Cambiare tutto per non cambiare nulla: Tangentopoli 20 anni dopo

di Pierfrancesco Malu
9 Dicembre 2016

Ripensando all’Italia tra il 1992 e il 1994 e vedendo quella che l’Italia è oggi, sembra quasi di osservare un soggetto affetto dalla sindrome del “Gattopardo”: sostanzialmente, non è cambiato nulla in un Paese che, invece, avrebbe grande necessità di cambiamenti.

All’epoca di Tangentopoli era emersa una classe politica e una classe imprenditoriale fortemente corrotta, in un primo momento era stato portato a galla dalle indagini un rapporto tra questi due mondi marci fin dalla radice che aveva creato un sistema tanto elusivo della legge e della morale quanto efficace e collaudato. Il sistema di tangenti creato era talmente ben funzionante e consolidato che sarebbe stato impensabile anche solo immaginare che potesse crollare: per ottenere qualsiasi appalto o commessa chiunque doveva mettere in conto di aggiungere una quota per il politico di turno, in un gioco in cui corrotti, corruttori e concussori si scambiavano i ruoli alternandosi in quello di vittima e in quello di carnefice.

Ebbene, stando alle più recenti indagini della magistratura, in cui Mafia Capitale è una delle più eclatanti, e visto il 61° posto ricoperto dall’Italia nella classifica di Transparency International sull’indice della corruzione percepita, sembra davvero che in oltre venti anni ben poco sia cambiato. Il sistema malato che sembrava essere stato sradicato in quei gloriosi giorni del pool di “mani pulite” è tornato, invece, a permeare la vita politica e imprenditoriale del nostro Paese in maniera forse meno sistematica e organizzata di prima ma non certo meno pericolosa ed efficace. Anzi, forse il fatto che ai tempi il sistema fosse in qualche modo codificato, lo rendeva regolamentato e controllabile dall’interno, mentre ora è ancor più fuori controllo e, se possibile, ancora più pericoloso.

Dello spirito di quei tempi, però, non è rimasto solamente lo sgradevole odore di corruzione che impregna ogni attività ma anche la politica e l’economia sembrano non essersi granché destate. Il 1992 era stato un anno terribile anche per altri motivi. Era stato quello di una delle più profonde crisi economico-finanziarie che ci abbiano mai coinvolti, un po’ come sta ancora succedendo attualmente, con l’Italia coinvolta nella peggiore crisi economica dal 1929 in poi. Allo stesso modo, anche la politica non viveva, e non vive, il suo punto più alto. Tra il 1992 e il 1994 abbiamo assistito alla fine del sistema politico e partitico che aveva governato l’Italia fin dal 1946, un sistema dopato, si potrebbe dire, per moltissimi aspetti, ma che aveva comunque permesso all’Italia di crescere e diventare un Paese florido e democratico. In quei mesi, l’intera politica stava per essere spazzata via, tanto che il semplice passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad uno prettamente maggioritario per le elezioni politiche è stato indicato come il punto di passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica. Due periodi completamente diversi tra di loro ma simili per le conseguenze che ancora oggi osserviamo. In quel biennio, partiti che fino a quel momento erano marginali (MSI e Lega soprattutto) stavano per prendere il sopravvento, mentre gli altri che avevano dominato ininterrottamente la scena politica stavano per scomparire. Così come il M5S di oggi, entrava in Parlamento la Lega Nord che al grido di “tutti a casa” e “Roma ladrona” rappresentava l’elemento di maggiore rottura con la politica tradizionale. Così come allora, entrambi questi movimenti sono (almeno alle origini) sostanzialmente anti-sistema e desiderosi di frantumarlo contrapponendosi alla concezione più tradizionale del fare politica, salvo poi scoprirsi più inseriti nel sistema di quanto non loro stessi fossero in grado di immaginare.

Grazie anche a Berlusconi, la Lega è diventata partito di Governo, passando in breve tempo ad essere pienamente integrata nel sistema politico nazionale, fino ad attenuare sempre più i toni e i riferimenti a secessione e indipendenza della Padania. Vedremo cosa sarà ora del M5S, visto che non ha ancora conquistato il potere e che lo gestirebbe certamente in maniera più autonoma di quanto abbia mai potuto fare la Lega in passato.

In questo quadro di ricorsi e parallelismi storici, rimane ancora vuota la casella di quello che è stato a tutti gli effetti il vero e, quasi unico, protagonista della politica italiana della Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi. L’uomo che nel 1994 ha dato la definitiva spallata al sistema politico italiano preesistente vincendo le elezioni con un partito che veniva dal nulla, nella politica attuale non trova alcun emule, nemmeno in sé stesso. E, nonostante i tentativi fatti, il ruolo del Berlusconi e della rivoluzione liberale del 1994 non può esser attribuito a quel Matteo Renzi cui mancano tutte le caratteristiche personali e le condizioni di partito e imprenditoriali per esserlo. Questo è forse l’elemento di distacco tra le due epoche in una condizione che sarebbe altrimenti quasi perfettamente ricalcabile. Nel bene e nel male, Berlusconi è stato un soggetto equilibratore (pur nei suoi eccessi) della politica italiana, capace di governare le spinte anti sistema e di inserirle in un contesto istituzionalizzato tanto da renderle parte stesse delle Istituzioni. Attualmente, invece, in mancanza di un soggetto in grado di operare con le stesse caratteristiche, ci troviamo in balia degli umori e dei possibili cambiamenti che una classe dirigente nuova, impreparata ed inaffidabile ci può sempre riservare, senza che noi possiamo fare nulla per opporci, nonostante l’illusione di controllo che dalla rete di internet si espande verso la politica.