Gli 11 milioni di elettori grillini non esistono più
30 Aprile 2018
Sebbene non ci volesse un genio per dare una lettura efficace allo stallo politico, qualche giorno fa commentavamo su queste colonne la posizione “win-win” di Matteo Salvini e della Lega, che ogni ora che passa vede aumentare i propri consensi non solo e non tanto perché in grado di dare risposte ai cittadini, quanto piuttosto perché i voltafaccia del Movimento 5 Stelle hanno già stufato un elettorato disilluso. Aumentando l’anaffettività nei confronti della politica, è matematico che le percentuali dei consensi riscossi dalla Lega siano in crescita, nonostante dal punto di vista numerico i voti siano più o meno sempre gli stessi.
È quello che è successo nelle elezioni regionali in Friuli, con Massimiliano Fedriga eletto grazie a percentuali plebiscitarie (57%), ma pure con un assenteismo sconvolgente: ha votato solo il 49,65% degli aventi diritto, contro il 50,48% del 2013 quando però si votò in due giornate. Il Friuli, insomma, non è che sia proprio appassionatissimo alla politica, ma col tracollo dei 5 Stelle, la Lega cresce a dismisura come in un sistema di vasi comunicanti. Il 4 marzo il M5s aveva preso 169.299 preferenze, che ora si riducono a 59.098 per il candidato Morgera (11,7%) e a 28.005 per la lista (7,1): più di un elettore su due di quelli che hanno scelto l’aspirante presidente dei pentastellati, quindi, ha votato un consigliere di un altro schieramento. Per rimanere sulle stesse percentuali delle politiche (24,6%), dunque, il M5s avrebbe dovuto prendere 135mila voti: ne ha presi meno della metà. La Lega, invece, il 4 marzo aveva preso in Friuli 177.809 voti che adesso – con l’affluenza ridotta di 25 punti – diventano 137.169, ma valgono nove punti percentuali in più rispetto al 25% raccolto alle politiche.
Stessa proporzione per Forza Italia che aveva preso 73.598 e il 10% alle nazionali: adesso ne prende 47.636 che valgono però due punti in più. D’altra parte l’intero centrodestra aveva preso il 42% alle politiche con 296.143 voti: a Fedriga per stravincere col 57, ne sono bastati 289mila.
È tutto un gioco algebrico, insomma, che però a livello nazionale significa molto: l’elettorato grillino è più volatile di uno stormo di uccelli migratori, le “risposte” fornite da Di Maio dal 4 marzo ad oggi si sono trasformate in domande, e le domande sono diventate dubbi. A forza di giocare a sfasciare gli altri anziché costruire qualcosa intorno a se stesso, il leader grillino ha dimostrato di non avere nulla di diverso rispetto ai modelli di partiti “nominali”, nati e cresciuti attorno a un singolo, che i 5 Stelle avrebbero dovuto distruggere da statuto.
Ora la soluzione è semplice: si torna al voto. A Salvini non conviene provare a cercare i consensi in Parlamento (come vorrebbe Berlusconi) dacché sa bene che tornando alle urne potrebbe guidare una coalizione di centrodestra con una maggioranza solida sia alla Camera che al Senato. Al Pd, dopo le esternazioni di Renzi, non resta che limitare i danni di fronte agli elettori e piazzarsi all’opposizione, sperando magari che la stessa logica che consente al centrodestra di volare possa limitare, dal punto di vista percentuale, il tracollo di consensi. Questi due postulati significano una cosa sola: gli 11 milioni di elettori grillini non esistono più. Tornando al voto a breve, magari a giugno (sarebbe una doppia tornata storica, la prima dell’Italia repubblicana), i grillini potrebbero subire un ridimensionamento impensabile fino a un mese fa, con l’assenteismo che al contrario sforerebbe il 30%.
In un modo o nell’altro, il prossimo Premier sarà Salvini, con buona pace dei benpensanti.