Stato Organico e Comunità di popolo: i punti focali di due dottrine politiche

di Redazione
24 Novembre 2016

Le dottrine dello Stato si differenziano tra loro per alcuni elementi basilari. In quest’articolo mettiamo a confronto la visione di Stato Organico di Julius Evola che con le dovute diversità “gentiliane” ha trovato sfogo nel fascismo. La visione da Comunità di popolo delineata da Alfred Rosenberg e messa in pratica nel nazional-socialismo. Queste comparate alle concezioni liberali e marxiste dello stato, teorizzate da Montesquieu, Rousseau o Lenin e realizzate nelle democrazie occidentali e nei paesi socialisti. Riguardo quelle di quest’ultimo tipo, la base è costituita dai principi che partono con la rivoluzione francese prettamente illuministici, democratici, egualitari. Di contro quelli che risalgono a prima della rivoluzione francese che mirano a privilegiare le aristocrazie, nel senso di “oi Aristoi” (i migliori). La prima accezione mette in luce la quantità, il dèmos, tutto ciò che ha a che fare col numero. La seconda visione dello stato privilegia la qualità, l’ordine e ciò che ha una precisa forma. In una visione dualistica lo Stato Organico sostiene il fattore positivo da quello negativo, il principio gerarchico su quello egualitario, l’alto sul basso, il maschile sul femminile, lo spirito sull’anima.

La Comunità di popolo è invece, un tentativo di fondere le 2 tipologie in esame, di inserire determinati principi egualitari e socialisti all’interno dell’organizzazione statale sempre in una visione pre-rivoluzione francese. Secondo questa visione lo stato è solo una forma espressivo-amministrativa dell’anima di un popolo, senza di questo concetto lo stato non esisterebbe e non sarebbe necessario. Alla Comunità di popolo si appartiene per rango, in una concezione neo-feudale, ogni membro è uguale a un altro in quanto avente lo stesso sangue. Il concetto di Stato Organico si basa su un altro principio fondamentale: la trascendenza. Secondo questo, lo stato non deve essere espressione della società, a differenza della scuola sociologica positivista, dove la concezione sociale o societaria dello stato è indice di regressione, di una involuzione naturalistica. Le funzioni “superiori” (stato) quindi non devono essere espressione della parte biologica e vegetativa di esso. Secondo questa concezione Aristocratico Tradizionale, è lo stato che crea la nazione a differenza della concezione Aristocratico Popolare dove è il popolo a formare lo stato. Nelle visioni liberali o marxiste, lo stato è una espressione della dialettica tra le classi economiche e le sovrastrutture, producendo un’Aristocrazia di Classe. Una dialettica conciliatoria come nelle democrazie liberali o le social-democrazie, o di lotta come nei paesi socialisti in Est Europa o in Cina.

Ritornando ai principi dualistici a confronto, lo Stato Organico è portatore del principio maschile “divino” a differenza delle democrazie, dove l’elemento femminile è preponderante, in quanto espressione dell’elemento tellurico, legato alla natura e alla terra. Nella visione marxista la questione maschile/femminile viene messa in luce in chiave di dominio di genere, e quindi dalla società tribale (comunismo primitivo) parte la prima forma di divisione del lavoro che privilegia il maschio e il patriarcato (eredità in chiave maschile). La lotta per l’emancipazione di classe quindi prevede anche quella di genere. Nella visione della comunità di popolo, l’elemento femminile è semplicemente “passivo”, “ricevente”, ma è esso stesso alla base del concetto di “anima del popolo” (volksgemeinshaft), legato in chiave duplice a quello di razza, ovvero anima vista dall’interno e viceversa, razza=anima vista dall’esterno. In questa visione l’elemento femminile è addirittura prevalente su quello maschile.

Roberto Siconolfi