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Le linee guida per un’economia dal volto umano: intervista a Pierpaolo Bellini

Redazione di Redazione, in Politica, del

Intervista a Pierpaolo Bellini tratta dalla conferenza “Le faccende di casa. Spunti per un’economia dal volto umano” del 21 aprile 2017, organizzata dal Centro Studi Minas Tirith.

IL MIO POSTO

Una linea percorre tutto il libro, un avverbio: attraverso. «Non vivere questo attraverso è il dramma della cultura contemporanea». Pierpaolo Bellini è Ricercatore in Sociologia dei processi culturali all’Università del Molise e autore de Il mio posto (Mondadori Università, 2015), un’indagine scientifica sulla realizzazione. «È attraverso il ruolo sociale, accogliendolo e facendolo fino in fondo, che posso rispondere a qualcosa che è oltre il ruolo». Uno studio a più livelli che affronta sociologicamente «i modi fantasiosi, stravaganti e disastrosi con cui gli uomini hanno tentato di rispondere» alla domanda del poeta: E io che sono?

Da dove è nata l’idea di questa ricerca?
Negli anni ho avuto modo di frequentare ragazzi che si consideravano “falliti” ancora prima di iniziare: non avevano passato il test d’ingresso alla Facoltà di Medicina. La cosa che mi aveva stupito è che quando gli chiedevo: «E adesso?», loro rispondevano: «E adesso siamo finiti». Sostenevano che «la nostra vita è inutile». Lì per lì mi era sembrato solo un momento di calo morale. In realtà, mi accorsi che c’era una contraddizione di forma mentis fortissima, soprattutto perché erano ragazzi cattolici: poter pensare che la vita fosse inutile perché non si riusciva a fare un certo lavoro. Ho pensato che ci dovesse essere nell’aria – da sociologo si dice «cultura sociale» – qualcosa che permetteva di sentire come normale una contraddizione radicale tra una tradizione cristiana e un concetto di realizzazione puramente umano. Mi sono chiesto: ma questi giovani dove hanno respirato l’aria che respiro anche io? Loro hanno avuto la “stroncatura” all’inizio, tanti di noi alla fine: io ho fatto dieci anni di Conservatorio, cinque anni di Lettere, cinque anni di Dams e alla fine il lavoro di musicista non è quello che faccio. Ma io non ho mai sentito la mia vita inutile per il fatto di non poter fare certe cose. Facendo il sociologo, sono andato a cercare il punto d’origine di questa contraddizione: vivere una “vita di trascendenza” o “religiosa” e nello stesso tempo aspettarsi di trovare una realizzazione totale nel mondo. Il tragitto è stato questo: da un elemento d’esperienza, di contraddizione, alle origini culturali.

Nel libro parla di presente esteso. Lo descrive con alcuni esempi, tra cui espressioni come «vivere alla giornata», che sono sempre più ricorrenti. Storicamente dove nasce questa concezione del tempo?
Parlare di realizzazione significa parlare di un processo di costruzione dell’identità: «Io trovo me stesso». Uno capisce, al di là del fatto che ne sia educato o meno, che la vita è un compito. E in questo percorso costruttivo, il tempo è una dimensione fondamentale. Fino ad un certo punto, il tempo è rimasto in una visione unitaria: il passato c’entra con il presente che c’entra con il futuro. Nel corso degli ultimi secoli, questa continuità è saltata. Prima, dando un privilegio al futuro rispetto al passato (con l’Umanesimo e l’Illuminismo):quello che conta è quello che riuscirò a fare. Nella post-modernità anche il futuro è andato in crisi, soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale, vedendo la capacità distruttiva dell’uomo. Così tutto si è chiuso in un presente che, tendenzialmente, cerca di non ricordare il passato, perché è una responsabilità, e che non è in grado di progettare il futuro. La cultura di oggi è totalmente emozionale: l’emozione è il criterio di valutazione del valore delle cose. È una scelta, che ti permette di non subire il peso del passato e di evitare la preoccupazione del futuro. Ma si vive in un presente che più o meno si allarga avanti e indietro. L’identità così salta.

Quindi, che differenza c’è tra il ruolo sociale (sono un medico) e la persona che ha quel ruolo sociale (faccio il medico)… nel libro scrivi che ci sono dati rischi nel caso in cui uno assorbisse totalmente il suo ruolo sociale?
La Sociologia è quella scienza che analizza i comportamenti “naturali”, che invece sono “culturali”. Non è naturale che una cosa «si faccia così», significa che c’è un’abitudine dettata dalla convivenza sociale che la fa sentire naturale quando in origine non lo era. Il problema è la capacità di non negare questa eredità culturale di ruoli sociali che abbiamo addosso (cosa vuol dire essere mamma? cosa vuol dire essere padre?), né di pensare che tutto si risolva facendoli bene. Il ruolo è fondamentale per dire me stesso: «Io sono un professore, io sono padre…». E nello stesso tempo occorre accorgersi che tutti i ruolisono insufficienti a dire quello che sono e che voglio essere. Qui, sta l’importanza dell’avverbio: attraverso. Non vivere questo attraverso è il dramma della cultura contemporanea. Attraverso non vuol dire «malgrado, nonostante». Significa che proprio attraverso quel ruolo, quindi accogliendolo e facendolo fino in fondo, posso rispondere a qualcosa che è oltre quel ruolo. La mancanza di trascendenza rende i ruoli una prigione. Nell’esperienza cristiana, la possibilità di trascendenza, e quindi di speranza, è possibile attraverso qualsiasi ruolo. Compiendolo bene. Quindi, non c’è nessun ruolo che impedisca o soddisfi di per sé la realizzazione.

Nella nostra società avverto molto questa idolatria del mio posto, preciso e unico…
Il nostro posto esiste, ma il nostro posto è quello che arriva. È quello che avviene. Significa che è anche il frutto delle mie scelte, opportunità e inclinazioni. Ma non è la realizzazione utopistica di quello che ho in testa. Vivere la professione, nel senso letterale del termine – cioè, come chiamata – vuol dire capire che è a quell’emergenza a cui devi rispondere, con tutto quello che sei. In sintesi: io, con quello che ho e sono, come posso servire al bene di tutti? Quando c’è questo come criterio non esiste situazione, né ruolo, che possa impedire l’esprimersi della personalità. Però ci vuole un orizzonte ideale che trascenda quella circostanza, pur vivendola fino in fondo, cioè attraverso quella circostanza.

Nel cattolicesimo, come lei scrive rifacendosi a san Paolo,«la vocazione, la chiamata di Dio, è unica per tutti, ed è la santità, la quale rappresenta il fine di ogni attività». Qual è la nostra responsabilità di fronte alla perdita di questa consapevolezza?
C’è un aspetto, nella formazione ed educazione cristiana, che ci viene continuamente ribadito: il modo che abbiamo di mostrare che un orizzonte ideale è più adeguato di un altro è il fatto di vederne la convenienza. La convenienza non in termini emozionali, ma nella costruzione dell’identità. Cioè, vivendo in un certo modo, genero un’umanità visibilmente conveniente e possibile per chiunque. Perché quell’orizzonte fa venire fuori meglio la persona. È un’attrattiva che può rimettere in discussione un sistema malato. È un’attrattiva di persone che proprio in forza di quell’orizzonte ideale trattano meglio le cose di tutti, quindi i ruoli sociali di tutti: l’essere padre, madre, amico… Questo orizzonte ideale deve dare la possibilità di collegare il mio gesto, qualunque sia, al gesto gratuito che mi ha fatto. Ciascuno di noi ha come la nostalgia di quel gesto primordiale per cui è stato messo al mondo, che è un gesto gratuito.

Può spiegare meglio?
Ho letto di recente un articolo chediceva che il bambino dentro all’utero ha un rapporto con la madre che è indelebile, con cui sentirà poi il battito della vita. Strapparlo al suo utero è un gesto violento, che crea«una nuova orfanità». Noi veniamo fuori da un gesto gratuito che San Paolo chiama: amore. È un gesto che non trova ragioni economiche o razionali diverse da una gratuità. Quel gesto originale lascia un’impronta che è la chiave realizzativa della persona. Un’impronta che dice: «Se tu mi persegui, arrivi dove devi arrivare». Qualunque gesto che non abbia la possibilità di replicare questo, è un gesto che non favorisce la propria realizzazione. Per questo parlo di perdono alla fine del libro. Perché il perdono è lo stupore di ricevere ancora quello che non solo non meritavi all’inizio, ma che non meriti neppure adesso. Anzi, ora hai pure sbagliato.

Alla fine del libro afferma che la realizzazione è un problema di “completezza”…
La nostra realizzazione è la percezione certa che facendo il nostro bene, attraverso qualsiasi lavoro,stiamo facendo il bene di tutti gli altri. Occorre concepire una realizzazione umana tenendo conto di questa urgenza, che è primordiale, perché noi vogliamo imitare Dio. E non solo nel potere delle cose. Anche nel modo con cui ha fatto le cose, che è amore. E se questo non è possibile nel gesto quotidiano, significa che il gesto ti aliena, ti ammazza. È un’urgenza scritta. Pensiamo a quando si persegue una carriera: se non avviene come si pensava, è un progressivo andare in un cul de sac. Per questo ultimamente il ruolo è una cosa transitoria, necessaria. È il punto in cui vieni messo alla prova. Ma se fosse tutto lì saremmo finiti.

Che rapporto c’è tra la libertà di affermare«faccio quello di cui c’è bisogno» e l’idealismo di dire «vorrei diventare un medico»?
La questione è molto delicata. Perché le nostre inclinazioni, attualmente, vengono considerate come l’unico criterio. Sono da tenere in considerazione, però non può essere l’assolutizzazione delle inclinazioni il punto nevralgico. Ho delle inclinazioni e le metto a disposizione, sperando che quello che mi viene meglio porti un contributo che sia utile a tutti. Io sono ancora convinto che quello che mi viene meglio sia fare il musicista, ma non ce n’è bisogno: invece i miei figli hanno bisogno di mangiare. Questa assolutizzazione delle inclinazioni manca di un altro aspetto: noi siamo dentro ad un mondo in cui dobbiamo operare per il bene di tutti. Le tue inclinazioni e condizioni sociali sono il punto in cui si gioca l’orizzonte ideale in cui affronti la tua realizzazione. Occorre stare attraverso il mondo. Se non c’è un trapassarei ruoli sociali, usandoli, questi diventano delle gabbie. Se c’è una trascendenza, uno dice: mi dispiace perché avrei dato meglio facendo il medico, ma quella possibilità non mi è tolta facendo un’altra cosa. Questo è un modo di affrontare i ruoli in partenza diverso.

Perché allora carichiamo il lavoro di queste «attese catartiche»?
C’è del vero. San Benedetto dice: ora et labora. Non sono due cose separate. E nello stesso tempo occorre che l’una diventi l’altra. Non in senso ambiguo: quando ho fatto il mio lavoro sono a posto, ma quando il motivo per cui ho lavorato è lo stesso per cui ho pregato le due cose coincidono. Il lavoro diventa offerta, e viceversa, la preghiera diventa volontà di operatività, di fare bene nel mondo. Se chi lavora, vive il lavoro così, il lavoro ha delle capacità catartiche: nel senso che ti mette – quando parlavo di nostalgia del gesto primordiale – nella possibilità di imitare quel gesto iniziale. La vita è fare bene il proprio lavoro e basta?Se il mondo fosse sufficiente, basterebbe lavorare bene. Invece ci accorgiamo che tutto quello che possiamo raggiungere è comunque insufficiente. Lo diceva Theodor Adorno, uno non propriamente cristiano, che bisogna permettere di fare capire agli uomini – e l’arte è quello che lo permette di più – che non sono totalmente vincolati alle regole del mondo, perché c’è qualcosa verso cui bisogna per forza aspirare.

Per il cristianesimo il lavoro è partecipare alla creazione del mondo. Anche nel senso che siamo continuamente creati?
Esatto. Per questo nel libro mi riferisco alla gratitudine: gestire le cose come “dati”. Dimenticarsi di questo è gravissimo. Se tu prima di aspirare a qualcosa dimentichi che puoi farlo perché ti appoggi su qualcosa che ti è dato, il gesto della tua aspirazione sarà fatto male. Per cui la testimonianza nel mondo è proprio trattare le cose – è un tema un po’ bizzarro – in maniera vergine. Sapendo che non sono tue. E quindi trattandole secondo un’idea che non è la tua. Anzi, cercando di immaginare qual è l’idea originaria su quella cosa. A quel punto il mio lavoro diventa una collaborazione.

Nel libro la gratitudine è posta come ipotesi di soluzione. «Partire dalla gratitudine (cioè dalla memoria) è ciò che permette di aspirare a qualcosa di più corrispondente senza esserne, però, determinati».
Il post-moderno vuole cancellare la memoria, perché ricordarsi di certe cose implica delle responsabilità. La responsabilità è innanzitutto accorgersi che le cose sono date. E quindi, siccome sono gratis, qualunque cosa che nasca da una ingratitudine non andrà mai nella direzione giusta. Tu puoi avere una vita con mille difficoltà, ma resta comunque data. Non avere memoria, certo, implica meno responsabilità. Ma il vero problema è che si gode di meno. Io quando apro la doccia, accorgendomi di questo, godo perché penso: «Ma se non avessi l’acqua calda!?». Penso ai milioni di immigrati che accendono il fuoco con i pneumatici nei campi. E mi viene da ringraziare del fatto che io ho l’acqua calda, perché non è un diritto acquisito. Semplicemente ho alle spalle una civiltà che mi ha donato tutto questo. Io non ho inventato i tubi che passano sotto terra per l’acqua e il gas. Anche il benessere materiale è una cosa donata. Acquisita con i sacrifici di altri. E come si fa a dire: «Ne abbiamo il diritto?».Possiamo esserne solo grati e fare in modo che di questa gratitudine possa godere chiunque, non appena sfruttandola. Ma essendone artefice.

Nella sua esperienza, cosa significa «essere realizzato»?
C’era una frase di Giovanni Paolo II che mi aveva colpito molto. Diceva che la libertà è essere quello che si deve essere. Ci pare contraddittorio, perché pensiamo che la libertà sia essere quello che vogliamo essere. Mi aveva colpito perché significa che la realizzazione è la percezione che il gesto che stai facendo è il gesto migliore che puoi fare con le condizioni che hai, con le competenze che hai, e con l’orizzonte ideale che hai. Da questo punto di vista, che tu faccia una cosa o quell’altra è indifferente.
Molti anni fa feci ascoltare una mia composizione a don Luigi Giussani e gli dissi: «ho studiato per diventare Mozart ma di Mozart il mondo oggi non ha bisogno». Mi rispose: «Devi mettere ordine nella tua vita. Ci sono tre cose importanti: 1. La tua famiglia; 2. Le tue responsabilità verso il mondo e la Chiesa; 3. Quello che resta. Sono le prime due devono diventare musica».

Redazione

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