Alfano fa lo sciacallo con il terremoto: il triste epilogo di un politico inadatto

di Daniele Dell'Orco
2 Novembre 2016

È stato per anni un enfant prodige della politica italiana. Eletto deputato a 25 anni, Ministro della Giustizia a 37. Angelino Alfano era considerato ai tempi come il più degno erede di Silvio Berlusconi e di quel Popolo della Libertà di cui è stato l’unico segretario nazionale. Persino dopo il suo voltafaccia al Cav c’era chi, preso dall’incredulità, provò a credere che il suo tentativo di ritagliarsi uno spazio da “cane sciolto” per poi avvicinarsi man mano sempre alle forze governative di centro-sinistra, fosse un modo per recitare la parte del Cavallo di Troia.

La spiegazione, invece, era molto più semplice: Icaro ha provato a volare da solo un po’ troppo vicino al sole. Ma, anziché cadere nel vuoto, si è adagiato su una comoda poltrona offerta dai nuovi vincitori. Una parabola politica fin troppo triste, sancita da un elettorato che in quel progetto del Nuovo Centro-Destra non ha mai creduto. Allora, trasformismo per trasformismo, tanto vale nascondersi dietro la “scusa” del governo di larghe intese per potersi progressivamente conquistare, dall’interno, un futuro anche dopo le elezioni. Perché, derive autoritarie a parte, in questo Paese prima o poi si dovrà pur tornare a votare. E allora, Angelino Alfano, non avrà più scampo. 

Intanto, da Ministro dell’Interno del governo Renzi, sta provando in tutti i modi a tenere insieme i pezzi, e cercare di evitare un oblio politico che, per quello che era l’aspirante delfino di uno dei maggiori partiti di massa del Dopoguerra, sa tanto di beffa. L’ultima piroetta, da acceso sostenitore del Sì al referendum, l’ha fatta nel modo più misero, cavalcando la tragedia del terremoto per “aprire” all’ipotesi di un rinvio del voto. Un modo per guadagnare tempo, visto che la campagna per il Sì stenta a decollare, e un modo magari per poter escogitare qualche altro contentino politico da elargire per potersi mostrare come un governo vicino ai cittadini. “Noi non abbiamo chiesto nessun rinvio – ci tiene a precisare – qualora una parte dell’opposizione fosse disponibile a valutare una ipotesi di questo genere, io sono convinto che sarebbe un gesto da prendere in altissima considerazione”.

Un tema che per ora nell’agenda politica nemmeno c’è, e che lo stesso Renzi ha definito “boutade giornalistica”. Angelino, però, parla da Ministro, e per mascherare il solito secondo fine, cita l’esempio del suo mentore: “Ritengo che la cultura di governo e la posizione politica di un movimento come Forza Italia che sta nel Partito Popolare Europeo e che è guidato da qualcuno che ha dovuto subire anche dei terremoti durante la propria gestione del Paese, mi riferisco a Berlusconi e L’Aquila, conosca bene quanto diventi indispensabile recarsi sui luoghi del sisma, e quanto anche dal punto di vista dello spirito pubblico diventi difficile una campagna elettorale che separa un Paese che invece ha bisogno di essere unito”.

Siccome il 4 dicembre potrebbero cambiare le sorti del paese, ma soprattutto potrebbe consolidarsi uno scenario politico così variegato da poter riportare in auge logiche da Dc che ad Alfano piacciono tanto, e in cui troverebbe tutto lo spazio del mondo, la vittoria del Sì al momento è uno spartiacque troppo importante. Tuttavia, se dovesse vincere in No, dovrebbe comunque essere pronto un piano B. Tipo portarsi sul carro proprio Berlusconi: “Può aiutare il Paese a salvarsi da Grillo”. Così sostiene nel libro di Bruno Vespa C’eravamo tanto amati. Una storia del costume italiano, in uscita il 4 novembre per Mondadori. “Un leader si qualifica non solo per quello che fa, ma anche per quello che riesce a impedire. Ha impedito l’arrivo dei comunisti del 1994, può impedire l’arrivo di Grillo oggi. Berlusconi dovrebbe dire con chiarezza che c’è uno spazio per riaggregare un’area moderata in competizione con la sinistra riformatrice guidata da Renzi e alternativa agli estremismi di Grillo e Salvini”. Il suo obiettivo è una nuova alleanza con Berlusconi alternativa a Renzi?, chiede Vespa. “Sì – risponde il leader di Area Popolare -. Occorre creare un’aggregazione moderata come esiste in Francia. Poi, se non vinciamo né noi né Renzi si può avviare una collaborazione”.

Il capitolo “reazioni” è quasi totalmente bianco. Forza Italia, così come la Lega, si chiude nel silenzio, non invia alcuna nota di commento alle agenzie e mostra di non credere alle parole del ministro dell’Interno. Informalmente dal quartier generale azzurro anche gli esponenti più moderati liquidano la questione con una scrollata di spalle. D’altronde, tenere i piedi in due scarpe non è poi una mossa così brillante. E aperture del genere mentre si ricoprono incarichi di governo, si invita l’elettorato a votare Sì e si cerca addirittura di convincere Forza Italia a votare la manovra, danno l’idea della statura politica di Alfano.

Invoca il completamento della rivoluzione liberale, che giudica attuata dal governo Renzi. Compie un lungo elenco di obiettivi propri dei moderati, raggiunti ora grazie all’azione del Ncd (o di Area popolare, secondo il momento in cui rilascia una dichiarazione), rivendicata come decisiva. Addirittura asserisce di non sapere che cosa di più avrebbe potuto chiedere a questo esecutivo. Molto semplicemente: Alfano sa di dover fare i conti al proprio interno, quando verrà l’anno nuovo. Ci sarà qualcuno che riterrà durata anche troppo l’emergenza che giustificava la corresponsabilità del Ncd.