L’esito delle elezioni è inequivocabile: la linea di Forza Italia va ripensata
15 Marzo 2018
Forza Italia, al momento, non è più il principale partito del centrodestra italiano. Ecco, l’incipit stavolta consiste anche con il cuore dell’analisi politica. Ad una manciata di giorni dalle elezioni era giusto porlo in evidenza. I dati elettorali del resto sono lì a spiattellare una realtà fattuale, smaccata e scevra da sfumature di qualsiasi natura. Quindi, preso atto della tendenza, passiamo al passo successivo: la spiegazione del fenomeno. E allora provo a dirlo senza infingimenti: l’afonia identitaria. Alla domanda: “Cos’è Forza Italia?” per tanto, troppo, tempo la risposta è sempre stata la seguente: un partito moderato, composto da moderati che fanno politica in maniera moderata. Amen. Ebbene, in questo trionfo della moderazione si sono diluiti principi, obiettivi, vocazioni e orizzonti che un tempo costituivano la base concettuale della rivoluzione liberale.
Esatto, questo è: da rivoluzionari siamo passati a moderati e nel mentre, specie agli occhi esterni, ci siamo persi per strada il liberalismo delle origini e le masse gaudenti che inneggiavano a quell’utopia individualista che ha illuminato i sogni di generazioni. Oggettivamente è stato inutile continuare a ripetere che il termine “moderato” doveva servire per distinguere esclusivamente il nostro approccio dialogico rispetto a quello altrui. Perché a forza di levigare la superficie delle cose è accaduto che la sostanza del nostro messaggio politico venisse ricoperta da una continua sedimentazione di oblio e noncuranza. E pensare che il vero anticonformismo poteva continuare ad albergare benissimo presso queste latitudini di pensiero: occidente, liberismo, federalismo, individuo, sussidiarietà, liberalizzazioni, mercato. Ecco, avete mai sentito snocciolare, da chicchessia e in accezione positiva, nell’ultima campagna elettorale queste perle ideali? Sì, è vero, qualcosa era presente nel programma nazionale, ma ricordiamoci da dove siamo partiti e poi ditemi se quelle pagine non sono state un cupio dissolvi di un’euforia intellettuale ormai d’antan. Ergo, parlare di Flat Tax è stata cosa buona e giusta, ma questo strumento fiscale doveva essere collocato in maniera organica all’interno dell’intelaiatura programmatica e di Forza Italia e, quindi, dell’intero Centrodestra. E a proposito di quest’ultimo. Chi ha vinto, più che una coalizione, diciamoci la verità, al momento è un fronte comune.
Ovvero un’area partitica contraddistinta da un mastice culturale ancora troppo poco attrattivo per tenere incollate le varie realtà politiche presenti in campo. Tant’è che prima di dare forma ad un soggetto (parzialmente) inedito e unitario, plurale e inclusivo, ampio e durevole – attenzione sto dicendo tutto questo da fusionista patentato – è opportuno ricalibrare i contenuti e le coordinate esistenziali di Forza Italia, un tempo percepite addirittura come eresie, per compensare un’inclinazione – legittima quanto vogliamo ma a noi poco familiare – sovranista e statalista al momento maggioritaria nel mondo conservatore. Se ciò non avvenisse il rischio che si andrebbe ad affrontare, appunto, sarebbe quello di un nuovo PDL non più polifonico ma contraddistinto da un’unica intonazione e da una tensione progettuale monocorde. Uno scenario esiziale per noi forzisti ma, in fondo, pure per gli amici della Lega.