Citati (Centro Studi Machiavelli): “La Lega sarà un partito di centro”

di Francesco Giubilei
17 Aprile 2019

In qualità di rappresentante e co-fondatore del Centro Studi Machiavelli, Dario Citati ha rilasciato a Nazione Futura un’intervista esclusiva sull’origine e sulla direzione del progetto politico della Lega di Matteo Salvini.

  • Nel suo studio, «Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano». La Lega tra storia e futuro, pubblicato come dossier n. 15 del Centro Machiavelli di Studi Politici e Strategici, ha affrontato il progetto della Lega italiana già dal Risorgimento. Ci può sintetizzare le origini di questo progetto?

Nel linguaggio comune, la Lega è semplicemente un partito autonomista del Nord che da poco si è trasformato in partito nazionale. In realtà, ben prima della «Lega Nord», nella storia italiana il concetto politico di Lega ha rappresentato un grandioso progetto, allo stesso tempo nazionale e federalista, che se fosse andato in porto avrebbe potuto consegnarci un Paese diverso: un’Italia fatta di governi locali fortemente autonomi e paradossalmente proprio per questo molto più coesa. Sino alla Prima guerra d’indipendenza (1848) molti illustri patrioti italiani – di cui fornisco un’ampia rassegna nel mio studio – sostenevano infatti che il miglior modo di assicurare indipendenza e sovranità alla nostra penisola non fosse l’unificazione in un solo Stato, bensì una Confederazione fra gli Stati allora esistenti: appunto la Lega italiana. Esempi riusciti in tal senso non mancavano, basti pensare alla Svizzera, agli Stati Uniti d’America o a quella che era all’epoca la Confederazione Germanica. Ispirato alla Lega Lombarda dei Comuni medievali, che appunto «legandosi» avevano sconfitto l’impero germanico nella battaglia di Legnano, il progetto di Lega italiana estendeva il mito del Carroccio a tutta la penisola. Esso era infatti appoggiato da Nord a Sud e da autori di ogni orientamento politico: monarchici, repubblicani, democratici radicali, legittimisti, conservatori liberali, nonché dalla stessa Chiesa cattolica come istituzione (Papa Pio IX fu il promotore della Lega Doganale, che della Lega o Confederazione politica doveva essere il preludio). A mio parere, questa Lega italiana rappresentava l’unica idea nazionale credibile per un Paese plurale come il nostro, appunto perché riconosceva l’esistenza di una nazione italiana composta però da irriducibili identità culturali e da consuetudini amministrative che la Confederazione avrebbe difeso e valorizzato. L’Unità d’Italia, realizzata con la conquista militare di un Regno contro gli altri, purtroppo ha invece negato e schiacciato questa nostra italianità plurale, generando un moto di rigetto verso lo Stato unitario e centralizzato che dura sino ad oggi. È questo il peccato originale che spiega, io credo, lo scarso senso delle istituzioni, il disfattismo e il debole senso di unità nazionale di cui disgraziatamente noi Italiani spesso diamo prova. E va anche ricordato che il federalismo – cioè la richiesta di maggiori autonomie che ancora oggi istintivamente viene associato alle regioni del Nord – in realtà è nato nel Mezzogiorno grazie al contributo degli autori meridionalisti, consapevoli di quanto la riscossa del Sud potesse avvenire solo rafforzando le autonomie e i governi locali e non certo con l’assistenzialismo. Sono convinto che tutto questo passato costituisca un ricchissimo patrimonio di idee, di storia e di cultura politica da recuperare e attualizzare per la Lega di oggi. La svolta nazionale impressa da Matteo Salvini può infatti andare bene al di là di una tattica contingente di partito e realizzare un’opera di grande sintesi politica. Se proiettata con successo sul lungo periodo, questa Lega nazionale può ricucire molte ferite del nostro passato, riconciliando il Nord e il Sud in nome della nostra stessa storia e riscoprendo quel patriottismo «nazional-federale» per cui l’orgoglio di essere Italiani proviene proprio dal fatto di essere prima di tutto Lombardi, Veneti, Umbri, Pugliesi, Siciliani e così via. Esattamente come ritenevano i patrioti «leghisti» che volevano costruire un’Italia confederale e come, dall’Unità a oggi, hanno sostenuto i federalisti del Nord e del Sud.

  • Quali sono stati i principali passaggi che hanno portato la Lega da un partito regionale a diventare una forza nazionale?

Da un lato la crisi profonda del globalismo e della governance sovranazionale (ONU, UE) che ha portato a una rivalutazione dei concetti di Stato e sovranità; dall’altro l’appiattimento sul politicamente corretto nell’offerta politica degli altri partiti. La mia chiave interpretativa è che il sovranismo della Lega sia uno sviluppo del federalismo, o che quantomeno tale debba sforzarsi di essere. Lo Stato nazionale che la Lega oggi difende deve essere uno strumento, non un fine; esso deve servire ad affermare quei diritti usurpati o limitati dai poteri sovranazionali, senza diventare un feticcio. Il motto «Prima gli italiani» non esclude, ma al contrario implica, una riforma federalista dello Stato nazionale: ad esempio, sarebbe una contraddizione in termini combattere il centralismo burocratico e il vincolo esterno dell’Unione Europea per poi adottare politiche centralistiche e statalistiche sul piano nazionale italiano. Se dunque la Lega si trasformerà in un partito di destra «classico», nazionalista e statalista, fallirà in questa svolta nazionale (che d’altronde non è affatto completata perché si fonda ancora sull’onda lunga della protesta popolare più che su una cultura politica e di governo consolidata). La Lega sarà invece veramente nazionale se, ponendosi come forza di governo per un lungo periodo, riuscirà a riequilibrare il rapporto tra Stato e società italiana. Un’Italia federalista e decentrata al proprio interno, con uno Stato leggero che lascia molti poteri agli enti locali e molto spazio ai corpi intermedi, ma che è capace di perseguire l’interesse nazionale all’esterno perché forte e potenziato nei suoi settori strategici: sicurezza, esteri, difesa, politiche di bilancio. Per raggiungere questo risultato, da un lato occorrerà portare al Sud l’amministrazione locale virtuosa di cui la Lega ha già dato prova al Nord; dall’altro la maturazione del partito dovrà giungere alla comprensione che in pochi, precisi e limitati ambiti è invece necessario uno Stato forte e strutturato (su tutti la politica estera e di difesa). Federalismo interno e sovranismo esterno sono i due obiettivi che a mio parere possono garantire il carattere innovativo e duraturo della proposta politica della Lega.

  • Quanto ha influito in questo passaggio il ruolo di Matteo Salvini?

Decisivo è dire poco. Il suo successo è un grande esempio di perseveranza umana e politica. Penso alla battaglia contro la riforma Fornero, che è stata il suo più importante campo di lotta (molto prima dei temi dell’immigrazione e della sicurezza) in cui Salvini ha combatutto per anni in modo solitario e ostinato da piccola forza d’opposizione sino all’approvazione di Quota 100 al governo. Governare senza mai perdere il contatto con il Paese reale, apprendere le logiche delle istituzioni conservando sempre la genuinità che lo contraddistingue saranno le chiavi per mantenere il suo ruolo di leader carismatico nel partito e nel Paese.

  • Cosa rimane nella Lega di oggi della vecchia Lega Nord di Bossi?

Auspico che restino le sue cose migliori: la disciplina e la capacità organizzativa di partito, l’idea quasi ancora novecentesca di militanza e di radicamento sui territori, la sacrosanta battaglia per il federalismo e per le autonomie locali. Quello che occorre lasciare alle spalle è invece sicuramente il secessionismo (che è una estremizzazione del federalismo) e ovviamente i pregiudizi negativi nei confronti di altre regioni d’Italia.

  • A suo giudizio la Lega si può definire un partito di destra?

Sicuramente sì nel senso culturale del termine, se per destra intendiamo i valori culturali classici di Dio, Patria, famiglia così tanto vituperati oggi. D’altro canto, poiché «sinistra» significa ormai essenzialmente essere favorevoli all’immigrazione di massa e ultraprogressisti sui diritti civili, culturalmente la Lega è all’opposto ed esprime una sensibilità certamente conservatrice e di destra. Da un punto di vista più propriamente politico – relativo cioè alla rappresentanza delle categorie sociali e alla ricerca di nuovi spazi di consenso e legittimità – per quanto paradossale possa apparire direi piuttosto che la Lega si avvia ad essere un partito di centro. Lo slogan «la rivoluzione del buonsenso» sintetizza bene tale vocazione centrista: quella di essere un partito interclassista, che vuole parlare ai cittadini del Nord e del Sud, ai dipendenti pubblici e a quelli privati, ai rappresentanti degli ordini professionali e alle imprese, alle famiglie e ai single, agli uomini e alle donne, ai giovani e agli anziani. La trasversalità della sua offerta politica, che pretende di essere appunto di «buonsenso», affianca battaglie sociali un tempo nel raggio d’azione dei sindacati e delle sinistre (Quota 100), ma anche temi e proposte che fanno breccia nell’elettorato di destra e centrodestra (controllo dell’immigrazione, legittima difesa).

  • La Lega è più un partito populista o sovranista? O entrambe le cose?

Direi nessuna delle due se populismo significa antipolitica e sovranismo ritorno al vecchio Stato nazionale otto-novecentesco; direi entrambe le cose se invece con «populismo» si intende la volontà di riavvicinare le masse ai rappresentanti eletti e con «sovranismo» si intende il primato della politica sulla burocrazia e sull’economia. Io preferisco sempre parlare di uno sviluppo sovranista del federalismo – tale almeno è l’auspicio e il mio suggerimento – perché alla base di entrambi c’è l’esigenza di avvicinare il potere al cittadino, di responsabilizzare e controllare la classe dirigente, di garantire sempre la dimensione democratica del processo decisionale. Quella stessa «politica dal basso» che il federalismo esercita verso lo Stato centrale contestandone abusi e malfunzionamenti, il sovranismo la esercita nei confronti delle istituzioni sovra-nazionali. Il sovranismo non deve certo puntare ad eliminare gli organismi sovranazionali, bensì deve esprimere la legittima richiesta di maggiore sovranità e maggiore libertà degli Stati all’interno di essi; esattamente come il giusto federalismo non è secessionismo, ma richiesta di maggiore autonomia degli enti locali all’interno del singolo Stato. Se la Lega evolverà nel senso da me auspicato, si svilupperà come un partito molto patriottico ma antistatalista, laico anche se ricco di riferimenti ai valori religiosi, conservatore sui temi etici ma con dei tratti libertari in materia di fisco, burocrazia e amministrazione. Un soggetto politico più simile ai Repubblicani statunitensi o al Likud israeliano che a un partito di destra classico dell’Europa continentale.

  • Pensa che la Lega possa compiere un ulteriore passaggio riuscendo dove hanno fallito Renzi e Berlusconi e diventando il partito della nazione con un consenso superiore al 40%?

È questa la grande scommessa della Lega. Per vincerla è indispensabile selezionare, formare e strutturare una classe dirigente all’altezza di questa ambizione. L’aspetto pragmatico e quello culturale devono andare di pari passo. Prendiamo ancora l’allargamento al Centro-Sud: su cosa si fonderà negli anni a venire il senso di appartenenza di un leghista dell’Abruzzo, delle Marche, della Calabria o della Sardegna? In un primo momento, ha senz’altro giocato il bisogno di sicurezza, di stabilità e di buonsenso così bene espresso e interpretato da Salvini. Ma è fisiologico che prima o poi la parabola del consenso e l’entusiasmo popolare possano scendere, anche in modo brusco e improvviso, ed è allora che si vedrà quanto il partito sarà riuscito a strutturarsi e a radicarsi. La Lega sarà un partito nazionale forte quando dal basso, dai territori, confluiranno le tradizioni federaliste e autonomiste del Sud e proposte politiche concrete in grado di conciliare i diritti sociali e i valori conservatori, perché questa è risultata essere la combinazione vincente. Per essere il partito della nazione e del buonsenso occorre creare una cultura politica e una visione di ampio respiro che al momento sono ancora a uno stadio liminale, ma da cui in ultima analisi dipenderà l’esito e l’esistenza stessa di questo progetto politico.

  • Quale pensa sarà il risultato alle elezioni europee? Nel Parlamento europee ci sarà una maggioranza sovranista?

I partiti sovranisti hanno differenze di impostazione e di visione su temi anche importanti, ma soprattutto un peso elettorale non uniforme nei diversi Paesi europei. Una maggioranza sovranista appare quindi allo stato attuale improbabile, ma ciò che può accadere è un vero ricambio, anche generazionale, di una gran parte degli europarlamentari. Come le elezioni italiane del 4 marzo sono state l’avvio di una fase nuova della politica italiana, così quelle europee possono essere innescare un processo di cambiamento, in cui molti totem e tabù dell’Unione Europea vengano messi in discussione e nuove parole d’ordine si facciano strada nel lessico politico.