Alessandro Campi: “Grillo e Salvini si coalizzeranno contro i moderati”

di Redazione
23 Gennaio 2017

Provocazione o no, di sicuro fa un certo effetto sentire con maggior insistenza analisi politiche che accostano il Movimento 5 Stelle alla Lega Nord di Salvini. Oltre alle urla anti-sistema, i due movimenti sono sempre apparsi contrapposti sia dal punto di vista programmatico che idealistico. Eppure, Alessandro Campi, Docente di Storia del pensiero politico all’Università di Perugia ed editorialista del Messaggero, ha caldeggiato l’ipotesi di un’alleanza tattica dei due movimenti già in diverse occasioni. Alla redazione del Conservatore ha parlato così:

Lei è stato uno dei primi a teorizzare la possibilità di un’alleanza Grillo-Salvini in un editoriale sul Messaggero. Oggi, poi, ne scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Crede davvero in questa possibilità? 

Io l’ho chiamata la Grande Alleanza Populista. È un’ipotesi certo molto difficile da perseguire politicamente (al di là del fatto che possa essere considerata auspicabile o pericolosa), ma non del tutto irrealistica. I numeri del resto ci dicono che al momento, a giudicare dai sondaggi, i partiti in senso lato populisti, di protesta e antisistema (vale a dire M5S, Lega, Fratelli d’Italia più movimenti e gruppi sparsi) hanno un consenso vicino al 50%. Gli italiani che votano (lasciando dunque da parte il comportamento degli astensionisti, che al momento non si può prevedere) per metà lo fanno contro ciò che definiscono o considerano il Sistema. All’interno del quale, senza distinzioni tra destra e sinistra, stanno tutti gli altri: dal Pd a Forza Italia, dalla sinistra radicale ai centristi di Alfano.

Ci sono dei punti in comune tra i due movimenti?

Sono sempre più accesamente anti-europeisti e contrari all’euro. Criticano la globalizzazione da una prospettiva che viene oggi definita “sovranista”. Hanno un atteggiamento ferocemente critico verso le classi di governo, nazionali ed europee, accusate di manovrare alle spalle del popolo e di fare soltanto gli interessi propri. Usano nella propaganda lo stesso schematismo ideologico: Noi (il Popolo) – Loro (la Casta). Ci sono convergenze negli orientamenti di politica economica: un certo protezionismo, la denuncia della plutocrazia bancaria, la difesa dei piccoli risparmiatori e delle piccole e medie imprese, ecc. Da qualche tempo c’è anche un’interessante convergenza tra le due realtà sul tema dell’immigrazione – da entrambi definita, anche se con accenti diversi, potenzialmente un grande pericolo.

E tra i due leader?

Tra di loro non si sono mai scontrati, se non per il minimo indispensabile. Si riconoscono, a livello internazionale, nelle stesse figure e realtà: Trump, Putin e i vari populismi in lotta contro le oligarchie. Consideriamo anche che sul piano della geografia elettorale tra i due partiti esiste una assai ottimale divisione dei compiti e del lavoro: la Lega è forte e radicata al Nord mentre il M5s è fortissimo nel Sud. Insieme possono dunque catalizzare, su base nazionale, tutto lo spirito di protesta che soffia in questo momento nel Paese. Sono tra l’altro le due formazioni politiche che hanno una base attivistica e militante formata in gran parte da giovani. E che meglio sembrano usare, al limite della spregiudicatezza, le logiche, i codici e i linguaggi della comunicazione politica la più aggressiva e diretta: Salvini impazza sulle televisioni così come i grillini e Grillo monopolizzano il web.

Sul Corriere della Sera di oggi, Matteo Salvini ha dichiarato che l’8 o il 9 aprile si terranno le primarie del centrodestra. Ma come la mettiamo con la contrarietà di Berlusconi?

Salvini mi sembra che abbia chiesto a Berlusconi, come condizione per partecipare alle primarie, di pronunciarsi ufficialmente contro l’Euro. Tanto basta per dire che il Cavaliere difficilmente parteciperà alla contesa. Tra l’altro si conosce la sua contrarietà da sempre a questo strumento, accresciuta dal fatto che non può certo partecipare alle primarie alle condizioni e secondo i tempi dettati dai suoi ex alleati: sarebbe il colpo definitivo alla sua leadership, peraltro già molto traballante.

Sempre a proposito di alleanze, vede possibile un polo moderato con un accordo Renzi-Berlusconi?

Il polo moderato è una cosa, l’accordo Renzi-Berlusconi un’altra. Quest’ultima alleanza, che anche se non formalizzata, esiste de facto (la mia impressione è che sia resistita, sotto traccia, anche alla fine ufficiale del Patto del Nazareno) ha un contenuto che non è solo politico, ma include anche un ambito più strettamente affaristico-imprenditoriale. Nel corso degli ultimi tre anni, per essere più espliciti, Berlusconi – ovvero suoi uomini e rappresentanti – hanno spesso fatto da scudo e sostegno al governo Renzi, ben al di là della rottura che c’è stata tra i due leader. Il Cavaliere ha insomma sacrificato una politica di vera opposizione all’esecutivo in carica alla promessa o all’impegno, da parte di quest’ultimo, a non attaccare il suo impero televisivo. Ciò significa che un accordo tra Renzi e Berlusconi, tra Pd e Forza Italia, difficilmente avrebbe la pregnanza politica della formula della Grande Coalizione adottata in altri Paesi, ad esempio la Germania, come modello consensuale di governo in presenza di una grave impasse istituzionale o economica o, ai giorni nostri, come diga di contenimento contro il montare del populismo. Quella italiana è una “vasta coalizione” viziata, come accennato, da fattori e interessi extra-politici.

Un tema su cui si sta dibattendo molto anche sul nostro sito è la necessità di rinnovamento della classe dirigente del centrodestra. Quali dovrebbero essere i passaggi da fare per realizzare tale cambiamento?

Berlusconi deve definitivamente mollare la presa sul centrodestra e rinunciare alla sua pretesa di esserne ancora e per sempre il leader. È la condizione necessaria per cominciare a ragionare su come formare una nuova classe dirigente. Che in parte (anche se minima) già esiste: basta guardare a certe realtà locali, dove negli ultimi tempi sono emerse figure politicamente interessanti, che potrebbero in prospettiva rappresentare il nuovo nucleo direttivo del fronte conservatore-moderato. Ma al momento costoro non hanno alcuna possibilità di emergere o di venire allo scoperto. Mancano i luoghi dove farlo e soprattutto c’è ancora Berlusconi, per quanto debole e logorato nell’immagine, a fare da tappo.

Come possono cambiare gli equilibri e le alleanze politiche in base alla legge elettorale con la quale si andrà a votare?

La legge elettorale sarà ovviamente decisiva per quel che concerne le possibili alleanze: quelle prima del voto e quelle dopo il voto, in vista cioè della costituzione del governo. L’alleanza tra grillini e leghisti non c’è dubbio, ad esempio, che verrebbe facilitata enormemente da una legge di stampo proporzionale. I due partiti correrebbero ognuno per conto suo, evitando così di stringere un’alleanza elettorale che potrebbe essere poco gradita da pezzi dei rispettivi elettorati, per poi incontrarsi e collaborare – numeri permettendo – in vista del governo. Dopo aver ognuno fatto il pieno dei rispettivi consensi, si unirebbero le forze con l’argomento che, al di là di ogni possibile differenza, non ci si può lasciar scappare l’occasione storica di entrare nella stanza dei bottoni.

Il grande fallimento del centro destra nei vent’anni di governo è stato non aver creato una base culturale al proprio progetto politico. Quali dovrebbero essere i passaggi per dare vita ad iniziative culturali in grado di influenzare e offrire una base ideologica alla politica?

Parlare ancora oggi di ciò che avrebbe dovuto fare il centrodestra per dotarsi di un progetto culturale credibile e dunque di una base di consenso più stabile rischia di essere un amarcord fastidioso e – per chi, come il sottoscritto, ha provato nel corso degli anni a lavorare in questa direzione – persino doloroso. Nel gruppo dirigente del centrodestra, a partire da Berlusconi, non è mai interessato nulla lavorare sulle idee e sui programmi. Basta – così almeno si riteneva – la capacità del leader ad attrarre consensi e a vincere le elezioni. Nemmeno importava più di tanto cosa fare una volta al governo. Il centrodestra italiano è stato il regno dell’improvvisazione. Nulla di stabile si è costruito: una fondazione di studi, un centro ricerche, una rivista, un giornale che non fossero i megafoni del Capo. Naturalmente è finita con l’attuale campo di rovine, destinato purtroppo a durare anni, secondo il pronostico di Indro Montanelli che io per primo – colpevolmente – non ho preso sul serio, immaginando che cultura e politica potessero creativamente convivere all’interno del perimetro politico-partitico disegnato ed egemonizzato dal Cavaliere. Dall’esperienza del bimestrale “Ideazione” a quella della Fondazione Farefuturo non è stato altro, per quello che mi riguarda, che un accumularsi di occasioni mancate e di esperimenti falliti. Per fortuna, mi sono lasciato tutto ciò alle spalle. Di impegnarsi sul terreno politico-culturale se ne riparlerà, per quel che mi riguarda, quando sul palcoscenico della politica italiana., sul suo lato destro, ci sarà veramente una nuova generazione. Al momento, purtroppo, i posti di comando sono ancora occupati dai vecchi marpioni o dalle terze file del berlusconismo.

Carolina Venco