Nazione Futura partecipa alla Marcia per la Vita

di Redazione
16 Maggio 2019

Essere conservatori, oggi, significa anche schierarsi senza alcuna esitazione dalla parte della vita.

Roger Scruton, nel suo “Manifesto dei conservatori”, scrive: “Quando si è esercitata una pressione per riformare la legge sull’aborto in modo da renderlo legale nei primi tre mesi della gravidanza, non è stato fatto alcun serio tentativo di arrivare ad un’intesa consensuale su quali siano i nostri doveri nei confronti di chi è nel ventre materno; alcun tentativo di valutare l’impatto che la legalizzazione dell’aborto nei primi tre mesi avrebbe avuto sui nostri atteggiamenti nei confronti dell’interruzione praticata ad uno stato più avanzato; alcun tentativo di prevedere i cambiamenti a lungo termine negli atteggiamenti della gente nei confronti dei bambini, cambiamenti indotti da una pratica che rende più facile liberarsi di loro prima che abbiano l’opportunità di guardarci in faccia. Nell’interesse di chi considerava le sue ambizioni ostacolate dalla legge vigente, tutte le questioni più profonde, difficili e importanti sono state messe da parte. Eppure, la legge esisteva proprio per ostacolare quelle ambizioni, come la legge contro il furto ostacola l’ambizione del ladro. Come risultato, la riforma della legge ha portato a un senso di inquietudine del tutto nuovo, generato dal risveglio della coscienza pubblica di fronte alla realtà dell’aborto di massa”.

Quando nell’ormai lontano 2006 il filosofo britannico scriveva queste parole, ancora non poteva sapere che nel 2019 lo Stato di New York avrebbe varato una legge per consentire di abortire fino al nono mese. Non lo sapeva, ma lo immaginava.

Erano facilmente immaginabili le conseguenze. La stagione della rivoluzione su tutti i fronti, iniziata con il ’68, ha prodotto i suoi frutti avvelenati, ed oggi le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’aborto è stato presentato come un diritto di autodeterminazione della donna (dov’è il diritto del nascituro?); non si dice “aborto”, si dice “interruzione volontaria di gravidanza”; non si spiega alle persone cosa succede materialmente quando si “interrompe la gravidanza”, dato che pochi sanno che prima si prendeva una tenaglia e si faceva letteralmente a pezzi il feto, e che oggi si inietta una soluzione, o si prende una pillola che lo (la soluzione?) scioglie all’interno dell’utero con conseguenze disastrose per l’utero della donna. Tutti, però, sanno – e se non lo sanno gli viene ripetuto di continuo – che è un “diritto”.

Qualcuno vuole provare a metterla sul piano religioso, sostenendo che si tratti solo di una istanza dei cattolici e che tali istanze dovrebbero restare fuori dalla vita pubblica. Tralasciando il fatto che anche se si trattasse soltanto di una istanza di una comunità religiosa non si vede perché i cattolici non avrebbero diritto di rappresentanza, la questione non è religiosa, o soltanto religiosa, ma di buonsenso.

Anche prima della civiltà cristiana l’aborto era considerato un crimine. Secondo il diritto romano, il concepito già esisteva come persona umana ed era, quindi, degno di tutela. I Romani non erano certamente influenzati dalla morale cattolica, la legge consentiva al pater familias di decidere della vita o della morte del figlio, eppure nessuno si era mai sognato di mettere in discussione il diritto alla vita di chi ancora non può difendersi o determinare le proprie azioni.

Qualsiasi persona dotata di raziocinio sarebbe in grado di comprendere che una società che uccide i propri figli nel ventre materno, a spese del contribuente, è una società senza futuro. Forse qualcuno questo futuro se lo auspica, la sinistra progressista internazionale sostiene pubblicamente politiche finalizzate alla sostituzione etnica della popolazione europea con quella africana. Se da un lato non si incentivano più gli italiani e gli europei a fare figli e si continua a propagandare l’aborto libero con maglie sempre più larghe, dall’altro, si pratica una politica immigratoria di apertura totale, spiegando che saranno gli immigrati a fare i figli che noi non facciamo più.

Dal 1978 ad oggi sono stati praticati quasi 6 milioni di aborti legali (si stima che il numero di quelli illegali sia altrettanto elevato) e, guarda caso, secondo l’ultimo rapporto ISTAT, sono proprio 6 milioni gli italiani che mancano all’appello per poter colmare il gap demografico.

Oggi più che mai le cosiddette “questioni etiche” segnano la linea di demarcazione tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra chi vuole un mondo di consumatori senza radici e chi vuole mettere al primo posto la Persona.

Per questi motivi, e per tanti altri, Nazione Futura aderisce alla Marcia per la Vita che si terrà il 18 maggio a Roma (con partenza alle 14.30 da Piazza della Repubblica), ed invita tutti i lettori a partecipare e dare la propria testimonianza.

È arrivato il momento, per tutti quelli che si oppongono alla dittatura del pensiero unico, di dare il proprio contributo per dimostrare che c’è una maggioranza silenziosa che non si arrende, che difende chi non può farlo e che non si gira dall’altro lato per non guardare gli orrori che la cultura rivoluzionaria ha prodotto.

Fabrizio Formicola – Responsabile Sud Italia Nazione Futura