Radical chic: storia e significato di una definizione

di Redazione
28 Febbraio 2017

Il termine radical-chic viene fuori da un giornalista USA Tom Wolfe, nel 1970 la moglie del compositore Bernstein organizza un ricevimento volto alla raccolta fondi per il gruppo Pantere Nere invitandone anche alcuni esponenti. La notizia desta interesse in quanto l’ambiente legato ad un certo ceto sociale va in contraddizione con l’essenza dell’invitato. Questa apparente contraddizione è la definizione stessa di Radical chic, una persona che nutre disprezzo e sufficienza verso le questioni materiali, pragmatiche e popolari ma allo stesso tempo si fa portatore di alcune sue istanze, quelle trend per intenderci. Negli USA è celebre la figura del manifestante anti-Trump che prendiamo ad esempio per questa disanima.

Il manifestante anti-Trump odia il tiranno anti-democratico ma non rispetta il voto dei suoi elettori, si scaglia contro il sessismo ma appoggia delle leader che ne sono l’apoteosi, si oppone alle politiche anti-immigrazione ma sostiene lo sterminatore di arabi Obama, manifesta per le libertà sessuali ma vuole imporre la rieducazione gender da regime totalitario, si scaglia contro i “ricchi” ma è prezzolato da Soros e dalle élite finanziarie. Questa contraddizione è come dicevamo apparente, infatti i poteri economici hanno da sempre giocato a creare i due fronti anche nella testa stessa delle persone. Quindi in virtù di questa cosa se da una parte appartieni ad un ceto sociale e dall’altra sostieni la parte opposta, allora sei perfettamente omologato!

L’omologazione al pensiero unico, il politically correct e l’azione che in Programmazione Neuro Linguistica (PNL) si definisce “debunker” è tipica del radical-chic. Egli per paura, per convenienza o per ignoranza pensa ciò che è dato pensare alle masse, ed è quindi il prodotto di una certa informazione, cultura e stile di vita tipico dell’Americanismo in tutte le sue declinazioni compresa la variante di sinistra. Per fare una traslazione italiana di questo fenomeno se lo spettatore Mediaset ha Maria De Filippi e Barbara D’Urso come guru, il radical chic ha Jovanotti e Benigni. Solo questi ultimi però sono definiti paladini della cultura.

Del politically correct sappiamo abbastanza oramai, il debunking è invece un metodo abbastanza nuovo. Il debunker mira a screditare con ogni mezzo, dalla teoria scientifico-dogmatica all’ironia sprezzante, tutte quelle visioni e impostazioni di pensiero che si muovono al di là degli schemi impostati. Per cui una tesi conservatrice su popoli e identità nazionali sarà additata dal debunker come becero razzismo, così come in scienza ipotesi differenti dall’evoluzionismo saranno tacciate di fantasticherie da romanzo o da religione. Fortemente dissonante è poi tutta la questione della rieducazione gender ma più ingenerale di tutti i comportamenti legati al sesso sul web. Si invocano i principi della liberazione sessuale e del femminismo – che però avevano ben altre origini culturali e storiche – e poi si è subito pronti col voyerismo on line sulle foto di questa o quella subrette o giornalista, attaccandola con virulenza per gli scatti hot. Si invoca il gender in nome di una fittizia libertà a contraffare la propria naturale sessualità – maschile, femminile o omossessuale – ma allo stesso tempo lo si impone dappertutto come il comportamento giusto da attuare. Infine c’è un aspetto della questione che è legato alle ricadute riguardo la formazione della persona umana.

Negli ultimi giorni abbiamo sentito il caso di Lavagna, il giovane suicida a seguito di un’indagine per spaccio nei suoi confronti. Ora al di là della discutibilità o meno del fatto giudiziario in sé e del rapporto madre-figlio, sono cariche di rancore oltre che di saccenza le accuse che si fanno alla madre sul web. Questa cosa va in nome di un laissez-faire poco raccomandabile sulla questione droghe, stile di vita e consumo dei social-network. Ricordiamo che in Italia la definizione radical-chic venne attraverso una lettera di Montanelli a Camilla Cederna, che con i suoi presunti modi “pro-libertà di pensiero” sottovalutava il nascente terrorismo ideologico. Allo stesso modo nei confronti della madre del giovane di Lavagna, senza sapere neanche come sono andati i fatti si grida al proibizionismo, alle negazioni delle libertà e altre belle parole tipiche dell’armamentario radical. In questo modo si sottovaluta il dato essenziale invocato dalla madre del ragazzo riguardo la perdita di dialogo umano sostituito dalle chat. A questo aggiungerei la perdita dell’assunzione di responsabilità giuste o sbagliate che siano, in questo caso il fumare e vendere cannabis. Il lasciare andare riguardo questi modi di fare, così come all’epoca avveniva col terrorismo, è tra l’altro sempre una strategia delle élite per soggiogare i popoli e controllarne le menti.

Roberto Siconolfi