La politica estera di Donald Trump in Medio Oriente punto per punto

di Redazione
11 Novembre 2016

In un libro divenuto pilastro dell’epistemologia delle scienze sociali, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), Thomas S. Kuhn introduce il concetto di paradigma per demarcare la distinzione tra scienza e pseudo-scienza. Con paradigma si intende quel sistema complesso di teorie, leggi scientifiche e strumenti analitici universalmente accettati e che delimitano una tradizione di ricerca in un dato tempo e in un determinato contesto. Secondo Kuhn, una rivoluzione scientifica può darsi solamente nel mutamento radicale di un paradigma. Quest’ultimo, dotato di una sua essenza vitale dinamica e mutevole, si muove all’interno di un ciclo multifasico capace di generarlo, di rinnovarlo, di distruggerlo. Il ciclo di un paradigma si basa su sei fasi: quella pre-paradigmatica, quella dell’accettazione del paradigma, quella della scienza normale, quella della nascita delle anomalie, quella della crisi del paradigma e quella delle rivoluzioni scientifiche propriamente dette.

Traslato nell’ambito delle relazioni internazionali e, in particolare, a quello della politica estera degli stati, il concetto di paradigma consente di enucleare tendenze di medio-lungo periodo e di cogliere in esse l’approccio esterno degli attori internazionali. Ciò vale a maggior ragione nel caso degli Stati Uniti, dove il concetto di paradigma trova probabilmente la sua massima estrinsecazione. Amanti delle definizioni programmatiche, gli Stati Uniti solitamente definiscono la politica estera dei propri presidenti facendo ricorso a perifrasi in grado di descriverne il paradigma di riferimento.

Dunque, in quanto candidato alla presidenza degli Stati Uniti, anche per Donald Trump vale la regola del paradigma, sintetizzabile nella locuzione America First, pronunciata per la prima volta il 26 marzo scorso in occasione di una sua intervista sul New York Times. “Non sono isolazionista, ma sono America First, in quanto gli Stati Uniti devono riconsiderare le tradizionali alleanze se i partner non saranno in grado di pagare, in denaro o in impiego di truppe, per la presenza della forza militare americana in giro per il mondo”. Il paradigma America First è stato poi ribadito e precisato nel corso della convention nazionale del Partito Repubblicano a Cleveland, in Ohio, il 18-21 luglio. Una politica estera di convenienza, tendenzialmente isolazionista, e marcatamente ridotta a un business. “Spendiamo una fortuna per sparpagliare i nostri soldati nel mondo e poi perdiamo 800 miliardi di dollari. Non mi pare una cosa intelligente da parte nostra”.

Un’attitudine al business, quella del paradigma trumpiano, capace di modificare alla bisogna le relazioni esterne degli Stati Uniti in virtù di calcoli strategici ed economicistici. È così che alla domanda sul che cosa farà l’America in caso di confermata assertività russa, Trump risponde: “Dipende, prima bisogna vedere se questi paesi hanno rispettato gli impegni presi con noi. Se lo hanno fatto, la risposta è sì”. Il tutto condito con parole di stima nei confronti di Putin, di Erdoğan e perfino del dittatore nordcoreano Kim Jong-un.
Una politica estera disciplinata, ponderata e coerente – così definita da Trump in occasione di un discorso pubblico di fine aprile all’hotel Mayflower di Washington – i cui effetti valgono anche per il Medio Oriente. Critico censore del paradigma di politica estera di Barack Obama, reo di aver contribuito all’apogeo dello Stato Islamico, liquidatore della campagna in Iraq di George W. Bush (2003), Donald Trump applicherà verosimilmente lo stesso metro anche nel tentativo di risolvere le crisi mediorientali. Tuttavia, nella sua progettualità in politica estera non è mai andato oltre le proclamazioni di intenti senza avere effettivamente chiare le modalità con cui raggiungere il suo scopo ultimativo di disimpegno statunitense. La logica di Trump sembra essere quella della deterrenza che si può cogliere nelle sue volontà di espandere l’esercito (per numero di soldati e armamenti) e di modernizzare il potere nucleare degli Stati Uniti.

La posizione di Trump nei confronti del Medio Oriente si può ben cogliere se si osservano i suoi indirizzi riguardo a quattro macro-temi: Israele, Golfo, Siria e Iraq, Turchia e Iran.

Israele. Trump ha espresso posizioni contraddittorie riguardo Israele. Sebbene da un lato, egli abbia palesato la sua volontà di porsi in modo neutrale – “I am a neutral guy – nei confronti di Israele, dallaltro ha anche affermato che “non esiste nessuno più filoisraeliano“. Fatto sta che in Israele amano Trump al punto che un israeliano su quattro lo voterebbe.

Stati del Golfo. Le dichiarazioni di Trump nei confronti degli stati del Golfo – Arabia Saudita in testa – sono state tutt’altro che diplomatiche. Già nell’agosto del 2015, infatti, egli dichiarò pubblicamente di non essere un fan dell’Arabia Saudita in quanto gli Stati Uniti avrebbero pagato troppo caro il proprio rapporto con essa, precisando anche che la ragione principale per la quale sono stati con l’Arabia Saudita è data dal fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di petrolio. “Ora non abbiamo bisogno di così tanto petrolio”. Posizione poi smentita in numerose altre occasioni, quando Trump ha corretto il tiro proclamandosi ammiratore dell’Arabia Saudita, nonostante la sua relazione con gli Stati Uniti sia indubitabilmente problematica. La contraddittorietà delle parole di Trump è stata più che sufficiente per provocare una reazione violenta da parte di sauditi del calibro del principe Al Waleed Bin Talal, che hanno mostrato la volontà di sospendere le relazioni energetiche con gli Stati Uniti in caso di vittoria elettorale di Trump.

Siria e Iraq. Parte del paradigma America First nasce dalla sua pessima valutazione delle campagne di Iraq (2003) e Libia (2011), peraltro condivise da numerosi analisti statunitensi. Tuttavia, in modo simile alla Clinton, Trump si è detto risoluto a distruggere lo Stato Islamico senza, tuttavia, precisarne i modi.

Turchia e Iran. Trump ha mostrato neutralità e a tratti sostegno per la posizione di Erdoğan in Turchia, specialmente in seguito al fallito golpe militare. Infine, nei confronti del nucleare iraniano, si è detto assolutamente contrario, rispecchiando l’opinione di gran parte dell’universo repubblicano.

In breve, il capitolo mediorientale dell’America First di Donald Trump, al di là della veemenza verbale con la quale è stato pronunciato, non è sinonimo né di aggressività, né di interventismo. Tuttavia, molti dei dossier messi sul tavolo dal candidato presidente Trump restano meri proclami, nebulose congetture difficili da operazionalizzare. Più chiara, invece, la sua posizione sui musulmani. In un comizio a Charleston, in Carolina del Sud, nel dicembre 2015, Trump dichiarò la sua intenzione di impedire totalmente e completamente l’ingresso dei musulmani in territorio americano, fino al momento in cui le autorità non riescano “a risolvere l’inferno che si sta materializzando”. Quando Trump pronuncia tali parole siamo a pochi giorni dal massacro di San Bernardino. Più tardi, a giugno, avrebbe corretto la sua posizione affermando la sua volontà di sospendere l’immigrazione dalle aree del mondo dove ci sono prove storiche di terrorismo nei confronti di Stati Uniti, Europa e alleati.

In molti si sono chiesti e continuano a chiedersi quali siano le reali differenze tra i due paradigmi di politica estera propugnati da Barack Obama e da Donald Trump. La politica estera di Obama è stata definita leading from behind, a indicare la volontà degli Stati Uniti di guidare le transizioni politiche e geopolitiche del mondo senza un coinvolgimento diretto in tali vicende e orchestrando le proprie macchinazioni dalla cabina di regia dei propri territori. C’è chi, come scrive Charles Krauthammer, non la definisce nemmeno una dottrina in quanto priva di idee, errante e confusa come Obama nei confronti del Medio Oriente. “È una politica estera di esitazione, ritardo e indecisione” commenta sarcastico Krauthammer. Una definizione molto controversa, quella della leading from behind, precisata meglio dallo stesso Barack Obama in più di un’occasione. Al di là delle diatribe terminologiche, l’approccio in politica estera di Obama è stato marcato dalla volontà di disimpegnarsi dai fallimentari teatri mediorientali per volgere lo sguardo all’Asia, ideando il cosiddetto “pivot to Asia”, vero pilastro della dottrina-Obama. L’America First di Trump, pur incentivando una militarizzazione massiccia degli Stati Uniti, si risolve anch’essa nella volontà di restringere il campo d’azione esterna americana ai soli ambiti vantaggiosi e necessari.

Dunque, Trump e Obama in cosa differiscono a livello di politica estera? Tornando alla teoria sul ciclo dei paradigmi di Kuhn, la politica estera di Obama e quella di Trump corrispondono a due estrinsecazioni differenti non già di un nuovo paradigma rivoluzionario (rivoluzione scientifica) ma di un paradigma già esistente (fase della scienza normale). Il paradigma della politica estera statunitense che corrisponde alla scienza normale della teoria di Kuhn è stato definito in modo magistrale da Barry Posen, nel suo libro Restraint. A New Foundation for U.S. Grand Strategy. L’idea di Posen è che gli Stati Uniti abbiano imboccato la via del restraint, ovvero del restringimento degli obiettivi di politica estera, dovuto all’abbassamento delle aspettative e delle richieste che decenni di egemonia liberale hanno lasciato in eredità agli Stati Uniti. Secondo Posen, infatti, è ironico che lo stesso grande potere che ha permesso agli Stati Uniti di impegnarsi in varie azioni militari sparse in tutto il mondo, significa anche che gli Stati Uniti non avrebbero avuto realmente bisogno di prendere parte a tali azioni.

In questa cornice, la politica estera di Donald Trump e quella di Barack Obama non sono poi così diverse. Appartengono entrambe ad un unico paradigma: il restraint.

Federico Solfrini per Centro Studi Islam Contemporaneo