L’elezione di Donald Trump è la sconfitta dei conservatori americani

di Gennaro Malgieri
10 Novembre 2016

L’elezione di Donald Trump è l’esplosione di un sintomo che da tempo si era manifestato in Occidente, e in particolare in Europa. La rivolta popolare contro l’establishment. Il popolo contro le élites. La gente che non appare, le classi che non hanno potere, la piccola borghesia che si sta impoverendo, gli emarginati che se ne fottono dello star system, delle rockstar, degli opinionisti che le sbagliano tutte e parlano tra di loro incuranti dei problemi veri di chi vive di poco o addirittura precariamente. Il “salotto mondiale” irride la gente come Trump e si appaga delle promesse di una malandata icona pop che per far parlare di lei arriva a promettere sesso orale a chicchessia (com’è ridotta la vecchio nazione puritana!) purché dimostri di aver votato contro l’acerrimo nemico, ma poi, nemico perché? Si sono dimenticati di dircelo in questa squallida campagna elettorale che è finita come doveva finire: derelitti e borghesi, messicani e latinos, portoricani e disoccupati, classe media e giovani hanno votato Trump e mandato all’inferno la Clinton ed i poteri dinastici.

L’establishment ne esce con le ossa rotte. Il “trumpismo” dilaga. Un buon segno? L’America dovrà fare i conti con il proprio destino. Il magnate non ci hai mai convinti, ma sappiamo che una cosa è il candidato, un’altra il presidente. Adesso, prima di capire come governerà, gli americani sperimenteranno le ragioni della fine dell’ereditarietà politica: miliardi, opinion maker ed il vuoto da riempire con le scontatissime litanie di un progressismo ideologico che non incanta più nessuno. Già, è il sistema progressista che è stato sconfitto. Ci piacerebbe poter dire che ha vinto il conservatorismo, ma a Trump mancano i “fondamentali”. È piuttosto un occasionalista, ripiegato su se stesso. Potrà in parte cambiare, ma avrà bisogno di una squadra che non assomigli a quella sgangherata del secondo Bush. Vedremo.

Chi è, dunque, Trump? Alcuni mesi fa in Italia vennero pubblicati due libri, poco citati in verità, che potrebbero oggi aiutarci ad entrare nelle pieghe di un fenomeno anti-sistema: Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America di Andrew Spannaus, (Mimesis) e La febbre di Trump. Un fenomeno americano di Mattia Ferraresi (Marsilio). Entrambi introducono all’universo “trumpiano” con accenti diversi affrontando il tema sotto il profilo analitico il primo e più squisitamente biografico il secondo. I due volumi sono utili per chi voglia capire qualcosa di come ha trasformato – ledendolo gravemente – il mondo repubblicano un ricco e spregiudicato “palazzinaro” con interessi economici in vari campi. Ma come, nello stesso tempo, ha contribuito a modificare la percezione della politica da parte di milioni di americani compresi quelli che non lo hanno votato.

Trump ha “terremotato” l’ordine politico di Washington (e ne ha beneficiato anche il partito repubblicano conquistando i due rami dei Congresso) e l’elettorato in un colpo solo, profittando della crisi americana che non è soltanto economica, come in tutto l’Occidente, ma anche di valori e di identità.
Non che il presidente eletto sia un rivoluzionario dotato di una cultura politica di riferimento solida, tutt’altro. Ha parlato, facendosi capire, alla pancia della gente enfatizzando le paure di ceti che si sentono assediati dall’incertezza sociale, dall’immigrazione, dall’incombente esclusione dalla vita economica in seguito agli sviluppi della devastante “finanziarizzazione” che ha messo le risorse nelle mani di pochi a svantaggio dei salariati e dei risparmiatori.

Tuttavia Trump non ha mai precisato il suo programma, tanto che il 9 maggio scorso, sul Wall Street Journal, Bret Stephen, uno dei vicedirettori, si chiedeva: “Dove sono le indicazioni che come presidente il signor Trump appoggerà le idee conservatrici sulle tasse, sul commercio, sulla regolamentazione, sul welfare, sulla politica sociale, giudiziaria ed estera, e tantomeno meno sul comportamento personale?” Da nessuna parte. Trump era e resta un repubblicano senza essere conservatore. E lui stesso ha rivendicato questa singolare particolarità al punto da presentarsi come personaggio dai mille volti, incoerente e contraddittorio, ma gradito ad una parte degli americani proprio perché spiazzante. Motivo per cui è risultato sgradito all’establishment, al “sistema”. A Playboy nel 1990 dichiarò di essere conservatore, ma che avrebbe avuto più successo come candidato democratico. Abortista ed anti-abortista, contrario al matrimonio gay salvo aggiungere che “se due persone si piacciono, si piacciono”, si è detto favorevole alla “copertura sanitaria universale” aggiungendo, con sovrano disprezzo della logica, di voler favorire una riforma ispirata ai principi del libero mercato.

Poteva piacere al gruppo dirigente del partito per il quale corre? Certamente no, ma lui l’ha messo in un angolo il Grand Old Party, con i suoi ex-presidenti e i candidati bruciati. Ma adesso quello stesso partito gioisce, grida al “miracolo”, è stato salvato da una catastrofe ritenuta inevitabile. Resta la domanda: saprà anche riformarsi? Dopo il ciclone Trump commetterebbe un grandissimo errore se non guardasse dentro se stesso dopo la fallimentare presidenza Bush, l’interventismo bellico scriteriato, l’esportazione della democrazia tanto cara ai “neocon” (conservatori ex-trotzkisti: un capolavoro dei tink tink e dei falchi delle amministrazioni dei Bush) e via dicendo. I repubblicani hanno snaturato la loro fisionomia perché hanno messo da parte quel conservatorismo “classico” che li aveva resi centrali nella politica americana post-kennedyana, grazie a uomini come Barry Goldwater, Russell Kirk, Pat Buchanan. Quest’ultimo, caposcuola dei “paleocon”, riassumeva la visione tradizionalista conservatrice con queste parole: “Siamo per la vecchia chiesa e la vecchia destra, anti-imperialisti e anti-interventisti, miscredenti della Pax Americana”. Commenta Ferraresi: “Pessimisti circa la natura umana, dunque scettici verso qualunque progetto utopico, erano contrari ad una politica estera espansionista che avrebbe fatalmente trasformato la repubblica cara ai Padri fondatori in un impero possente e senza volto, disancorato dalla tradizione europea alla quale sentivano di appartenere”.

Un universo concettuale ed ideale dal quale Trump è lontanissimo. Ed è ancor più distante dal mondo repubblicano che pure formalmente rappresenta – senza beninteso essere conservatore! – anche perché, come nota Spannaus, “Non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori dal perimetro delle forze che hanno gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – non basterebbe che Trump smorzasse i toni ed evitasse gli insulti e le proposte provocatorie; c’è un problema più serio, una minaccia mortale al modulo operandi della politica contemporanea”.

Già, ma Trump ha puntato esattamente su questo per “rompere” definitivamente e mandare in soffitta una volta per tutte il Grand Old Party. A lui del futuro dei repubblicani e dei conservatori è sembrato non importare assolutamente nulla. Adesso cambierà atteggiamento?

L’irresistibile ascesa di Trump come costruttore, finanziatore di partiti, negoziatore, padrone di casinò e deus ex machina di innumerevoli concorsi di bellezza, erede di un impero immobiliare, politico per necessità, mondano ma anche popolare lo ha portato alla Casa Bianca. “Rintracciare le origini della forma mentis nostalgica e della vaghezza politica di Trump – osserva Ferraresi – permette di capire che non è un fenomeno avulso dal contesto: la sua figura, il suo credo contraddittorio, il linguaggio hanno una loro dimensione nella storia della democrazia americana che va rinvenuta nel passato e messa a confronto con le incertezza dell’oggi”. Ha avuto successo Trump, indipendentemente dal “credo” politico piuttosto evanescente, perché ha parlato ad un’America ferita e perplessa, quell’America che ha attribuito ad Obama, ma soprattutto ad Hillary Clinton ed al suo consorte la decadenza che denuncia il front runner repubblicano.

La questione, che si porrà nelle prossime settimane, è se l’intero mondo transatlantico, dunque non solo americano, sarà disposto a rivedere gli errori commessi finora in politica estera, soprattutto contrapponendosi a Putin, e nella gestione dell’economia. Se ciò avverrà la vittoria dell’America “profonda” contro le oligarchie che ne hanno segnato la decadenza negli ultimi dieci anni sarà completa, ed il merito non sarà soltanto di Trump che ha raccolto disagi e frustrazioni.
Su questo dato la riflessione è aperta, non soltanto sull’altra sponda dell’Atlantico, ma anche in Europa dove un sommovimento di analogo segno sta mettendo in ginocchio le fasulle aristocrazie politiche tenute in piedi dall’alta finanza. Inutile, però, cercare un Trump europeo: ogni nazione si “costruisca” il suo.