Trump rompe col passato: “Israele e Palestina? Uno Stato o due è uguale”

di Redazione
16 Febbraio 2017

Ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha incontrato alla Casa Bianca il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, che nei mesi scorsi aveva espresso diversi apprezzamenti per Trump dopo essere stato molto critico nei confronti del suo predecessore, Barack Obama. L’incontro è stato descritto come cordiale e amichevole dai giornali statunitensi, che hanno messo in grande evidenza alcune frasi pronunciate da Trump che di fatto indeboliscono la linea mantenuta negli ultimi 20 anni dalla diplomazia statunitense, con la cosiddetta “soluzione dei due stati” per mantenere la pace in Israele. La proposta, che faticosamente ha fatto qualche progresso negli ultimi anni, prevede la creazione di uno stato palestinese nell’ambito degli accordi di pace tra israeliani e palestinesi.

Durante una conferenza stampa congiunta, Trump ha detto di non avere preferenze sulle modalità con cui garantire la pace nella zona:

“Sto valutando la questione ‘due stati’ o ‘uno stato’. Mi piace quella che piace a entrambe le parti. Mi va bene quella che vogliono entrambe le parti. Mi vanno bene entrambe”.

La dichiarazione di Trump ha sorpreso molti analisti e ha ricevuto diverse critiche, considerato che gli Stati Uniti da tempo sostengono la necessità di proseguire su quanto discusso alla conferenza di Annapolis del 2007, nella quale si prospettò estesamente la soluzione dei due stati.

Durante la conferenza stampa, Trump ha invitato Netanyahu a rivedere le sue politiche sugli insediamenti:

“Vorrei vedere un passo indietro per un po’ sulla questione degli insediamenti”.

Al negoziato per la pace in Medio Oriente potrebbero partecipare molti Paesi, ha aggiunto Trump che però ha insistito. Secondo il presidente, gli israeliani dovranno mostrare di flessibilità, mentre i palestinesi dovranno sbarazzarsi “dell’odio” che insegnano ai ragazzi sin dai primi anni di vita.

Non proprio facile, considerando che solo la scorsa settimana il Parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una legge molto controversa, che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma di denaro. In pratica permette a qualsiasi cittadino di occupare un terreno in Cisgiordania senza temere conseguenze legali, favorendo le frange più estreme del movimento dei coloni (cioè i cittadini israeliani che vivono nei territori occupati militarmente da Israele). La legge, che avrà inoltre valore retroattivo e legalizzerà di fatto qualsiasi insediamento presente in terra palestinese, è stata duramente criticata dalla comunità internazionale e lo stesso Trump nei giorni scorsi aveva detto di non essere favorevole alla sua emanazione. Netanyahu ha risposto all’invito di Trump dicendo che per questo tipo di cose servono accordi condivisi tra israeliani e palestinesi, che soddisfino entrambe le parti.

Se a prima vista la posizione di Trump possa sembrare una revisione di tutte le politiche adottate dagli Usa dagli accordi di Oslo del ’93 ad oggi, è altresì vero che la sua presidenza si appoggia sulla parte più conservatrice della comunità ebraica, in linea con Netanyahu. Ma altre voci, come quelle del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis, spingono a riflettere: non si può rompere con il mondo arabo e i palestinesi ne fanno parte. Queste frizioni interne spiegano le oscillazioni di Trump. Appena insediato, «The Donald» ha nominato uno dei suoi avvocati, David Friedman, ambasciatore in Israele. La prima cosa che ha detto Friedman ha avuto un effetto devastante: «Sposterò l’ambasciata da Tei Aviv a Gerusalemme». A fine gennaio sembrava che Trump potesse dare il via libera da un momento all’altro. Ma il 10 febbraio il presidente dichiarò al quotidiano Israel HaYom: «Non è una decisione facile». Nella stessa intervista Trump si mostrò ancora più cauto sugli insediamenti nei Territori occupati: «Non penso che andare avanti sia un bene per la pace». L’11 febbraio, ecco che il pendolo si sposta dalla parte opposta. L’ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, annuncia che gli Usa respingono la candidatura dell’ex premier palestinese Salam Fayyad come inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia. Un segno di riguardo verso Israele.