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Dalla secessione al sovranismo: la parabola della Lega Nord

Redazione di Redazione, in Politica, del

La Lega Nord creata da Bossi è ormai sulla via del tramonto. La mutazione genetica impressale da Matteo Salvini sembra ormai essersi compiuta se, come sembra, al raduno di Pontida del 17 settembre la parola “Nord” scomparirà dal suo simbolo. Questa scelta è la ratifica definitiva delle decisioni prese da Salvini durante la sua segreteria, avviatasi dopo l’insuccesso elettorale del febbraio 2013.
La Lega, sotta la guida di Salvini si è progressivamente trasformata in un partito populista-sovranista euroscettico, distaccandosi nettamente dalle sue origini etno-regionalistiche e federalistiche.
Per capire la portata del cambiamento avvenuto nel Carroccio è necessario ritornare alla Lega Lombarda, cioè alla Lega delle origini che riesce a federare tutte le formazioni di stampo localistico nate nel corso degli anni Ottanta (Liga Veneta e Piemònt Autonomista su tutte). Proprio in questo decennio la crisi dei partiti tradizionali (Dc, Pci e Psi) raggiunge il suo apice e il malcontento verso la partitocrazia dilaga: la crescita dell’astensionismo e il voto a favore di nuove formazioni politiche ne sono la manifestazione plastica.

L’inefficienza governativa di Dc e Psi, insomma, risveglia il sentimento autonomistico di alcune regioni del Nord Italia. Viene così alla luce una questione settentrionale che convoglia gran parte del malcontento del Nord causato degli sprechi e dalle clientele di “Roma ladrona”, che gravano sulle tasche dei contribuenti settentrionali. L’intuizione di Bossi consiste nel fornire alle istanze regionalistiche delle varie leghe un collante di tipo populistico che si manifesta tramite uno spiccato antipartitismo e un radicale rifiuto del centralismo romano. Bossi riesce così a fare breccia nel cuore del Veneto bianco, nella terza Italia costellata da piccoli imprese fiaccate da uno Stato inefficiente ed oppressivo, ma anche tra i cittadini comuni grazie al suo linguaggio schietto, ai limiti del becero. Il Senatur riesce ad interpretare un sentimento diffuso e a condurlo nell’alveo leghista coniugando una protesta fiscale non priva di fondamento ad istanze più populistiche come l’antimeridionalismo.

La Lega delle origini si costruisce dunque come partito antisistema che, grazie alle intuizioni di Bossi, riesce a far coincidere l’antipartitismo con l’antimeridionalismo, identificando il Sud come il luogo in cui regnano l’assistenzialismo, lo spreco e gli elementi più deteriori della partitocrazia. Insomma, nell’antimeridionalismo convivono la protesta antipartitocratica, la protesta fiscale e una certa dose di xenofonobia. Il populismo e il carisma di Bossi fanno da collante a tutto ciò.
Nonostante il rapporto conflittuale con Berlusconi, le istanze leghiste rimangono sempre le stesse nel corso del tempo: federalismo, riduzione delle imposte, autonomia da Roma. Questi temi permangono al centro dell’agenda politica per tutti gli anni Novanta e per il primo decennio del Duemila.

Con l’elezione di Salvini, invece, la Lega ha cambiato notevolmente rotta, anche per quanto concerne la sua strategia comunicativa. Se da sempre gli slogan riguardavano la primazia del Nord (“Roma ladrona la Lega non perdona” oppure il più recente “Prima il Nord”), con Salvini gli slogan si nazionalizzano nel senso che si estendono ai temi nazionali, come evidenziato dal “Prima gli italiani” che spesso si accompagna ai post antiimmigrati del segretario leghista.
Salvini, in effetti, ha provato a garantire un ruolo su scala nazionale alla Lega Nord, cercando di radicare il partito nel Sud Italia, fondando Noi con Salvini. Non solo, il giovane segretario si è anche avvicinato ai partiti nazionalisti, o meglio sovranisti, ed euroscettici stringendo un’importante alleanza con Marine Le Pen, leader del Front National. La scelta del neosegretario, insomma, può essere letta come un progressivo snaturamento del partito fondato da Umberto Bossi. L’alleanza con un partito come il Front national chiarisce perfettamente la mutazione genetica in corso nella Lega: allerarsi con un partito nazional-sovranista significa rinnegare le istanze federaliste e separatiste della Lega delle origini.
Questo mutamento può essere letto anche storicamente in quanto la Lega di Bossi si era sempre trovata in conflitto con il Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale per le diverse concezioni politiche riguardanti l’unità dello Stato (si veda la continua conflittualità tra i due partiti durante il primo governo Berlusconi). Al contrario Salvini è ormai un fedele alleato di Fratelli d’Italia (evoluzione di An), segno che il partito leghista ha ormai una vocazione nazionale, o meglio nazionalistica.

La Lega 2.0 può diventare un grave problema per la coalizione del centrodestra, sia per le aspirazioni di Salvini (alcuni manifesti recitano “Salvini premier”), sia perché snaturerebbe un’alleanza che regge dal 1994 – escluse le politiche del 1996 in cui la Lega corse da sola. Indubbiamente una Lega a vocazione nazionale contenderebbe a Forza Italia il ruolo di perno della coalizione di centrodestra e porterebbe ad un grave conflitto i due partiti, anche per la guida di un eventuale esecutivo.
Solo la futura campagna elettorale e le elezioni del febbraio 2018 potranno rivelare se questo mutamento gioverà al centrodestra, o se, al contrario, lo farà regredire.

Martino Loiacono
Redazione

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