada tratta dalla Chiesa, il taglio del 25% dei finanziamenti per gli asili paritari voluto dal sindaco di Torino Chiara Appendino e l’opposizione in Regione Lombardia ad una semplice visita del cardinale Scola presso il Consiglio Regionale, sono solo alcuni esempi. Senza dimenticarci le dichiarazioni a favore della legalizzazione delle droghe leggere, della fecondazione tramite eterologa, dell’eutanasia e del gesto blasfemo con cui Grillo, nell’aprile 2016, distribuì ai dirigenti pentastellati dei grilli fritti, come fossero ostie durante una celebrazione religiosa.

Evidentemente in una società confusa e globalizzata come questa i valori cambiano, anche per i cattolici. E questo è dimostrato anche dal (relativamente) basso risultato di quei partiti che si sono dichiarati orgogliosamente dalla parte dei cattolici come il Popolo della Famiglia, che ha raccolto un misero 0,66%, o Fratelli d’Italia (ferma a un seppur buono 4,35%) con la presidente Giorgia Meloni che ha fatto della difesa del presepio e del crocefisso nei luoghi pubblici una delle sue battaglie emblematiche.

Ma per dirla tutta a cambiare non sono stati solo i fedeli cattolici, ma in generale l’intero mondo ecclesiastico. Seguendo la nuova teologia di Papa Francesco che pone il tema della povertà e della solidarietà davanti a tutto, L’Avvenire ha dato il proprio endorsement al partito di Grillo e la Conferenza episcopale italiana ha auspicato, dopo il voto, la possibilità di un “governo della gente”, riprendendo le parole di Di Maio. Anche gli ecclesiastici sono stati folgorati dal reddito di cittadinanza, dimenticandosi di tutti i temi etici che per secoli la Chiesa ha difeso. Ma una domanda sorge spontanea: che differenza ci sarebbe tra Stato e Chiesa se pure il primo iniziasse a comportarsi in modo assistenzialistico, senza dare alcuna speranza per un futuro indipendente di coloro che ad oggi non arrivano a fine mese? A voi la risposta.

Michele Schiavi

Redazione

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