Insindacabile e inattaccabile: l’algoritmo come perfetto padre padrone

di Redazione
18 Giugno 2018

Con una sentenza destinata a far discutere a lungo, ill Tribunale di Torino lo scorso 7 maggio respinse il ricorso presentato da sei fattorini muniti di bicicletta e addetti alla consegna di cibo a domicilio, per ottenere un trattamento economico e normativo conforme ai lavoratori dipendenti del settore, e quindi il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati. Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i requisiti della subordinazione e ha respinto la domanda. In sostanza il Giudice del Lavoro ha provveduto a categorizzare in modo del tutto nuovo la prestazione lavorativa che offrono i vari Foodora, Deliveroo e Just Eat, che mediante un supporto informatico, la piattaforma, organizzano il lavoro senza richiedere all’imprenditore i classici interventi che connotano la subordinazione, attraverso l’invio costante di disposizioni in merito agli incarichi da svolgere e ai requisiti di tempo e di luogo degli stessi. Sarebbero questi indici a suggerire la mancanza di un rapporto di dipendenza, nonostante l’algoritmo che gestisce e disciplina modi, tempi e assegnazione delle varie consegne rappresenti un’attività di vigilanza e di controllo. Appunto, l’algoritmo. Questo sistema diventa inattaccabile dal punto di vista legale dal momento che i rider sarebbero liberi di scegliere, di volta in volta, se aderire o meno ai turni di prestazione, oltre che elaborare in prima persona i percorsi da seguire.

Eppure, il controllo da remoto che esercita il sistema informatico è evidente che finisca per rappresentare un rapporto di dipendenza non di nome ma certamente di fatto, dal momento che la “libertà di scelta” da parte dei lavoratori viene meno dal momento in cui, per massimizzare le consegne pagate 5 euro lorde l’una, siano costretti ad accettare qualsiasi finestra di lavoro proposta dall’algoritmo.

È evidente che una regolamentazione sia necessaria. Il decreto di dignità proposto dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Di Maio è tuttavia per certi versi l’estremo opposto. Tutti dipendenti, tutti sindacalizzati, con ferie e contributi, tutti con un “trattamento economico complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e comunque non inferiore ai minimi previsti dal contratto collettivo applicabile all’attività prestata”. E quando non c’è un contratto collettivo, valgono “i minimi previsti per prestazioni analoghe”, quelle del contratto collettivo del “settore o della categoria più affine”.

L’articolo 3 della bozza di decreto recita: “Non è consentito retribuire a cottimo, in tutto o in parte, le prestazioni di lavoro svolte tramite piattaforme, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto”. Inoltre l’algoritmo verrebbe depotenziato: potrà essere utilizzato solo dopo un periodo “di esperimento” negoziato con i sindacati che avranno il diritto di conoscere i risultati e l’impatto della formula, anche per quanto riguarda il rating, cioè il giudizio degli utenti che oggi è decisivo per la retribuzione del rider”.

Quanto basta per far infuriare il CEO di Foodora Italia, Gianluca Cocco: “Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia. Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle”.

Un mezzo ricatto che non tiene conto però del fatto che una regolamentazione sia necessaria e che, come successo con Amazon, le nuove tecnologie non possano inventare anche nuove forme di lavoro. Possono avere dei connotati specifici, ma nell’inquadramento di precisi limiti e confini posti a tutela di una categoria. Fossero pure tutti studenti universitari o disoccupati che si arrangiano part time.