Chi ha paura di Donald Trump?

di Redazione
25 Gennaio 2017

Le frustrazioni di Barack Obama, incapace di ammettere che la sconfitta di Hillary Clinton alle Presidenziali è stata in realtà la sua, hanno generato un nuovo fenomeno che sta facendo proseliti in ogni angolo dell’Occidente: la Trump-fobia. Dal 9 novembre scorso l’“Internazionale dei salotti buoni” si è accollata la mission impossible (nel vero senso della parola) di salvare gli Stati Uniti da un incombente scenario apocalittico fatto di diritti negati, intolleranza razziale e restrizioni alla libertà della stampa.

Fanno tendenza, i Trump-fobici, che paventano la fine della democrazia e la svolta autoritaria negli USA e nel mondo occidentale, sempre più alla mercè di un Vladimir Putin che si appresta a ripetere i suoi hackeraggi per portare al potere leader compiacenti. «Come è successo con Trump», è il loro allarme. Dalla vittoria del tycoon dello scorso autunno non è passato giorno senza che i megafoni di Obama, al di qua e al di là dell’Atlantico, non abbiano ripetuto il solito ritornello: Trump ha vinto grazie ai pirati informatici del Cremlino che hanno hackerato le e-mail private di Hillary Clinton, pertanto «la Russia ha condizionato il voto americano». Ma qualcuno si è mai chiesto che cosa vuol dire “voto condizionato”? Assolutamente nulla.

Da che mondo è mondo le campagne elettorali in Occidente vengono “condizionate” da eventi esterni al dibattito politico: dalle scappatelle extraconiugali agli scandali finanziari, tutto fa brodo nel complesso gioco della propaganda. L’esito delle Presidenziali 2016 non è stato il primo e non sarà l’ultimo ad essere condizionato da quanto accade al di fuori della contesa elettorale: nel 1976 il democratico Jimmy Carter trionfò grazie all’impatto sull’opinione pubblica provocato dallo scandalo Watergate rivelato da due reporter del Washington Post, mentre nel 1980 il repubblicano Ronald Reagan vinse a mani basse sull’onda emotiva del sequestro dei diplomatici Usa nell’Iran della Rivoluzione islamica, poi rilasciati subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. La scelta degli elettori americani fu certo influenzata da quegli eventi, ma nessuno accusò i giornalisti o gli ayatollah di aver effettuato un golpe, anche perché sarebbe stato preso per matto.

Il fatto stesso che il Congresso USA lo scorso 6 gennaio abbia regolarmente certificato la votazione dei Grandi Elettori a favore di Trump conferma che continuare a battere sulla vicenda-hackeraggi equivale a dibattere di aria fritta. Ma nonostante ciò, nonostante le “prove schiaccianti” sul coinvolgimento di Mosca – sbandierate da Obama a favor di telecamera – si siano poi rivelate semplici esultanze di funzionari russi per la sconfitta della Clinton, nonostante il report della CIA ammettesse che gli hackeraggi non avevano condizionato il voto, nonostante in un’audizione al Senato il direttore dell’FBI James Comey sollevasse persino dubbi sull’effettivo ruolo del Cremlino nella vicenda, il leitmotiv prosegue ancora oggi, amplificato anche dai grandi media (americani, ma non solo) che evidentemente sperano così di trovare una spiegazione alla cantonata presa in campagna elettorale con sondaggi sbagliati e previsioni clamorosamente smentite.

Già, perché ora il sillogismo rilanciato dagli ambienti Trump-fobici è semplice: se il nuovo Presidente è sostenuto dall’autocrate Putin, allora anch’egli andrà a violare i diritti umani, varerà politiche omofobe, imbavaglierà la stampa e adotterà comportamenti antidemocratici. È sulla base di questa presunzione di colpevolezza che decine di migliaia di persone domenica hanno preso parte alla Marcia delle Donne a Washington e in altre città americane, per difendere in via preventiva diritti costituzionali che la nuova Amministrazione nemmeno ha toccato e neanche andrà a scalfire.

È davvero avvilente vedere tanta gente considerare gli Stati Uniti una sorta di Repubblica delle Banane e ignorare che Donald Trump non potrà mai diventarne il caudillo, perchè se violasse la Costituzione una procedura d’impeachment promossa dal Congresso lo farebbe immediatamente decadere dal suo incarico. Il collaudato sistema politico di “pesi e contrappesi” ha funzionato dal 1776 a oggi e continuerà a farlo, tanto che tra quattro anni probabilmente saremo qui a parlare dell’elezione di un nuovo Presidente, magari pure Democratico: eccola la lampante differenza con la Repubblica delle Banane, che tanti, con una certa disonestà intellettuale, fingono di non scorgere.

Alessandro Ronga