Il paradosso triestino: “Idee per il XXI secolo”

di Redazione
4 Aprile 2017

La storia della sfiducia nella politica ha radici lontane nel tempo. Il buon Platone già la intende come una sorta di male necessario con cui il filosofo, l’uomo delle idee, deve per forza di cose confrontarsi. Quantomeno per arginare il rischio che siano i cavernicoli, schiavi di una visione in cui si confonde la realtà con le ombre, a governarlo. Imprudente, in effetti, lasciare la guida della ‘polis’ agli imbecilli. Così occuparsi di politica, per chi pensa, è una forma elementare di prudenza, risponde ad un istinto di sopravvivenza intellettuale, di saggia opposizione alla stupidità cronica e temibile dei non pensati. Platone è un aristocratico che ha visto la democrazia uccidere il più saggio degli uomini, il suo maestro, e certamente c’è rimasto male. Altri politologi e filosofi, addirittura identificano questo male con il dio Giano, il dio bifronte. Quasi ad indicare che è la doppiezza, l’ambiguità, l’elemento che definisce il fare politico, che lo caratterizza in modo fisiologico. Macrobio, quando nelle sue Saturnalia parla del dio “Ianus”, azzarda addirittura un’etimologia che lo fa risalire al verbo “ire” e “redire”, cioè un andare e tornare. Muoversi, in una parvenza di cambio, per rimanere però sempre sullo stesso punto. Un cambio apparente, un movimento illusorio. L’intuizione del “Gattopardo” conserva lo sguardo lucido dei latini sulla politica. La giostra dove brilla chi sa fingere meglio, chi dissimula meglio degli altri l’ineluttabile, ciclica staticità delle cose, degli errori, delle ipocrisie, che si ripetono ciniche e puntuali. Sempre!

A questo punto, e solo a questo punto, parliamo di Trieste.

A Trieste, Venerdì e Sabato passati, ha avuto luogo il meeting “Idee per il XXI secolo”. Un evento promosso da Riccardo Pilat, che ha visto la partecipazione numerosa di realtà associative differenti. Un ventaglio ampio, complesso ed eterogeneo, di anime, volti ed esperienze. Un respiro assolutamente internazionale, un desiderio di comprendere la fisionomia politico-culturale di un presente, il nostro, che conserva, come ogni presente, sfide e promesse!

La domanda di fondo, implicita, necessaria, incarnata in un dialogo sincero tra modi anche radicalmente diversi di relazionarsi con la realtà, sfida innanzitutto quel fatalismo storico che rinchiude la politica nel pregiudizio classico di cui si parlava prima:
“È possibile, oggi, formare una nuova classe politica, in grado di porsi una domanda storicamente responsabile, di fronte alla sfide globali che ci attendono?”
“È possibile andare oltre il cinismo interessato, oltre le pretese arroganti di un efficientismo tecnico che si impone come organizzatore della vita comune al margine di ogni attenzione all’uomo concreto, alle sue istanze più intime e immediate?”
“Siamo in grado di sviluppare un’intelligenza progettuale, capace di costruire spazi e possibilità di crescita per tutti, di convivenza pacifica, di impegno comune per il meglio?”

Tanti i politici italiani presenti e le personalità impegnate nel mondo della diplomazia, in Europa e nel resto del mondo. Uno fra tutti l’ambasciatore dell’Iraq presso l’Aia e il Regno d’Olanda, Saywan Barzani, che ha offerto un’analisi lucida sulla situazione del suo paese e del Medio Oriente. Tanti anche gli imprenditori, gli economisti, i giornalisti che hanno seguito e moderato gli otto panel in cui era strutturato l’evento. Si è parlato di passato in relazione al futuro, e di futuro a partire da una considerazione attenta del presente. Delle sue contraddizioni certo, ma sopratutto della sua infinita possibilità di diventare casa di giustizia, di equità, di comunità in cui le differenze , dialogando, generino sempre novità storicamente feconde, custodendo allo stesso tempo identità preziose.

Trieste ha un’anima schiva, che un’amica triestina suggerisce di rintracciare nella poesía di Saba, dove il poeta ne parla come di “…un ragazzaccio aspro e vorace, che ha mani troppo grandi per regalare un fiore…”

L’anima di Trieste però diventa paradosso, quando si fa punto di partenza, primo passo di un percorso lungo, di una salita “erta”, direbbe ancora Saba, che va affrontata insieme. Il paradosso triestino, in questo meeting, si definisce come l’impegno a vincere l’apatia generata dall’apparente, ineluttabile ciclicità del fallimento , per rivelare e osare, una politica altra, un altro impegno, che offra alla sfiducia, buone ragione per ricredersi, per tagliare il cinismo alla radice, spezzando il cerchio e regalando una direzione a chi si mette in moto. È il primo passo, insieme a tante altre iniziative, per superare l’esercizio desueto delle patetiche giravolte su se stessi. Trieste propone di guardare avanti, oggi, di non temere il mare della complessità, ma di spiegare le vele, le competenze e la passione, e definire una rotta condivisa, per affrontare il mare, e navigare ancora!

Simone Tropea