I sovranisti europei non si illudano: Trump non sarà un loro alleato

di Gennaro Malgieri
16 Gennaio 2017

Venerdì prossimo Donald Trump s’insedierà alla Casa Bianca. Da allora potremo cominciare a giudicare i suoi atti politici con cognizione di causa. Quel che è stato detto e scritto finora diventerà polvere, a parte i pregiudizi che permarranno in chi lo ha avversato ideologicamente e strutturalmente, come candidato e come persona. Soltanto un dato, radicato tanto nell’establishment americano quanto nella popolazione di qualsivoglia appartenenza politica, è destinato a non mutare e sul quale si può essere fin d’ora tutti d’accordo (tranne gli illusi, ovviamente): la difesa del primato degli Stati Uniti a qualsiasi costo. Poco importa quale sarà l’ispirazione della nuova amministrazione nel tener fede a tale principio. Ciò che conta per Trump, alla stessa stregua dei suoi predecessori, è la fedeltà alla sola “religione” che accomuna repubblicani e democratici, al di là delle diverse interpretazioni: la negazione di ogni limite all’espansione della potenza della loro nazione.

Dovrebbero averlo ben presente soprattutto i leader politici europei che stanno facendo la fila davanti alla Trump Tower in questi giorni – e continueranno con ogni probabilità a chiedere udienza in Pennsylvania Avenue a Washington nei prossimi – elemosinando briciole di comprensione al nuovo presidente e una foto-testimonianza dell’avvenuto incontro. Per quanto possano essere buoni e forieri di sviluppi positivi i rapporti di Trump con Putin, fino, ci si augura, alla cancellazione delle vergognose e grottesche sanzioni alla Russia decretate dall’Occidente su ordine di Barack Obama (che in una prima fase intende mantenere, come ha fatto sapere), non cambierà di certo l’atteggiamento politico statunitense nei confronti dell’Europa. Perciò gli esponenti della “destra identitaria” ed i nazional-conservatori continentali si tolgano dalla testa che Trump muterà avviso sull’Unione europea appoggiando le loro battaglie “indipendentiste” e rinunciando ad essere il comandante in capo di quell’Alleanza atlantica, anacronistica quanto si vuole, ma necessaria agli USA al di là di ogni ragionevole dubbio politico sulla reale utilità per l’Europa di mantenerla ancora in vita.

Dal momento che la Nato è il cuore della politica estera, di difesa e di sicurezza dell’America, è inevitabile che l’Europa continuerà ad avere un rapporto di vassallaggio con il probabile isolazionista (tutto da verificare) Trump che, comunque, non verrà meno a compito che la nazione gli ha assegnato, implicito peraltro in ogni mandato presidenziale: costituire il riferimento principale dell’Occidente riconosciuto dagli alleati e da chi pur non essendo tale ritiene comunque l’America garanzia della stabilità in un mondo diventato multipolare.

Per quanto “sovranisti”, infatti, i nemici dell’Unione europea, da Marine Le Pen a Victor Orbàn, da Geert Willder a Nigel Farage, da Frauke Petry a Heinz-Christian Strache, sanno bene che per gli Stati Uniti non è in discussione (purtroppo) l’autodeterminazione dei loro popoli. La loro preoccupazione maggiore è l’affermazione del complesso militare che garantisce agli USA l’esercizio di un potere tale da ridurre a guerricciole nel cortile continentale le dispute da questa parte dell’Oceano sull’euro e sullo spossessamento delle prerogative nazionali da parte dei poteri tecnocratici e finanziari che fanno capo innanzitutto agli Stati Uniti dove il dominio mondialista articola la propria azione.

A Trump, come a chi lo ha preceduto, sta a cuore la fedeltà dell’Europa all’America e sarebbe ingenuo scambiare il disinteresse del nuovo presidente per il Trattato transatlantico come un’apertura di credito ai movimenti euroscettici. Trump farà gli affari che gli converranno senza scalfire il principio dell’Alleanza atlantica, vero fondamento del primato americano in Occidente e nel mondo.

Non è un caso che il nuovo capo del Pentagono, il generale James N. Mattis, abbia di recente, con poche parole, spazzato via possibili equivoci al riguardo. Nel corso dell’audizione davanti alla Commissione del Congresso per la conferma della nomina a Segretario alla difesa, l’alto ufficiale che è anche un riconosciuto polemologo, ha definito Putin “la principale minaccia alla sicurezza nazionale”. Ed ha aggiunto che la Russia “ha scelto di essere un avversario strategico in aree fondamentali”. Perciò il ruolo della Nato è imprescindibile per difendere gli Stati Uniti e l’Occidente, confermandosi “l’alleanza militare di maggior successo nella storia moderna, forse di sempre”. Con accenti non diversi si sono espressi il nuovo Segretario di Stato Rex Tillerson ed il capo della CIA Max Pompeo per il quale il Cremlino “non sta facendo nulla di serio per combattere l’Isis”. Insomma, quelli che saranno i maggiori e più autorevoli collaboratori di Trump pensano, in sostanza, che Putin voglia spaccare la Nato ed influenzare la politica europea.

Non sono soltanto questi i punti di apparente divergenza tra il neo-presidente e i più importanti membri della sua amministrazione. Anche sul “global warming”, sulla controversa costruzione del muro alla frontiera con il Messico, sulle isole artificiali nel Mar della Cina paragonate da Tillerson all’invasione russa della Crimea risaltano le divergenze nel cuore del nuovo potere a Washington.

Come ne uscirà Trump? Al solito il presidente decide fino ad un certo punto soprattutto se avrà, come sembra, l’appoggio del Congresso, a meno che gruppi di repubblicani riottosi non organizzino una vera e propria fronda (il recente scontro tra i presidente ed i vertici del Grand Old Party è stato sottovalutato, ma è un’avvisaglia che la dice lunga sui rapporti post-elettorali tra partito e presidente). Tuttavia è innegabile che il gioco delle parti continui ancora. Almeno fino al 20 gennaio. Poi la politica si riprenderà la scena usurpatale dalla propaganda e ne sapremo di più. Grazie anche alle settimanali, ormai, “confessioni” di Trump al “New York Times”, il giornale che lo ha avversato più duramente durante la campagna elettorale ed oggi è quasi l’organo ufficiale del trumpismo (il suo editore è uno dei più grandi immobiliaristi del Paese, come non intendersi con un “collega” che ha conquistato la Casa Bianca?).

Misteri americani, comunque. Misteri che gli “indipendentisti e identitari” europei farebbero bene a decifrare. Nel solo modo possibile: considerando l’America un “mondo altro” e possibilmente elaborando, nel contempo, una strategia di sicurezza e di difesa autonoma. Cominciando col mettere in discussione proprio la Nato. O è troppo ardito?

Nel mondo multipolare, non si capisce perché l’Europa non debba essere uno dei poli – e neppure tra i meno importanti – che faccia valere il suo dinamismo e la sua capacità di indirizzare i propri interessi ad Est, nel bacino mediterraneo e in Africa per costruire una politica alternativa in vista di alleanze diversificate per difendersi dall’integralismo islamista, per arginare i flussi migratori, per mettersi alla guida di un processo di conquista dell’autonomia delle nazioni africane cui dedicare attenzioni tecnologiche ed economiche per sottrarle al neo-colonialismo cinese, al ricatto barbaro del qaedismo, allo sfruttamento americano che è stato almeno pari a quello sovietico del passato.

Avviso ai naviganti che hanno l’intenzione di attraversare l’Atlantico in questi giorni: la questua alla Casa Bianca non è un buon segnale, per gli europei e per il resto del mondo. L’America non starà mai contro chi detiene il potere in Europa.