L’intolleranza verso Trump è un chiaro esempio di “fascismo antifascista”
24 Febbraio 2017
Inutile girarci intorno: non è partita bene l’avventura dell’amministrazione Trump. Polemiche furiose, prevalenza di liti e veleni su un operoso fare, un’atmosfera mefitica sia intorno a lui sia nel campo avverso. Lui ha le sue responsabilità. Il temperamento dell’uomo è quello che è: egomaniaco, divisivo, rude oltre il necessario e l’opportuno, sempre desideroso di sottolineare il suo ruolo dominante, lontano dall’approccio reaganiano “it’s morning again in America”, quando la Casa Bianca proiettava una luce di speranza e ottimismo su amici e avversari.
Ma – sia detto con brutale chiarezza – le responsabilità più gravi cadono, a mio avviso, sui suoi avversari. Su un establishment democratico che non si rassegna, più ancora che alla sconfitta, alle ragioni di quel risultato. È come se ci fosse un invincibile desiderio di rimuovere l’impostore, l’usurpatore, l’occupante abusivo: a cui non può essere concesso nemmeno un inizio di mandato. È un caso da manuale di “fascismo antifascista”, di intolleranza sotto le insegne della pretesa tolleranza.
Intendiamoci bene, a scanso di equivoci. La vicenda delle interferenze russe nella campagna elettorale Usa va chiarita. E lo dovremmo capire anche qui in Europa, dove Putin ha già installato una poderosa e capillare macchina di propaganda. Per quanto appaia paradossale, il senso della Guerra Fredda non l’abbiamo imparato e digerito noi (i presunti vincitori), ma gli sconfitti, l’apparato ex Kgb, che oggi maneggia in modo efficace e pericoloso sia la deterrenza militare sia l’arma mediatica. E quindi, tornando agli Stati Uniti, è sacrosanto che si vada fino in fondo per capire se e quale sia stato il ruolo russo in questi ultimi mesi e anni.
Tuttavia, allo stesso modo, desta preoccupazione l’idea che il “deep state” americano (termine con cui si indica il complesso degli apparati pubblici, della macchina amministrativa, inclusi magistratura e intelligence) si stia attivando per minare e magari rovesciare un presidente democraticamente eletto. Una eccellente e documentatissima analisi di Federico Punzi su L’Intraprendente mette in fila fatti e circostanze, e non è una lettura rassicurante.
Non rassicura perché mostra una deriva tutta “italiana”: un mix di intercettazioni e sputtanamenti, di raccolta opaca di informazioni e di leak sapientemente distillati a mezzo stampa. Forse se ne esce solo con lo strumento proposto sabato scorso sul Wall Street Journal da Peggy Noonan, una delle prime a capire e a non demonizzare il fenomeno Trump come “rise of the unprotected”, come ribellione/emersione/insurrezione di ceti medi e medio-bassi impauriti, impoveriti, non protetti. La Noonan suggerisce a Trump di chiedere lui un’inchiesta parlamentare a tutto tondo: sia sulle interferenze russe sia sui leak illegali. Una chiarificazione competa (costi quel che costi) è l’unico modo per uscire dalla palude.