Italia Viva di Renzi, quando la Leopolda si fa partito

di Federico Bini
19 Settembre 2019

Ci voleva la X edizione della Leopolda, la tradizionale kermesse del potere renziano di metà ottobre per lanciare il tanto atteso e vociferato (da anni) PDR ovvero il partito di Renzi che tuttavia è stato battezzato prima sulle colonne di La Repubblica, il giornale della sinistra radical-borghese per far capire che comunque si tratta di un’operazione che rimane ancorata al centro-sinistra e poi l’immancabile appuntamento a Porta a Porta – la terza camera – dell’intramontabile Bruno Vespa, poiché se i governi passano Vespa rimane.

Che il PD non fosse la sua casa lo si era capito fin dall’inizio della sua ascesa, pur cercando di sfoderare in alcuni casi cravatte rosse socialisteggianti e partecipare a qualche Festa dell’Unità annunciando “il patto del tortellino” a Bologna (2014), la vecchia Ditta dei Bersani e D’Alema con i suoi retaggi ideologici e postcomunisti rappresentava un ostacolo al progetto renziano di trasformare il partito in un moderno movimento caratterizzato da una forte leadership e soprattutto tendente più al centro che a sinistra. E Blair e Obama erano i modelli a cui ispirarsi.

E se il nuovo partito non è un ritorno alle origini poco ci manca, dal momento che la carriera di Renzi è nata sotto le insegne della DC e poi della Margherita di Rutelli, quindi come già anticipato, più al centro che a sinistra.

Tuttavia lo spostamento verso il centro consente di fare alcune valutazioni non proprio entusiasmanti.

L’obiettivo di Renzi – tenendo ben presente che è più una scissione di palazzo che di idee – è quello di occupare uno spazio che in Italia è stato tradizionalmente maggioritario almeno fino ai tempi della DC, ha rivestito un ruolo chiave durante il berlusconismo e infine pensava di aver trovato in Renzi il leader di riferimento avendo i requisiti giusti: cattolico, europeista, riformista, postideologico, moderato e giovane. Ma l’ascesa e caduta di Renzi, probabilmente la più rapida che si ricordi nella storia politica del nostro paese, sancita con la sconfitta del referendum costituzionale del 2016, ha interrotto il tentativo di trasformare il PD in una DC 2.0, per citare De Gasperi: “Posizionata al centro ma che guarda a sinistra”.

Il tentativo di Renzi di voler dare voce a questa Italia borghese, moderata e liberale, rischia di scontrarsi con la realtà dei numeri: considerando che i sondaggi danno la nuova creatura di Renzi al 5% e il suo indice di gradimento è intorno al 15% (molto bassi entrambi) il vero quesito è il seguente: ma esiste ancora un’Italia di centro? A mio avviso sì, ma è minoritaria e ininfluente. Ma soprattutto sono cambiati i temi di venti anni fa che hanno radicalizzato il sistema politico e sono emersi movimenti nuovi come il M5S – il cui essere ibrido e postideologico consente di acquistare voti dalla sinistra al centro alla destra – e la nuova Lega di Salvini che si sono fatti interpreti delle nuove istanze sociali: dalla richiesta di modernizzazione dello Stato, sia in senso digitale che rappresentativo, al blocco dell’immigrazione clandestina alla flat tax all’Europa tecnocratica e rigorista.

Se poi per movimento di centro intendiamo un partito vicino al mondo cattolico allora le speranze renziane si riducono al lumicino. Se è vero che il mondo cattolico italiano, quello praticante, vota in maggioranza la Lega, al Nord si parla del cattoleghismo, l’altra componente quella cattocomunista ha già nel PD il suo principale interlocutore.

L’unico fortino dove ancora resiste un certo voto di centro è il Meridione, dove l’UDC e simili raggiungono cifre di tutto rispetto intorno al 10% grazie ad un voto legato a logiche clientelari in cui il connubio tra pubblica amministrazione e politica è ancora forte seppur minore rispetto al passato e alcune roccaforti del Nord come Milano, Brescia e Bergamo in cui la presenza di movimenti cattolici come Comunione e Liberazione ha ancora la sua influenza sociale ed economica.

Infine Renzi rischia di avere come concorrente al centro il suo ex alleato e ministro quale Carlo Calenda che uscito dal PD di cui era parlamentare europeo, a seguito dell’accordo tra PD e M5S, ha deciso di aprire una nuova stagione centrista con il suo movimento Siamo Europei a cui dovrebbe aderire anche Matteo Richetti.

Tuttavia Calenda a differenza di Renzi non ha finanziatori di peso come Davide Serra, Lupo Rattazzi Agnelli, Daniele Ferrero e una parte del PD che lo ha seguito. Inoltre conta uomini di fiducia al governo, in cui il capo delegazione dei renziani è il ministro Teresa Bellanova e nel sottogoverno. Difficile invece per ora che seguano Renzi gli amministratori locali (di peso) come Sala, Gori, Nardella, De Caro ecc… Il partito necessita quindi di tutto il tempo necessario per creare dalla Leopolda una strutta ramificata con circoli e associazioni parallele e in questo possiamo ben capire come mai Renzi ha voluto (inaspettatamente) appoggiare il governo Conte II con sguardo al rinnovo delle partecipate pubbliche e soprattutto alla elezione del prossimo presidente della Repubblica.

Ma il vero motivo di questa operazione è unicamente il potere, ovvero pesare di più all’interno di un sistema politico ed elettorale che torna verso il proporzionale, condizionare il governo Conte II ed essere ago della bilancia nelle nuove alleanze per le regionali consentendo a Renzi di sedersi al tavolo personalmente e non rappresentato da Zingaretti o Franceschini.

Che Renzi sia un po’ machiavellico lo avevamo capito, che fosse un cavallo di razza lo avevamo intuito ma questo suo tentativo di recuperare una perduta centralità politica rischia di farlo apparire patetico e disperato dal momento che gli italiani non si fidano più di chi diceva: “Se perdo il referendum non solo mi dimetto, ma smetto di fare politica”.

Italia Viva era lo slogan della Leopolda del 2012 “Viva l’Italia Viva”, che a tutti richiama inevitabilmente Forza Italia, a cui Renzi guarda sperando in nuovi arrivi parlamentari dal momento che l’operazione rischia di avere numeri molti inferiori rispetto alle stime fatte.

Per ogni novità a riguardo siamo in attesa della Leopolda (del 20 ottobre) che finalmente si è fatta partito. Anche se più che un ritorno al futuro pare un ritorno al passato. Chissà.