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Inghilterra, la May non sfonda: cosa succede ora con il “Parlamento appeso”

Redazione di Redazione, in Esteri, del

Un autogol in piena regola. Lo scorso 18 aprile Theresa May aveva indetto elezioni anticipate allo scopo di consolidare il potere dei Conservatori dopo le dimissioni di David Cameron. Peccato che si sia ritrovata ben peggio della condizione di partenza, colpa anche di una campagna elettorale segnata dagli attentati a Manchester e Londra. Nel Parlamento uscente, che è stato sciolto il 2 maggio, Theresa May aveva 331 seggi. Ne avrebbe persi quindi ben 17, mentre Jeremy Corbyn avrebbe conquistato ben 34 seggi. Bene i lib-dem di Tim Farron che ne recuperano 6. Batosta per gli scozzesi dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon (che perdono 22 seggi) e per gli euroscettici dell’Ukip di Paul Nuttal (che restano senza seggi). Restano altri 22 seggi spartiti tra le formazioni Nordirlandesi e Galles.

I dati definitivi – ancora provvisori – confermano un Parlamento spaccato in due e – come si dice in gergo – “appeso” (“Hung”), ossia senza alcun partito che ha la maggioranza. Per poter formare un governo si dovrà tornare a una coalizione, come accadde nel quinquennio 2010-2015, con tutta l’instabilità che ne consegue. A spogli quasi conclusi si parla di 303 seggi per la May, 256 per Corbyn, 34 alla Sturgeon, 12 a Farron e 10 agli altri partiti.

Cosa succede ora? Secondo il Manuale del Gabinetto, che regola le dinamiche particolari di Governo e Parlamento, il primo ministro in carica già prima delle elezioni ha il diritto di tentare di formare un governo e di rimanere in carica fino a quando il Parlamento non si riunirà, occasione in cui ai deputati viene chiesto di approvare il suo discorso dalla Regina. Il Parlamento dovrebbe riunirsi per la prima volta dopo le elezioni martedì 13 giugno.

In un parlamento appeso, il governo conservatore rimane in carica – e Theresa May continuerà a vivere a Downing Street – finché non si decide di cercare di formare un nuovo governo oppure se optare per le dimissioni. L’obiettivo tra i leader del partito e quello di mettere insieme un altro governo di coalizione o di trovare un accordo sul mantenere la May come primo ministro oppure nominare il leader dei laburisti Jeremy Corbyn.
Oppure uno dei due leader dei maggiori partiti politici inglesi potrebbe scegliere di fare tutto da solo e tentare di gestire un governo di minoranza, contando sul sostegno dei piccoli partiti tanto quanto basta per far passare le leggi.

Con molta probabilità Theresa May rimarrà primo ministro mentre cercherà di mettere insieme la maggioranza. Se diventa chiaro che non ci riesca, mentre Jeremy Corbyn sì, allora le dimissioni saranno inevitabili e Corbyn diventerebbe primo ministro. Ma il leader dei Laburisti non deve necessariamente aspettare che la May abbia esaurito tutte le sue cartucce prima di iniziare a tentare di trovare un accordo. Può tenere dei colloqui con dei potenziali partner politici contemporaneamente agli sforzi della May. Sul fronte delle tempistiche, non esiste un limite di tempo ufficiale. Ci sono voluti cinque giorni per mettere insieme una coalizione nel 2010, ma insolitamente è necessario più tempo.

Uno dei risultati più temuti dai mercati era proprio l’Hung Parliament, un esito che porta con sé una forte ondata di incertezza politica nel Paese e dei possibili ritardi nelle negoziazioni sulla Brexit. La scadenza attuale per la definizione di un accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea fissata a marzo 2019, ogni ritardo sarà pregiudizievole sul fronte degli effetti sulla Brexit, con un potenziale impatto devastante per la sterlina.

Redazione

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