Obama, il triste congedo del Presidente più avvilente di sempre

di Gennaro Malgieri
30 Dicembre 2016

Tempo ci vorrà, ma la storia sarà giusta e veritiera alla fine. E dirà che Barack Obama è stato uno dei peggiori presidenti degli Stati Uniti d’America. Basterebbe il comportamento che ha tenuto durante la campagna elettorale per dimostrarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. Non si era mai visto un presidente uscente, al secondo mandato, quindi non più ricandidabile, entrare a gamba tesa in una competizione che non avrebbe dovuto riguardarlo e che invece lui ha considerato come l’occasione per perpetuare una sorta di potere dinastico attraverso l’elezione di Hillary Clinton. I suoi interventi sono stati tra i più faziosi che si ricordino nelle pur aspre campagne presidenziali americane: gli inquilini della Casa Bianca, di qualsivoglia colore politico, hanno sempre cercato di influenzare con discrezione la scelta popolare: niente a che vedere con lo sguaiato esibizionismo del clan Obama contro Trump e a difesa di un establishment ampiamente screditato come i risultati hanno confermato.

Ma tutto questo è ancora poco di fronte all’aggressivo atteggiamento che l’Obama impegnato nel trasloco sta tenendo contro Putin e la questione mediorientale. A venti giorni dall’insediamento del suo successore, il presidente tira il classico calcio dell’asino forse per sfogare i residui della sua rabbia di sconfitto e se la prende un’altra volta con il leader russo accusandolo di aver in qualche modo influito sul voto americano attraverso cyberattacchi, peraltro mai dimostrati. Se così fosse stato per quale motivo non è intervenuto immediatamente? Nessuno gli avrebbe creduto. Oggi la tensione sale a livelli inimmaginabili: gli espellono trentacinque diplomatici russi qualificati come spie; il Cremlino non reagisce ed implicitamente delegittima Obama smentendo di assumere un’analoga misura. Lezione di stile e di diplomazia. Il lascito di Obama, dunque, si fa sempre più pesante con l’avvicinarsi del giorno del congedo.

Quale differenza con Trump che, nonostante tutto, giustamente cerca di ricucire il rapporto slabbrato tra Stati Uniti e Russia; e con lo stesso Putin che, nelle ore in cui il leader americano soffiava sul fuoco dell’intolleranza, ordinava il “cessate il fuoco” su Aleppo e poneva le basi per una pacificazione in Siria. Ad Obama non è restato altro che rilanciare fantasiose accuse per far dimenticare che la sua amministrazione ha armato i ribelli contro Assad e il potere legittimamente costituito di Damasco – sempre per quella tabe tutta americana dell’intervento preventivo umanitario – aprendo la strada ai jihadisti di Al-Nusra e favorendo oggettivamente l’emersione dell’Isis come soggetto politico.

Ma Obama deve anche farsi perdonare, in extremis, l’appoggio scriteriato e politicamente devastante offerto alle cosiddette “primavere arabe” che hanno trasformato il Mediterraneo in un mare di inquietudini sulle quali ha potuto prosperare il qaedismo come speravano gli integralisti musulmani dopo la prima uscita del presidente americano, nel 2008, al Cairo con un discorso che resterà negli annali a testimonianza dell’incapacità e del velleitarismo di un leader inventato dai media e dal solito establishment. Quel discorso – che al di là di ogni sua stessa aspettativa – fece guadagnare ad Obama addirittura l’attribuzione del Nobel per la pace, mentre ancora il mondo non sapeva chi fosse, ha destabilizzato il Medio Oriente ed il bacino mediterraneo più di ogni altro intervento politico, provocando sfiducia e sospetti in alleati storici come Israele e in avversari ragionevoli come i palestinesi. Dai Fratelli musulmani in giù, fino ai jihadisti, ognuno si è sentito autorizzato ad interpretarlo a proprio piacimento tanto era equivoco e confuso.

Come l’esordio anche il suo congedo Obama ha voluto che restasse quale indelebile traccia di una presidenza che ha raccolto soltanto applausi agli annunci, ma non un solo significativo consenso per le realizzazioni, a cominciare dalla riforma sanitaria rinnegata da tutti e che poteva essere il lascito di un’amministrazione ragionevole. Nella conferenza stampa di fine anno, infatti, Obama, pur di non smentirsi, ha detto: “Il mondo ha visto le azioni deliberate da parte del regime siriano, della Russia, dell’Iran, ai danni dei civili siriani, questo sangue e queste atrocità sono sulle loro mani”. Già, di danni collaterali la guerra al terrorismo islamista ne ha provocati tanti. Ma sarebbe bene non dimenticare il sangue libico sparso inutilmente dalle democrazie occidentali e qualche colpo di Stato, ovviamente “democratico”, come quello in Honduras nel 2009 propiziato dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton, la “regina del caos” come l’ha definita in un magnifico libro Diane Johnston.

In Siria si è combattuto e si sta combattendo per sottrarre al terrorismo la base d’attacco all’Occidente. A Obama otto anni non sono bastati per capirlo. Mentre la sua amministrazione era intenta a fare affare con i ricchi stati arabi finanziatori dell’Isis, lui conduceva la sua guerra personale contro Putin, forse immaginando che come restauratore della “guerra fredda” sarebbe stato ricordato dalla storia. Sarà deluso. Nel pantheon americano difficilmente ci sarà posto per Barack Obama. E gli americani lo dimenticheranno presto.