Venezuela, Bolivia, Uruguay: viaggio nel Sud America che resiste
3 Aprile 2017
Nel Venezuela del presidente Maduro, il tribunale supremo esautora il parlamento dalle sue funzioni a seguito della sua opposizione all’introduzione di un sistema misto pubblico/privato in molte imprese. Il fatto suscita tanto scalpore per i maggiori quotidiani italiani che già gridano al golpe, ma in realtà il provvedimento ha le sue ragioni, ossia di essere a carattere economico-politico e di sovranità nazionale. Per quanto riguarda l’economia, dalla morte di Chavez, le oligarchie economiche venezuelane hanno bloccato la distribuzione di prodotti primari visto che ne controllavano anche la produzione. Si è giunti quindi alla situazione per cui prodotti basilari sono venduti di contrabbando e a prezzo notevolmente superiore. Allo stesso tempo l’oligarchia ne devia la distribuzione verso l’estero e i prodotti tipici del Venezuela, come la farina di mais, sono molto più facilmente reperibili su Amazon.
Ricordiamo poi i diversi tentativi di rivoluzioni colorate e golpe – quelli veri e cioè contro i governi legittimi Chavez e Maduro – tra cui quello che portò al potere Pedro Cremona nel 2002. Sin dalla nascita la Repubblica Bolivariana è costantemente sotto attacco da ristretti gruppi economici e dai loro bracci esecutivi. A questi dobbiamo aggiungere gli USA che, dopo il ruolo giocato nel golpe del 2002, con Obama emanarono un decreto il 2015 pronunciandosi contro il Venezuela ritenuto una minaccia inusuale e straordinaria. Proprio sul periodo dei golpisti al potere possiamo rilevare a livello economico il calo del PIL sceso a sotto i 100 miliardi di $. Un calo molto forte rispetto agli esordi e alla ripresa della presidenza Chavez. Questo fattore sottolinea come un cambio di governo di segno politicamente differente non produca affatto benessere economico nel paese.
Una considerazione che si può avanzare è la continua malafede dei media principali o quantomeno un’inesattezza unita a scarsa capacità valutativa. Si ripetono come un mantra dei luoghi comuni utilizzati per mettere al bando anche paesi come la Russia, l’Iran o la presidenza USA Trump. Per cui ad ogni scelta di “sovranità” politica, si grida al governo autoritario e al tiranno. In realtà in questi, come altri paesi non UE, la politica ha ancora un ruolo e non è ridotta a passacarte della BCE o della Commissione Europea. Nella gestione dell’ordinario invece il mainstream assolve perfettamente al compito di dominio delle menti e del cuore delle moltitudini nostrane.
Per quanto riguarda il Sud America possiamo rilevare la significatività che hanno determinati Stati, sia dal punto di vista geopolitico che da quello dell’affermazione del principio di autodeterminazione e sovranità nazionale. Il Venezuela dai tempi del Presidente Chavez sostiene questo principio contro le ingerenze targate USA e con un sistema politico che miscela diversi fattori tra cui:
- la concezione marxista di società ed economia;
- elementi della lotta per l’indipendenza nazionale che fanno capo all’800 (Simon Bolivar e José Martì);
- una certa visione cristiana da Teologia della Liberazione.
Tutti elementi che hanno trovato sfogo nella Repubblica Bolivariana, a partire da:
- nazionalizzazioni economiche;
- nascita di comitati di autorganizzazione popolare;
- lotta contro le ingerenze dei paesi imperialisti;
- un uso della forza umano (ricordiamo il “perdono” verso i golpisti).
Notevole anche l’esperienza della Bolivia di Morales che porta sulla scena politica le etnie indios storicamente soggiogate dalle potenze imperialiste occidentali. A riguardo la politica di nazionalizzazione della pianta di Coca, da decenni sottoposta all’utilizzo illecito da parte delle multinazionali del traffico di droga. Altre esperienze che rientrano nell’ALBA sono l’Ecuador di Correa e alcune isole del centro-sud America.
Tra gli stati promotori dell’Alleanza Bolivariana abbiamo Cuba che, anche con la guida di Raul Castro, mostra una certa capacità di resistenza alle ingerenze straniere. Da notare è inoltre, l’apertura verso la Chiesa Cattolica in chiave distensiva.
Capitolo a parte lo merita il Brasile dove, nel periodo della presidenza Rousseff, corruzione e tentativi di colpo di stato sostenuti da questa o quella fronda politica l’hanno fatta da padrone. Infine l’Argentina che – dopo il passaggio del governo neo-peronista della Kirchner nelle mani di Macri – vive una profonda crisi economica.
Molto interessante, per la statura del presidente, è invece l’esperienza dell’Uruguay di Pepe Mujica. Questi in gioventù aderì alla guerriglia dei Tupamaros ma successivamente pensò di convertirsi all’azione pacifica. Misurato è il suo stile di vita da presidente della repubblica e celebre fu il discorso all’ONU del 2012, dove esortava le nazioni ad abbandonare consumi scellerati che avrebbero portato il mondo alla catastrofe.