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La futura alleanza del centrosinistra: il “vecchio” che avanza

Redazione di Redazione, in Politica, del

Larga e inclusiva, plurale e unitaria. Finanche competitiva, e vorrei vedere. A snocciolare le peculiarità che dovrebbero permeare la futura alleanza di centrosinistra si ha quasi la sensazione di abitare un “deja vu”. Si, insomma: è un po’ come percepire sensazioni già vissute o presenziare a dei preamboli dove l’empirismo a suo tempo mise già radici spesse e anche profonde. L’Unione, intesi? Almeno ci orientiamo all’interno di quella cronistoria dove si sono dispiegate tutte le dinamiche griffate centrosinistra. Ecco, in quel caso, più che di una coalizione ampia si trattò di uno spazio sterminato nel quale orbitavano le galassie più disparate: dai centristi in cerca di gloria ai massimalisti ultrasindacalizzati, senza dimenticare i laicisti radicali e i clerico papisti. A tenere assieme tale eterogeneità di vedute un programma elettorale dalla foliazione così copiosa da ricordare l’elenco telefonico di Manhattan. Il motivo di questo trionfo di caratteri&cellulosa è facilmente immaginabile: ogni punto programmatico presentava una serie infinita di vedute, motivo per cui doveva essere diluito in un profluvio di parole. Ergo, scrivere tanto per non dire niente.

In pratica un degno incipit di un’esperienza governativa breve e fallimentare ma che, ciononostante, pose le basi – a mo’ di provvida sventura manzoniana – a quella vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. Lingotto, Torino, ci siamo? Ebbene, una corsa solitaria del futuro partito (auspicabilmente) liberal italiano che, di fatto, tradì nell’immediato questa impostazione di base, dapprima mediante un’alleanza suicida con il movimento giustizialista per antonomasia poi, in virtù dell’aderenza al motto “perseverare diabolicum est”, tramite la reiterazione di un accordo esiziale per le sorti del riformismo nazionale condensato nella foto di Vasto. Infine l’arrivo di Renzi che per molti sarebbe dovuto coincidere, in termini elettorali, con un sano autarchismo partitico strutturale. E invece. Hai voglia a sagomare i contorni di una sinistra futura non più ostica al mercato, possibilista ad una riduzione del perimetro statuale e con un occhio attento perfino alle esigenze dell'”Homo oeconomicus” – a discapito degli interessi di qualche artificiosa costruzione sociale – se poi ti incaponisci con un coacervo di sensibilità politiche e culturali dal quale potrà nascere tutt’al più un compromesso di basso filo e non di certo una sintesi virtuosa. Figuriamoci un effetto di tipo sinergico, ovvero uno di quegli strani meccanismi, portatori per altro di una valenza psicologica oltreché valoriale, per cui il totale assume un valore maggiore rispetto alla somma algebrica delle singole componenti. Difficile da comprendere ma chiaro da realizzare. Può darsi che per meglio penetrare il senso dell’alleanza che a sinistra è in via di definizione più che un politologo serva qualcuno che abbia dimestichezza con la filosofia, uno di quelli, per intenderci, tipo Giambattista Vico con i suoi corsi e ricorsi storici. Tradotto: non che la storia, appunto, si ripresenti periodicamente sempre uguale a se stessa, ma sebbene ci si trovi a sindacare su piani storici e temporali diversi, con nuovi volti e, nel nostro caso, acronimi di partito inediti, oltre a piattaforme politiche finora inespresse, rimane intatta l’essenza di una missione che, alla pari di un ideale filo sartoriale, è in grado di rammendare le stagioni passate con quelle attuali donando loro una certa coerenza ma impedendo in sostanza un’evoluzione, culturale ancor prima che politica, definita da alcuni “buon senso” o pragmatismo e chiamata da altri, ancor più semplicemente, maturità di stare al passo con i tempi.

Luca Proietti Scorsoni
Redazione

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