Nuovo attentato, vecchi gessetti.

di Luigi Iannone
21 Aprile 2017

L’Isis colpisce per l’ennesima volta la Francia e dinnanzi agli occhi si riavvolge la pellicola di un film già visto. Un uomo ha ammazzato un poliziotto e ne ha feriti altri due probabilmente godendo della complicità di un jihadista arrivato dal Belgio. È andata meglio delle altre volte. Tutto qui! Perché oramai siamo alla consuetudine, alla routine diventata familiare. La roulette russa che Michael Cimino immortalò in un suo bel film (Il cacciatore) è la sfida quotidiana di ogni popolo europeo. Ieri è toccato alla Francia, facciamo dunque un sospiro di sollievo e andiamo avanti. E invece avanti non si dovrebbe andare. Questo è un segnale tragicamente desolante di mancanza non tanto di rancore o revanchismo identitario pronto a trasformarsi in ‘caccia al musulmano’ ma di ogni seppur minimo sussulto di indignazione che copra qualsiasi altra notizia e impellenza individuale o collettiva e ci imponga nuove priorità.

Certo, non mancano commenti di risentimento e di sdegno. Poi siamo oltremodo sicuri che nei prossimi giorni sventoleranno tricolori francesi ‘a go-go’ e mostreremo tutta la nostra fraterna solidarietà a quel popolo, magari con gessetti colorati, candele ed oggettistica varia. C’è tuttavia un non detto che è però chiaro. Assuefazione e conformismo stanno progressivamente prendendo il posto del legittimo allarmismo che aveva agitato l’intera Europa all’inizio di questa vicenda intrisa di terrore e sangue, religione e follia. Perché si discute in maniera anche animata ma, in fin dei conti, da domani volteremo pagina e parleremo di elezioni, del campionato di calcio o magari delle intemerate di Trump e del tiranno coreano.

Eppure nel marasma mieloso dei commenti di riprovazione e delle immagini post-attentato c’è qualcosa nella routine che non va perso.

In primo luogo, si sta alimentando a dismisura lo sciocchezzaio mediatico sul presunto o reale ‘favore’ che simili atti compiuti all’epilogo di una animata campagna elettorale porterebbero a Marine Le Pen. Proprio perché divenuta usuale e orrida consuetudine, ritengo invece difficile pensare ad uno spostamento delle masse elettorali in favore di un partito, tantomeno del Fronte Nazionale. Anzi, nelle democrazie occidentali, ed in Italia ne abbiamo riprova dagli anni settanta, quando ‘il gioco si fa duro’ e la violenza investe la quotidianità, a guadagnarci sono i partiti moderati. E oltretutto, con questa linea interpretativa avremmo la riprova che per debellare o contenere il pericolo terroristico si debba votare un unico partito (Fronte National). Per i soloni democratici sarebbe una ‘contraddizione in termini’ visto che se nei momenti di forte crisi un popolo si indirizza verso uno specifico partito, questa cosa oltre alle mille altre deduzioni possibili, vincolerebbe ad una conclusione obbligatoria: vale a dire, tutte le formazioni politiche sarebbero poco affidabili quando il contesto si fa pericoloso, tranne una.

In secondo luogo, suona strano che per l’ennesima volta ci venga detto che l’attentatore fosse conosciuto dai ‘servizi di intelligence’. Credo che per le autorità pubbliche ciò costituisca un vanto; vale a dire, comprovare a tutti i cittadini che la situazione generale è tenuta sotto controllo e il circolo delle informative personali funziona, ed anche piuttosto bene. Al contrario, si deve invece ritenere che, fatte salve ipotesi complottistiche sulle quali non vale pena soffermarci, saltano agli occhi colossali inefficienze dei servizi segreti e della Polizia che, a questo punto, lasciano aperti per il futuro interrogativi inquietanti.

In ultimo, la riflessione non può che cadere sull’immagine simbolo. Ogni attentato sta trascinando con sé una foto, una istantanea di un momento che immortala ed eternizza l’evento. Dalle torri gemelle in poi, ogni singolo fatto di sangue lo abbiamo impresso nella memoria grazie ad un ‘click’ prodotto da un fotografo professionista o più frequentemente da un passante. Questa volta tocca ai turisti immortalati nei negozi più chic degli Champs-Élysées; immobili, impietriti dal terrore e con le braccia alzate al cielo. Supplicanti la pietà del nemico, forse in preda all’ultima brevissima preghiera. Già si leggono commenti compassionevoli e a dir poco svenevoli. E forse, in parte, è pure giusto accodarsi alla pietà verso persone che hanno vissuto attimi terribili. Ciò nonostante quella non è solo rappresentazione di una paura tutta umana ma anche l’immagine plastica di una Europa inerme, arresasi ad un nemico indefinibile perché priva di ogni difesa identitaria.