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Ora l’economia tedesca si scopre fragile

Redazione di Redazione, in Economia, del

Non saranno giorni facili quelli che attendono Angela Merkel e il suo governo di larga coalizione, che con il repentino cambiamento di alcuni fattori geostrategici ed economico-commerciali si troveranno ad affrontare un insolito momento di flessione. I rischi esterni, in primo luogo la politica del nuovo Governo italiano, e i timori di una guerra commerciale globale dopo le decisioni di Donald Trump, hanno inaspettatamente frenato l’economia tedesca nella prima parte dell’anno. Di fronte al rallentamento, Diw Berlino, uno dei principali istituti di analisi del Paese, ha tagliato le stime di crescita per il 2018 di mezzo punto percentuale, all’1,9 per cento dal 2,4% di soli tre mesi fa, a marzo, quando le aspettative di espansione erano state riviste al rialzo.

Come riporta Il Sole 24 Ore poi, per il 2019 Diw Berlino prevede un ulteriore rallentamento della crescita del Pil, all’1,7 per cento. Le esportazioni rappresentano per la Germania il principale motore della crescita, solo negli ultimi anni affiancato dall’aumento dei consumi interni trainati dai bassi costi dell’energia e da una dinamica dei salari finalmente in crescita, dopo un lunghissimo stallo, grazie alla piena occupazione.

Il cambio di paradigma, che spinge i tedeschi a puntare sul riequilibrio tra export e domanda interna, come da tempo, ma inutilmente, le chiedevano i partner dell’Unione europea, è dunque suggerito dai fattori esterni, come pure la crisi degli emergenti. Non c’entra solo l’Occidente, infatti, perché anche il rallentamento di alcune grandi economie, Cina in primo luogo, ha costretto la Germania a puntare tutto sul consumo interno. In particolare la spesa delle famiglie, che tra il 2001 e il 2008 ha contributo alla crescita del Pil in media per 0,2 punti percentuali, è diventata la componente più importante l’anno scorso e nel 2016 il trend dovrebbe accentuarsi portando con sé anche un aumento delle importazioni. Il boom del mercato del lavoro, con l’occupazione ai massimi dalla riunificazione – 43 milioni gli occupati – continuerà e sosterrà la dinamica dei salari che dopo anni di stagnazione sono tornati a crescere a tassi elevati.

Via: Centro Studi del Pensiero Liberale
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