Da Anno Zero della politica a occasione persa: 1993, un esempio da non seguire

di Pierfrancesco Malu
19 Maggio 2017

Una recente serie televisiva definisce il 1993 “l’anno del giudizio”, l’anno in cui si è verificata la fine del mondo (politico) conosciuto e che, a cavallo col 1994, ha condotto alla nascita di un nuovo “ordine politico” dando vita alla cosiddetta Seconda Repubblica. In un precedente articolo già era stato espresso il punto di vista secondo il quale in oltre ventiquattro anni di storia politica ed istituzionale ben poco era in realtà cambiato, dal momento che ci troviamo ora a vivere una situazione di decadenza civica e morale (forse) più profonda di quella che tragicamente ci aveva coinvolto in quei frenetici mesi.

È abbastanza comune affermare che le colpe dei padri ricadano sui propri figli. In questo modo, (giustamente) si sottolinea il fatto che ogni epoca e ogni persona sia strettamente connessa alle azioni della precedente e che la propria eredità necessariamente condiziona le azioni di chi verrà in seguito, procedendo così a perpetuare un ciclo della vita politica del Paese che però tende sempre più ad arricciarsi su se tesso. Stabilito, infatti, questo assioma che appare per lo più frutto della logica e del buon senso (se non talvolta del diritto), troppo spesso viene però utilizzato come una sorta di “scaricabarile” generazionale in cui nessuno, mai, è davvero responsabile della propria condotta dovendo costantemente rifarsi all’eredità che pur, è vero, lo condiziona. In Italia, manca in realtà da sempre la capacità di effettuare delle cesure, nette e definite, che siano in grado di stabilire (non solo formalmente) il vero e proprio passaggio da un’epoca all’altra così come da una “tradizione politica” all’altra. Sostanzialmente, non siamo abbastanza bravi a fare i conti con la nostra storia, mentre siamo bravissimi a ritinteggiare la facciata della stessa facendo passare il vecchio per il nuovo, continuando a perseverare le azioni di quel circolo politico che ci hanno portato sulle soglie del baratro.

Gli avvenimenti (politici forse ancor prima che giudiziari) dell’inizio degli anni Novanta sono stati per noi un’opportunità di rinnovamento mancata, una possibilità irrimediabilmente perduta con cui ora stiamo facendo inevitabilmente i conti. Perchè i nodi vengono sempre al pettine e non si può mai sfuggire alle nostre responsabilità. In quel tempo, ci siamo preoccupati (non senza ragione) di salvare quel che restava di una res-publica prima ancora di una Repubblica morente senza però riuscire o, almeno, tentare fino in fondo a rinnovarla per garantirne la sostenibilità nel lungo periodo, finendo in fin troppi casi con lo spartirsi le spoglie di ciò che ne rimaneva.

Forse è un ragionamento da millenial (pur non essendolo propriamente), ma la classe politica e dirigente del tempo è probabilmente la principale responsabile di quella famosa occasione mancata cui si accennava. Non è mancato loro solo il coraggio, molto più spesso è mancata la vera volontà riformatrice in grado di rilanciare un Paese che usciva dalle macerie della politica, ponendo però così le basi per la crisi civica e morale che stiamo vivendo negli ultimi anni. La nostra attuale condizione (in assenza di una netta frattura temporale) è la conseguenza dell’evoluzione delle scelte politiche di allora; della mancanza di coraggio nell’operare scelte dure, impopolari ma capaci di garantire il benessere futuro dei cittadini. Tornando quindi al discorso iniziale, e volendo evitare in ogni caso quella sindrome dello “scaricabarile” che tanto male ha fatto alle nostre classi dirigenti, è vero probabilmente che queste erano più colte, più preparate, più professionalmente pronte rispetto alle attuali che sempre più assomigliano ad un’armata Brancaleone che cerca, tuttavia, di barcamenarsi (spesso sbagliando) nei vari gorghi della politica e dell’amministrazione. Ma, proprio in virtù della loro maggiore e migliore preparazione e predisposizione (che ora li conduce a giudicare le nuove classi esimendosi da ogni responsabilità pregressa), sono da considerarsi ancor più responsabili dell’eredità lasciata a queste ultime.

Ora, però, nonostante tutto, dobbiamo interpretare questo momento di grave e diffusa crisi e debolezza come una nuova possibilità di rinascita e rilancio, senza farci sfuggire quell’occasione che già una volta abbiamo avuto. Buoni o cattivi che siano, i recenti movimenti popolari, civili e pubblici dimostrano che vi è ancora qualcosa che si muove in Italia, dobbiamo solo non girarci dall’altra parte ed agire. Per riuscirci, però, non deve mancare (almeno questo) il coraggio alle già povere attuali classi dirigenti, che si devono dimostrare quantomeno più illuminate delle precedenti andando alla ricerca di una soluzione per il rilancio del Paese che sia sostenibile negli anni a venire. Come da più parti riconosciuto, stiamo vivendo la più grave crisi della nostra storia per quanto riguarda la politica e la qualità delle classi dirigenti (che troppo spesso dimenticano di essere tali, volendo ricevere solo gli onori e fuggendo gli oneri del proprio ruolo), ma ciò non vuol dire che la politica e il Paese siano morti, anzi. L’Italia è ancora ricchissima di enormi risorse culturali, intellettive, civiche e sociali che emergono come lodevoli eccellenze anche in un marasma di piatta tristezza come quello che ci circonda. L’Italia è depressa ma è viva e già questa è una notizia: ora bisogna però reagire e ripartire da qui cercando di non farsi fagocitare dalla “sindrome del Gattopardo” che, stavolta si, minaccia di ucciderci.