Un po’ Forza Italia, un po’ Dc: così Renzi vuole il Partito della Nazione

di Daniele Dell'Orco
13 Ottobre 2016

Era entrato di prepotenza nella scena politica italiana come “rottamatore”. Poi ha scelto di diventare “ricostruttore”. Ora quelli che voleva rottamare vogliono rottamare lui. Matteo Renzi, non è un mistero, aveva minacciato il buon ritiro dalla politica in caso di vittoria del No al referendum. Un all-in pokeristico, nelle sue intenzioni, ma che per la verità suonava un po’ troppo come un “o si gioca con le mie regole o me ne vado”. Ci ha pensato Napolitano, sovrano nell’arte dell’essere politico smaliziato ma dal volto istituzionale, a irretire l’aut-aut del Premier. Un referendum pro o contro Renzi è una strategia sbagliata, perdente in partenza, e per il Presidente emerito il rischio di interrompere il processo di riforma costituzionale cui ha dedicato il suo doppio mandato al Quirinale è troppo grande.

Il fatto però resta, e cioè che il 4 dicembre Renzi vuole mettere un punto e rottamare, ma dall’interno, sedendo sullo scranno più alto. Quando il premier dice che la vittoria del Sì significherebbe cambiamento non mente di certo. Tutto sta nel capire tale cambiamento in cosa consista in realtà. Intanto nell’arringare le folle cercando di instillare un certo senso di colpa in chi vorrebbe votare No, come se il Paese sull’orlo del baratro ce l’avessero messo gli elettori. Una tattica grillina, se vogliamo: “Se voti loro sei complice, poi non lamentarti”. Ecco, i grillini. I veri protagonisti dello scenario che Renzi sta dipingendo mentre invita tutti a guardare il dito, cioè la campagna referendaria, anziché la luna, e cioè quello che nella sua idea deve essere il D-day della Seconda (o Terza?) Repubblica. La minaccia grillina, a cui è stata “consegnata” la città di Roma con delle mosse politiche che D’Alema ha definito “da inserire nel manuale di come non si fa politica”, rischia di dissolversi da sola, com’era previsto da più parti, dal momento che di fronte alla “prova del fare” il M5S si stia mostrando tutt’altro che brillante.

A quel punto, autoindebolito l’avversario più numeroso, il premier potrà sfruttare l’onda lunga di quello sfolgorante trionfo che sarebbe il Sì del 4 dicembre per affermarsi come leader politico dei prossimi 10 anni. Ma di quale partito? Dalla direzione PD si è capito che Renzi voglia battere la minoranza Dem, capitanata da Cuperlo e Speranza, allo stesso modo in cui intende battere i grillini, e cioè tirare un colpo al cerchio e uno alla botte per fare in modo che siano loro, i dissidenti, a togliere il disturbo. Sul carro salirebbero quanti, da destra, occupano ormai da tempo il “blocco del Sì”, come Denis Verdini e i suoi liberali-popolari, o lo stesso Alfano rimasto al timone di un partitino che, quale che sia la prossima legge elettorale, non sarebbe rappresentato in parlamento. A salire sul carrozzone di quello che sarebbe il Partito della Nazione, ci sarebbero poi quanti, specie in Forza Italia, non sono convinti di appoggiare il nuovo corso che intende inaugurare Stefano Parisi. A destra del centro-destra, a quel punto, resterebbero ghettizzati Lega e Fratelli d’Italia, con i vari Brunetta, Gasparri, Quagliariello che metterebbero davvero un punto alla loro carriera politica. Tutti esponenti di un blocco del No che racchiude trasversalmente vecchi fascisti e vecchi comunisti, uniti da un istinto di sopravvivenza contro il nuovo che ormai è già bello che avanzato. All’iniziativa organizzata in tal senso da D’Alema e Quagliariello, c’erano politici della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica di tutto l’arco costituzionale: da Paolo Cirino Pomicino a Pippo Civati, da Gianfranco Fini a Davide Zoggia, da Lucio Malan a Stefano Rodotà, dal leghista Massimiliano Fedriga a Lamberto Dini.

Tutti questi, direttamente o indirettamente, diventerebbero a tutti gli effetti pezzi da museo, sacrificati dalla ventata di cambiamento che anima il Premier. Un cambiamento che si tradurrebbe però non solo nella creazione di un grande polo centrista neo-democristiano, ma anche nella “rivisitazione” di una legge elettorale che rimanda a un nome e un cognome preciso: Sergio Mattarella. Posto che a giorni la Corte costituzionale rispedirà al mittente l’Italicum (che nel 2014 Renzi definiva “invidiabile da tutta Europa”), il Presidente del Consiglio ha già avviato in commissione alla Camera una discussione che preveda quattro possibili punti di cambiamento della legge: su ballottaggio, premio di lista o di coalizione, modalità di elezione dei deputati, e scelta dei senatori del nuovo Senato (adottando in questo caso la proposta di Vannino Chiti). Il piano però è tornare al Mattarellum, la legge elettorale redatta dal Presidente della Repubblica che ha funzionato tra il 1993 e il 2006, con i suoi collegi uninominali e la spinta ad aggregarsi sui candidati più competitivi. L’unica modifica sarebbe l’eliminazione della quota proporzionale. Dal Quirinale di certo approverebbero.