Un invito al colloquio: domande da sinistra

di Redazione
28 Febbraio 2017

Ringrazio «Il Conservatore» dell’invito e dello spazio concessomi. Dico fin da subito che la mia vocazione progressista non mi preclude la necessità di dialogare insieme e serenamente su temi che reputo cruciali. Tutt’altro.
Osservo con particolare interesse le iniziative culturali che l’amico Francesco Giubilei e altri giovani di talento portano avanti in questi mesi. Da ultimo, il convegno del 2 marzo a Roma che ha come obiettivo quello di lanciare un nuovo think tank. Ripeto, le mie convinzioni sono molto diverse. Ma il dialogo acquista il suo pieno significato se vissuto da protagonisti (imprevedibili) che fan fatica a incrociarsi persino sui preliminari. Altrimenti, e lo chiedo ai campioni del fondamentalismo rosso, nero o bianco, che senso avrebbe scrivere, leggere, parlare, incontrarsi?

Ne era già al corrente il filosofo Norberto Bobbio, quando in Politica e cultura del ’55 provava a interloquire con gli intellettuali italiani più rinomati della scuola comunista, i quali si sono prestati con intelligenza ad una discussione che tuttora continua a trasmettere stimoli importanti. In quegli anni, il comunismo era forte, ma il pensiero liberale aumentava le sue pretese. I sacerdoti della rivoluzione proletaria e gli adulatori del profitto si fronteggiavano l’un l’altro inquinando lo spazio delle sfumature, delle proficue tensioni, di una terza via. Ed è per questo che il variegato filone del liberalsocialismo europeo è stato visto con diffidenza dottrinale e politica dalle due chiese.

Il liberale puro, infatti, rifiutava la trama egualitaria dei diritti sociali, mentre il socialista ortodosso non sapeva che farsene del presupposto individualista di un Locke o di un Mill. Più in generale, chi cercava di revisionare in egual misura la narrazione occidentale e il collettivismo sovietico al fine di cogliere le buone ragioni del pluralismo politico senza perdere di vista il disagio degli ultimi veniva puntualmente insultato di alto tradimento, ambiguità, poca fedeltà e facili conversioni. Bobbio, che ha ricevuto molte critiche di questo genere, voleva scrutare in profondità le posizioni dell’avversario. I comunisti dell’epoca erano fedeli alla loro dottrina e attendevano direttive da Mosca per pronunciarsi su ciò che è giusto o ingiusto; il pensatore torinese, da buon laico, consigliava loro la cautela, la sospensione, il bisogno infaticabile di esprimere una «penultima parola» su faccende complesse come la politica, la scienza, la filosofia, la società. È trascorso molto tempo da quell’«invito al colloquio». Nel frattempo è venuta meno la guerra fredda con la sconfitta irrimediabile del Soviet. Il dopo ’89 ha consolidato la triste stagione del post: post-moderno, post-verità, post-metafisica, e io aggiungerei «post-socialdemocrazia».

Il postmoderno si estende a dismisura, intensifica il pensiero unico del mercato e corrobora la dimensione nichilistica dell’esistenza. Non ci sono più fatti, e neppure chiarezza linguistica, ma solo frasi criptiche che evocano a volte i «pensieri spezzati» del mago del nord Hamann, letture corte e relativismo fazioso. Il mujaheddin che contrastava gli elicotteri russi era qualificato come un «eroe», invece l’islamico odierno − tuonano Dauvé e Nesic − resiste alle pedine dell’imperialismo americano e perciò viene superficialmente etichettato come un «terrorista». Un contenuto di giudizio manovrato dai vertici di potere.

La morte di Dio, come lascio intendere nella mia recente monografia dedicata alla figura anomala di Carlo Antoni, ha coinvolto tutto e tutti. Gli ideali sono intrappolati nell’annuncio profetico di Nietzsche, e non solo – ha ragione Audard − il «pensiero negativo» promosso con argomenti diversissimi dai vari Nietzsche, Heidegger, Derrida, Schmitt e Foucault ha condizionato involontariamente il percorso politico della destra liberista e imprenditoriale di fine anni ‘70, ma persino il liberal di oggi non riesce a promuovere un’autentica ideologia progressista e si lascia influenzare dai fanatici del self-made man. Se Dio muore, non ha alcun senso lottare per un mondo meno ingiusto. Non è un caso che i nuovi riformisti, pilotati dalla Third Way, strizzino l’occhio alle multinazionali, frequentino i centri di potere e rilancino il gioco «innocente» di un turbo-capitalismo nemico della povera gente. Mi si può obiettare che dio, quello della trascendenza pura, era già stato ucciso dall’umanesimo rinascimentale, da Hobbes e dall’illuminismo dei philosophes. Forse sbaglio, ma sono del parere che negli esempi precedenti sia avvenuto un doveroso ferimento di dio, o comunque dello scioglimento di una specifica interpretazione dell’assoluto. L’epoca settecentesca della raison, infatti, ha mantenuto in vita l’ideale, la speranza. Dio pertanto continuava a vivere, sebbene mostrasse un altro volto. Ma oggi è diverso. È stato spezzato ogni dualismo, ogni brivido per la giustizia, in nome del Nessuno. Il progressista non ricorda il suo capostipite. Ha proseguito con ritmo tragico l’opera della secolarizzazione trasformando la laicità in un ateismo senza tempo, senza storia, senza il Sollen, offrendo campo libero sia all’«ultimo uomo» − una scimmia che danza beata nell’irresponsabilità − sia all’Übermensch voluto da Nietzsche, un oltreuomo che si impadronisce del senso della terra bevendo fino all’ultima goccia il sovrasensibile.

Il liberal postmoderno non dispone di un linguaggio robusto, non vuole cambiare la realtà. Il disincanto ha vinto. La globalizzazione diviene il palcoscenico di un attore che indossa il vestito della menzogna, della «mala fede borghese» come direbbe Sartre. In breve: il liberal è stanco, fragile, ha decostruito la sua storia, si fa risucchiare con facilità dalla contingenza, sposa gli imperativi del padrone di turno e si rivela incompatibile con la nobile tradizione liberalsocialista, quella che non ha mai rinunciato al sogno egualitario. Non ha la nausea di quell’1% ricco della popolazione, ma al contrario cerca di inculcare i «valori» del successo, della conquista smisurata degli spazi di mercato, della cinica meritocrazia. Si culla nel politically correct e parimenti trasmuta le ineludibili battaglie libertarie (aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale, procreazione assistita) in una chiacchiera gettata nel fiume impazzito dei social network.

Vi chiederete perché insista con l’attuale cultura progressista. E di cos’altro dovrei parlare? Non esiste una destra in Italia. Nessuna idea – a parte il percorso di studi condotto in solitaria da un fine intellettuale come Veneziani o da qualcun altro −, nessun soggetto politico che cerchi di delineare una prospettiva conservatrice. Certo, il nostro Novecento ha ospitato personalità di spessore: su tutti Longanesi, Prezzolini – autore peraltro del Manifesto dei Conservatori – e Montanelli, ma non vedo degni eredi, solo il deserto ideologico.

Spero di essere smentito in futuro. Lo dico da laico. Perché in assenza della verità incontrovertibile (l’epistème), sono portato per bisogno razionale a tifare in favore della pluralità delle idee. Un vero progressista – colui che sente la questione sociale, i diritti delle minoranze e non abbandona la possibilità trascendentale ed empirica della liberazione dell’uomo, non trascura cioè il suo dio – deve favorire la nascita di un conservatore avvertito che cerchi di istituire con rigore e rettitudine un nuovo lessico politico-culturale al fine di rispondere alle sfide dell’oggi. E adesso mi rivolgo a coloro che intendono colmare questa assenza.

Personalmente mi spiace la battaglia laicista contro i simboli religiosi negli edifici pubblici. Non perché debbano trionfare Cristo o Maometto, ma per il timore che vinca il nulla. Laicità significa riscoperta di senso in ogni dove. Preferisco, quindi, che venga attribuito pieno titolo di cittadinanza a quel senso di religiosità che avvicina le differenze, e si respinga in modo perentorio quell’«ospite inquietante» sbandierato dai maestri e discepoli della volontà di potenza. La nuova destra come si esprimerà nel merito? Imboccherà la strada di una piena laicità, cioè a sfondo religioso, oppure si rifugerà in un confessionismo muscolare?

Chi è per voi il migrante? Un’essenza o una preoccupazione? Merita di essere guardato negli occhi prima che il mondo ci suggerisca l’arma dell’apartheid, oppure è solo un affare di bilancio, di numeri, di realismo, di «risorse scarse»? Il conservatore in fieri inseguirà il neo-pragmatismo disorientante di un Trump e gli slogan populisti di personaggi a noi vicini, oppure avrà un pensiero di lungo respiro, peculiare e meritevole di attenzione? Vorrei sapere chi è per voi l’ospite che bussa alla nostra porta, quali sono i suoi diritti. Vi è un a priori da consegnare anche a lui? Non vorrei entrare nel terreno della politica pratica, e lungi da me portarvi con violenza ermeneutica nel campo progressista; ma voglio capire in che modo la vostra logica organicista visiterà l’universo dell’altro.

Veneziani, nel suo Comunitari o liberal, dice chiaramente che l’involuzione conservatrice può emergere nel momento in cui si dovessero riaccendere gli «odi atavici, etnici, religiosi, nazionali», o quando non si presta la dovuta attenzione alle «minoranze estranee al comune sentire». Chi è l’omosessuale per voi? Ha diritto di accesso al comune sentire? Intendo dire, il gay del duemila fa parte della «nostra» comunità, o deve soffrire gli effetti di una sentenza di condanna per opera di chi, con tono arbitrario, si fa portavoce dello spirito del popolo e di conseguenza colloca ai margini altre biografie? La faccio più brutale: il vostro intento è quello di ricostituire una sottile linea di confine tra un noi e un loro (oscuro) da sopportare, o sentite l’esigenza e forse l’urgenza di un’estensione dell’orizzonte di senso entro cui l’io e il tu si incontrano prima di un giudizio consuetudinario, prima di una legislazione pubblica, prima del «si dice» o del «si fa» enunciati da Heidegger e adesso richiesti dal mercato e dal rumore anonimo di una folla?

Chi sono i vostri punti di riferimento culturali? I già citati Prezzolini e Longanesi, oppure Gentile, Evola, Weil? Apprezzate i communitarians? Mi riferisco in particolar modo a Sandel, un autore che ha premiato la trama della «vita buona» a scapito del «giusto» di derivazione illuminista e che, proprio per questo, ha denunciato i limiti della «giustizia come equità» illustrata dall’eminente teorico liberal Rawls. E posso aggiungere MacIntyre, Taylor, il personalismo comunitario di Mounier.

Simpatizzate con il gesto rivoluzionario inaugurato da papa Bergoglio, con il suo tentativo di umanizzare, cristianizzare il cattolicesimo, e camminare dans la rue con il vangelo dei poveri; oppure condividete le aspre critiche che gli rivolge di continuo il giornalista Antonio Socci? Accettate il rinnovamento spirituale di un vicario di Cristo che scorge l’essenza del cristianesimo nelle periferie, nel dolore sociale, e comunica con i senza voce, con i falliti, esce dal Palazzo e rimprovera i potenti del mondo, i cristiani di facciata, i nuovi protagonisti della morte di dio? Insomma, qual è la vostra chiesa? Quella del giullare di Assisi o il luogo cerimoniale del vescovo Guido? La Porziuncola riabilitata da Francesco o la chiesa stanca di Innocenzo III?

Lascio per ultimo un tema che mi sta a cuore, e che si riallaccia con quanto detto finora. Cos’è la tradizione per voi? Un comandamento da seguire, un’obbedienza incondizionata a un mito, l’adesione a un idem sentire vecchio quanto il mondo, e come tale da riproporre in ogni epoca? In altri termini, intendete fronteggiare la morte di dio con una lettera tramandata dai nostri antenati? Se questa è la via, forse anche voi, al pari del liberal nichilista, rischiate di scivolare nel buio del postmoderno, riabilitando un dio giustamente sepolto.

Mi auguro, invece, che siate un po’ in sintonia con la direzione storicista tracciata da Hegel, per il quale la tradizione non si limita a custodire fedelmente quel che ha ricevuto e a trasmetterlo immutato ai posteri; essa non è «una statua immobile», ma «vive e rampolla come un fiume impetuoso che tanto più s’ingrossa quanto più s’allontana dalla sua origine». Sono certo che la seconda opzione vi accomuna e al contempo vi caratterizza. Spero, tuttavia, che il «fiume impetuoso» di Hegel non cancelli le istanze di chi invoca, in silenzio, un semplice diritto di umanità.

Francesco Postorino