Giulio Meotti: “Ecco come abbiamo abbandonato i cristiani in Oriente”

di Redazione
17 Aprile 2019

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro “La tomba di Dio. La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente”, abbiamo fatto qualche domanda all’autore Giulio Meotti. Giornalista del Foglio Quotidiano dal 2003, ha scritto per testate internazionali come Wall Street Journal, Jerusalem Post, Gatestone Institute e Israel National News. È autore di numerosi libri sull’Europa, il terrorismo e Israele, fra cui “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele” (2009 – tradotto anche negli Stati Uniti), “La fine dell’Europa” (2016) e “Israele. L’ultimo stato europeo” (2018).

Come o quando si è reso conto che era necessario trattare questo argomento?

Fu due anni fa, quando fu chiara l’entità della distruzione cristiana in Siria e Iraq, quando il caso di Asia Bibi in Pakistan è diventato sempre più clamoroso, quando le chiese in Egitto sono saltate per aria, quando la cristianofobia è diventata globale e martellante. E ho deciso che valesse la pena scrivere questa vicenda e collegarla al nostro tradimento. Stiamo assistendo alla distruzione sistematica, a ondate più o meno intense, di tutto il cristianesimo di origini bibliche. Il 70-80% dei cristiani di Siria e Iraq sono fuggiti.

Definirebbe urgente una presa di posizione da parte dell’Occidente?

Il mio libro vuole dimostrare il contrario, che quella presa di posizione occidentale non c’è affatto stata. L’Occidente ha taciuto, ha glissato, ha stemperato, ha ignorato, ha negato, ha fatto tutto quanto era in suo potere per rendere ancora più drammatica la sorte dei cristiani.

Quale crede che sia la causa scatenante di questo “silenzio” attorno al problema?

Odio di sé culturale, scristianizzazione e codardia. Quei cristiani uccisi e cacciati perché cristiani, ci ricordavano da dove venivamo, le origini della nostra civiltà. E abbiamo paura di “offendere l’Islam” sollevando il tema della persecuzione in terra islamica.

Quali sono gli effetti più evidenti nella comunità occidentale di questo processo di eliminazione della cristianità orientale?

Quei cristiani sono le nostre radici. Solo tre dei dodici apostoli di Gesù sono andati in Occidente: Giacomo, Pietro e Paolo. Gli altri nove andarono a Oriente. Vittore I (189-199), il primo vescovo di Roma a scrivere in latino, era di origine nordafricana. In Siria è nata musica cristiana, la Sindone e il monachesimo nacque in Egitto nel III secolo. E quando noi cattolici diciamo “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo”, questo ha origine nell’usanza siriana di Papa Sergio. Se perdiamo quelle radici, siamo finiti. Sarebbe come se l’Islam, perse Medina e la Mecca, vivesse soltanto in Occidente. Invece oggi assistiamo alla fine dei cristiani orientali e alla scristianizzazione dell’Occidente. L’Islam piglia tutto.

È stato complesso recuperare dati o informazioni vista l’indifferenza comunitaria a questa tragedia?

Sì, molto. Era tutto a disposizione dei giornalisti: testimonianze, rapporti, cronologia. Eppure, era tutto disperso, frammentato. Ho cercato di annodare i fili di 30 anni di stragi e persecuzioni.

Ritiene che ci sia ancora speranza per i cristiani d’Oriente?

In Libano e in Egitto c’è speranza, perché vivono milioni di maroniti, armeni e copti. Altrove, no. Le stragi un giorno riprenderanno e con esse l’esilio. E sarà il colpo di grazia di un cristianesimo già in via di estinzione in Iraq e Siria. In Nordafrica è già de facto sparito.

Come pensa che si potrebbe agire concretamente per avviare un processo di cambiamento?

Finanziare la ricostruzione di quelle comunità come ha fatto l’Ungheria ad esempio, accogliere i superstiti cristiani in Europa, denunciare l’Islam radicale e quindi costringere gli imam a cessare il discorso dell’odio contro gli “infedeli”. Non stiamo facendo nulla di questo.

C’è qualche episodio particolare legato alla stesura di questo testo che vorrebbe condividere?

La storia di Tel Goran, un villaggio cristiano in Siria conquistato dall’Isis. Oggi non ha più cristiani. I loro antenati, gli assiri, furono convertiti al cristianesimo da San Tommaso, uno dei dodici apostoli. Degli ex abitanti di Tel Goran, 50 sono in Germania; 50 negli Stati Uniti; 25 in Libano; 20 nelle città del nord della Siria; quattro in Svezia; quattro in Australia. Un uomo è finito nella città russa di Krasnoyarsk. Una donna vive in Canada, un’altra in Norvegia. Cosa succede quando un intero villaggio, che rappresenta un popolo e una religione, scompare? E cosa succede a una civiltà bimillenaria quando questi svuotamenti di villaggi e comunità si ripetono giorno dopo giorno? E cosa succede alla nostra di civiltà quando, di fronte a questo martirio, si droga di comfort e se ne frega dei propri fratelli di cultura?

Elena Maulini