È normale che un Parlamento debba farsi dire come farsi eleggere?

di Gennaro Malgieri
26 Gennaio 2017

La politica italiana è un buco nero. Soltanto gli addetti ai lavori forse ci capiscono qualcosa. Mai è stata tanto lontana dagli italiani. Mai è stata vissuta dai cittadini comuni con tanta insofferenza. Per quanto si tenti, aggirandosi nei suoi tentacolari meandri, qualsiasi sforzo, non si viene a capo di nulla. Non è normale, e si capisce subito, che debba essere una Corte di magistrati, sia pure “giudici delle leggi”, a formulare sostanzialmente una normativa elettorale per il semplice fatto che il Parlamento, deputato a farla, risulta palesemente incapace di articolarla. In nessuna democrazia moderna, a mia memoria, è mai accaduto che uno dei poteri dello Stato abbia abdicato al suo ruolo delegando alla Consulta la sua prerogativa principale e, per di più, in una materia di sua esclusiva competenza.

Si discuterà a lungo sulla bontà della legge elettorale uscita dalla Consulta, “immediatamente applicativa”, dunque senza necessità di accorgimenti parlamentari significativi. Ma quel che resterà nella memoria istituzionale della Repubblica è la resa del Parlamento, cioè della politica, a formulare regole e in particolare la regola principale, vale a dire il sistema elettorale che Alexis de Tocqueville definiva importante in democrazia come la legge dinastica per le monarchie al fine di assicurare la legittimità di un regime.

Il regime democratico repubblicano è, dunque, sotto tutela. Dopo essere stato svuotato dalla prevalenza della magistratura che in anni non tanto lontani ha azzerato un’intera classe politica ed ha dettato comportamenti al potere legislativo tradottisi in leggi che hanno limitato la sua stessa sfera d’azione, adesso le leggi le scrivono con le loro sentenze addirittura i giudici della Consulta scelti in pari numero dalle Camere, dal Presidente della Repubblica e dal potere giudiziario.

Chi non vede qualcosa di anomalo in tutto questo? La politica è sotto tutela. Il Parlamento di fatto non esiste più se non come organo delegato a recepire e ratificare decisioni che vengono prese altrove. Intanto spezzoni di esso, vale a dire alcuni gruppi parlamentari, non trovano niente di meglio che chiedere di andare urgentemente al voto senza neppure immaginare che dal suo esito verrà fuori l’ingovernabilità più totale, oltre alla legittimazione della “nomina” di almeno il settanta per cento dei parlamentari, su cui la Consulta non ha avuto nulla da eccepire, se non il “suggerimento” di sorteggiare (a che punto siamo arrivati!) il collegio per il quale il pluricandidato capolista dovrà optare.

Si aprano, dunque, le urne: è questa la priorità per buona parte della classe politica. E si faccia campagna elettorale tra le macerie che ci assediano. Verranno fuori comizi surreali di fronte ai disastri che si sono abbattuti sul Paese (ed il riferimento non è soltanto alla tragedia calata sull’Abruzzo come una maledizione biblica) e che rischiano di metterlo ai margini della politica continentale (i richiami di Bruxelles sulla legge di stabilità, la bocciatura da parte di un’agenzia di rating delle nostre finanze, la questione degli immigrati che giorno dopo giorno assume contorni drammatici, la povertà che avanza inesorabilmente ed un regime fiscale che continua a vessare milioni di italiani e mette a rischio le piccole imprese, l’apprensione che le uscite del presidente dell’Inps generano nei pensionati, le incertezze innescate da un sistema sanitario che fa acqua da tutte le parti e la scuola che ha toccato il fondo – l’elenco è lunghissimo, mi fermo qui).

Potrebbe o dovrebbe occuparsi di tutto questo un Parlamento serio e responsabile, unitamente alla elaborazione di una legge elettorale che tenga conto di due ineludibili principi: la rappresentatività territoriale e la partecipazione politica? Non credo ci sia un solo italiano che non risponderebbe positivamente. Ma alla classe politica poco importa di mettersi in sintonia con il Paese. Soffia sul fuoco affinché divampi l’incendio. Qualcuno lo spegnerà. Almeno si spera. Gli incendiari, ricordiamo, quasi sempre si sono bruciati.

Come si sta bruciando il Movimento Cinque Stelle. Il duo Grillo-Casaleggio impone ai parlamentari pentastellati di non parlare con nessuno se non dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione, alla faccia della democrazia e della libertà d’espressione; fa quadrato attorno al sindaco di Roma, Virginia Raggi, cui offre la protezione di una modifica statutaria secondo la quale non basta essere inquisiti per lasciare l’incarico; propone la confluenza al Parlamento europeo nel gruppo più europeista, l’Alde, e soltanto dopo il rifiuto incassato, ritorna tra gli euroscettici. Il M5S non ne ha indovinata una finora e rischia di vincere di elezioni, sia pure per pochi decimali.

Qualcuno ci capisce qualcosa? È difficile. Perché illogico. “Il futuro prima o poi, torna”, avverte Matteo Renzi dal suo blog. Come? È un ossimoro, una suggestione, una presa in giro? È il nulla. Parole in libertà. O meglio, parole senza idee. L’altro Matteo, Salvini, dice di essere “sovranista”, come tanti altri che hanno scoperto questa parolina magica nelle ultime settimane (ignorandone origini, sviluppi storici e portata politica), ma non ha mai pronunciato una frase a supporto dell’unità e dell’integrità della nazione italiana: curioso, vero?

Nel campo avverso, Forza Italia non sa che pesci prendere dopo aver rottamato tutto quel che aveva sottomano, ma si ostina a credere che la sentenza di Strasburgo favorevole a Berlusconi possa ridarle smalto: un po’ poco per candidarsi a guidare un inesistente centrodestra. La sinistra del Pd smoccola quotidianamente, ma non si chiede quale sia la sua responsabilità nell’aver messo nelle mani di Renzi il partito oltre ad avergli votato pure la fiducia (dopo l'”Enrico stai sereno”…) e per ben tre volte approvando la riforma costituzionale che avversava e l’Italicum che non gli piaceva. Casi di arteriosclerosi politica.

Questo è il catalogo, signori. Ma sì, andiamo pure alle elezioni. Poi ne verranno subito altre. E poi altre ancora. Weimar? Ma chi ne parla più tra i moribondi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Non ne sanno niente, i figli della scuola di massa. Però a Palazzo della Consulta ci sono fior di giuristi e di intellettuali che sulla Repubblica di Weimar potrebbero tenere strepitose lezioni. I presidenti Grasso e Boldrini organizzino utili seminari sul tema. Sarebbero certamente più utili di sedute parlamentari sonnolenti o rissose a seconda dei giorni e delle stagioni.