Le divisioni nell’amministrazione Trump legano le mani al Presidente

di Gennaro Malgieri
17 Gennaio 2017

Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Reuters, 2.700 soldati americani e un numero imprecisato di carri armati si stanno portando dalla Polonia, dove erano allocati da alcuni mesi, verso il confine con la Russia. L’obiettivo sarebbe di dissuadere il Cremlino dal continuare la sua politica “aggressiva” nei confronti dell’Ucraina con la speranza di indurre Putin a restituire la Crimea a Kiev che, per inciso, è sempre stata russa: divenne formalmente ucraina, nell’ambito dell’Unione Sovietica, grazie alla generosità di Kruscev.

Difficilmente le esigue truppe americane riusciranno nel loro intento, come sanno bene gli strateghi di Obama che prendono ordini da lui ancora per poche ore. Allora, perché questo spiegamento di forze? Propaganda, si dice a Washington. Con l’intento dell’establishment, costituito dalla CIA, dal complesso militare-industriale, dalle forze di sicurezza, dall’apparato mediatico di mettere in difficoltà Trump che si insedia venerdì. Infatti, mentre il presidente eletto continua a ripetere che Putin non è una minaccia e che la Nato è “obsoleta”, i suoi strateghi, al più alto livello (come abbiamo riferito su “Il conservatore”), ripetono il contrario. Si apprende, inoltre, dal quotidiano israeliano Haaretz che esponenti di primo piano dell’intelligence americana hanno chiesto al governo di Nethanyau di non condividere nessuna informazione con l’amministrazione Trump per via della “simpatia” che il nuovo presidente avrebbe per Putin. Questi, “legato” all’Iran, rappresenterebbe un pericolo oggettivo per Israele. La situazione s’ingarbuglia.

Se tutto ciò è vero, come si spiegano le posizioni opposte a quelle di Trump del Segretario di Stato Tillerson e del Segretario alla Difesa Mattis, secondo i quali l’Alleanza Atlantica è intoccabile e Putin resta una minaccia per l’America e per l’Europa? Mattis ha addirittura aggiunto, davanti alla Commissione del Congresso che lo ha ascoltato per la conferma nella carica attribuitagli dal presidente, che gli Stati Uniti devono prepararsi ad un confronto militare con la Russia se davvero i suoi vertici hanno intenzione di demolire la Nato.

Per di più sembrano inconciliabili le affermazioni dei due più potenti e stretti collaboratori di Trump, condivise tra gli altri dal nuovo direttore della CIA, Pompeo, con quanto ha dichiarato al quotidiano tedesco “Bild” il presidente alla vigilia dell’insediamento. È possibile che gli uomini voluti da Trump al vertice della sua amministrazione pensino e parlino – non certo a pochi intimi, ma al Congresso – come Obama e i suoi collaboratori? L’interrogativo sta mettendo a soqquadro alcune delle già poche certezze raggiunte dopo l’elezione di Trump.

C’è chi dice, infatti, nelle alte sfere del Campidoglio, che Trump ha avrà vita grama. Vale a dire che non potrà decidere come vorrebbe e sarà costretto a lunghe e faticose mediazioni che lo fiaccheranno davanti all’opinione pubblica di tutto il mondo facendogli perdere credibilità al cospetto dei governi. Il Congresso, insomma, non è una novità, sarebbe nelle mani di quell’establishment che vede il presidente come un “estraneo”, sensazione condivisa sia dai democratici che dai repubblicani.

Insomma, il complesso militare e industriale che finanzia bipartisan la politica americana, sta facendo di tutto per “domare” Trump. Di questo gli europei “identitari” se ne rendano conto. L’America non è soltanto la Casa Bianca. E Trump che – non dimentichiamolo – ha avuto due milioni di voti popolari in meno di Hillary Clinton, è debole, molto debole. Con il Congresso schierato a favore dei capi dell’amministrazione come Mattis e Tillerson non sarà facile governare. È prevedibile un periodo di turbolenze sulle quali sta sta soffiando soprattuto la sinistra-liberal, ma anche i neoconservatori che negli ultimi anni erano stati messi all’angolo dai repubblicani. Gli interessati, a diverso titolo, stanno mobilitando tutto il suo apparato mediatico a sostegno delle ragioni di un’America fedele al suo modo di essere soprattutto in politica estera.

Il mondo conservatore, variegato e plurale, che non ama Trump – e l’ha fatto intendere fin dal primo momento – non ha nessun interesse, dopo aver sfruttato il successo elettorale del magnate per guadagnare seggi alla Camera dei rappresentati ed al Senato, a farsi scannare per lui. Oltretutto l’apparato repubblicano non fa mistero nel considerare centrale nel sistema difensivo e di sicurezza quella Nato che Trump ritiene “obsoleta”.

Giorni difficili si profilano sull’orizzonte politico americano.