Se la destra ora invoca delle elezioni che sa di perdere…

di Gennaro Malgieri
7 Dicembre 2016

Con la consueta lucidità, Aldo Cazzullo ha scritto sul Corriere della Sera (6,12.2016): “La destra italiana c’è, e può tornare al governo del Paese. Ha ancora i voti. Come sempre. Le mancano un progetto e un leader riconosciuto. Non ha molto tempo per trovarli. Ma deve farlo, se non vuole dividersi al suo interno tra alleati minori del Pd e oppositori sterili; oppure lasciare il campo a Grillo”.

Analisi assolutamente condivisibile alla quale ci permettiamo di aggiungere una piccola postilla: se la destra continua a soffrire di irrealismo si condannerà all’irrilevanza politica per chissà quanto tempo. E non è realistica, infatti, la pretesa di sostenere (insieme con Grillo, guarda caso) l’immediato ricorso alle urne “con qualsiasi legge elettorale”. Il che significa – votando con due sistemi profondamente difformi per la Camera e per il Senato – condannare l’Italia all’instabilità, al caos, al casino, diciamo pure, istituzionale, politico e di conseguenza sociale.

Bella prova di responsabilità. Inutile far finta di non capire da parte di una destra che dovrebbe essere motivata dalla ricerca del bene comune, che il suo Dna è un altro, costituito dalla credibile possibilità di coniugare la protesta con la proposta. Ed invece sembra che abbia dimenticato la seconda per privilegiare sterilmente la prima.
Dove pensa di andare questa nebulosa che per comodità chiamiamo “destra” con alzate d’ingegno del genere, buone al massimo per testimoniare la sua presenza nello sconnesso panorama politico italiano?

Ci saremmo aspettati che da questa parte dello schieramento si formulassero ipotesi percorribili per arrivare comunque alle elezioni in tempi ragionevolmente brevi, ma certamente coerenti con l’esigenza di dare all’Italia una legge elettorale omogenea (ancorché non perfetta) al fine di garantire stabilità e governabilità, oltre alla ovvia rappresentanza al di là di qualsiasi opportunistico premio di maggioranza smisuratamente esagerato come quello previsto dall’Italicum.

Ci saremmo aspettati anche che di fronte al proporzionalismo riemergente, fonte di tutti gli “inciuci”, proprio la destra o chi ad essa si richiama, rilanciasse – non foss’altro che per coerenza – un maggioritario mite, tipo il “Mattarellum”, capace di contemperare la rappresentanza partitica e quella territoriale con pochi candidati in piccoli collegi uninominali.
Ed inoltre, ci saremmo aspettati pure che per scongiurare il “rischio Grillo”, proprio la destra sostenesse le ragioni del ceto medio e si impegnasse nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessaria lotta alle nuove povertà piuttosto che giocare al rialzo dopo la disfatta referendaria dei riformisti all’amatriciana.

Che senso ha invocare “elezioni subito” sapendo di perderle, oltre al fatto di gettare il Paese nel marasma più totale? Politicismo occasionale, si dirà. E si converrà pure che non è un bel vedere. Per giunta è un favore che si fa ai Cinquestelle, condividendo oggettivamente la loro strategia, nel momento in cui hanno tutto da guadagnare dal ritorno immediato alle urne con un sistema sbilanciato. È questo che vuole la destra (senza il centro), la destra che rinuncia alla politica per poter dire ci siamo anche noi con le nostre percentuali da spendere non si bene in quale trattativa?

No, non è possibile. E ci rifiutiamo di credere che la richiesta di votare a tutti i costi prima degli assestamenti necessari sia dettata da una adeguata riflessione. Piuttosto, sarebbe il caso di chiedere a chi di dovere come mai la Corte costituzionale, alla cui attenzione l’Italicum è da tempo immemorabile, ha rimandato alla fine di gennaio il responso che avrebbe dovuto dare almeno in coincidenza con la celebrazione del referendum. La destra ha tutti i titoli per porgere cortesemente la domanda. Realisticamente e doverosamente.