Il mondo può fare a meno delle élite?

di Redazione
21 Novembre 2016

 

Quasi tutti gli osservatori, al di là e al di qua dell’atlantico, concordano che all’origine dell’elezione di Donald Trump c’è un vento contrario verso l’establishment e le élites degli USA. Un vento che spira in forme diverse anche in vari paesi europei. Ma ciò che vorrei qui rilevare è la decadenza negli ultimi anni dei gruppi dirigenti e delle élites in Europa e in Italia, un fenomeno cui si dedica meno attenzione di quanta ne richiederebbe. Due recenti libri, editi entrambi da Rubbettino – “L’implosione delle élite, leader contro in Italia e Europa” di Carlo Carboni e “I molti e i pochi” di Raffaele de Mucci – illuminano, sulla base di approcci diversi, aspetti rilevanti di tale questione. E così, mentre versiamo ancora nella più lunga crisi economica del dopoguerra, in presenza degli effetti della guerra asimmetrica dell’ISIS e del terrorismo internazionale, nel quadro di una grave crisi di fatto in corso nell’Unione Europea, di cui la Brexit non sembra certo il punto terminale, nei vari paesi europei non è dato vedere statisti capaci di orchestrare risposte adeguate e di trasformare i vari aspetti della crisi in opportunità per un processo di più forte integrazione economica e politica dell’Unione, basata su un nocciolo duro fra i paesi fondatori. Emergono invece (quando pur ciò avviene), secondo l’analisi di Carboni, dei “capi”, non più sostenuti da élite che brillano di luce propria ma da un “cerchio magico” di obbedienti nominati. Al massimo, sono leader mediatici, persuasori capaci di andare direttamente al popolo. E in questo quadro, le élite europee rischiano di implodere per povertà di visione strategica e per cocciuta ricerca di sintonie interne nazionali.

Sull’altro versante, concentrandosi di più sul caso italiano, Raffaele de Mucci evidenzia che tra le nostre élite si va affermando una tendenziale “peggiocrazia”, ricordando che “perché emergono i peggiori” era già il visionario titolo di un capitolo scritto da Hayek ne “La via della schiavitù”, e lo fa dopo aver ricostruito il trend della decadenza delle élite negli anni della Repubblica. E così l’Europa è terra fatta di “statisti” che al massimo pensano solo alle prossime elezioni nazionali, in larga parte privi di visione e pronti ad inseguire ceti, gruppi sociali, corporazioni all’interno dei rispettivi paesi, sacrificando alla ricerca del consenso elettorale a breve l’ipotesi di uno sviluppo equilibrato del mercato europeo e di singole economie di mercato.

Basti pensare alla rovinosa caduta di Cameron in Inghilterra con la Brexit, e a quello che sta avvenendo in modi e forme diverse a un debolissimo Hollande in Francia, alle prese con le sfide del nuovo populismo e alla Merkel in Germania che dovendo per la prima volta fronteggiare una nuova forza populista si richiude ancor più nei confini dell’egoismo nazionale, pur dopo avere entrambi reso una ipocrita visita alla tomba di Altiero Spinelli a Ventotene.

Venendo ora a casa nostra, sembra di trovarsi di fronte al prototipo di un Paese governato da un capo circondato da un “cerchio magico” di obbedienti nominati, quel leader mediatico, persuasore capace di andare direttamente al popolo di cui parla Carlo Carboni. A sentire questo “capo”, che pur ha il merito iniziale di aver ridato un po’ di fiducia e slancio al Paese, la ripresa è ripartita da tempo, siamo quasi una locomotiva d’Europa. Peccato invece che nel 2015 la caduta degli investimenti sia risultata di oltre il 30 per cento rispetto al 2008 e che il PIL sia al di sotto di sette punti percentuali rispetto a quella data, mentre la Germania è al di sopra di cinque. Si tiene poi la sordina su quella soglia pericolosa del 133 per cento del PIL assunta dal debito pubblico, che esigerebbe una congrua politica di privatizzazioni, smobilitazioni di asset imprenditoriali e patrimoniali.

Ma se tutto questo avviene, non è solo perché Renzi non è sostenuto da adeguata cultura di governo, né perché, così come lui, tutti gli altri leader suoi competitor hanno un’impronta tendenzialmente populista, ma anche perché l’Italia sconta una decadenza delle élite in Italia, come sostiene lo stesso Carlo Carboni, ancora più marcata di quella degli altri paesi europei.

Sono state alcune élite molto qualificate e ristrette a guidare il grande balzo in avanti dell’Italia nel primo e nel secondo dopoguerra. Si pensi all’apporto di uomini politici come De Gasperi, Einaudi, Ugo La Malfa, Vanoni e vari altri. O all’apporto di tecnici come Menichella, Saraceno, Guido Carli, Francesco Mattioli, Enrico Cuccia. Oppure a industriali illuminati come Valletta, Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli. Si trattava di élite unite da una visione condivisa, orientate al bene comune del Paese, e spesso proiettate verso una dimensione europea e internazionale, capaci di guardare lontano sulla base di un disegno strategico e di fungere da esempio per gli altri appartenenti alle classi dirigenti. Dopo il fallimento del centrosinistra, nel passaggio poi complesso, tra i mostri dell’inflazione e del terrorismo negli anni Settanta, dopo l’illusionismo della «Milano da bere» degli anni Ottanta, dopo il bagno di fango di Tangentopoli, e dopo il ventennio della brutte époque, sembra che nelle nostre classi dirigenti tutto questo sia venuto meno. Anche il sociologo più attento a quanto si muove nel Paese, Giuseppe De Rita, già nel 2009, nell’introduzione al Rapporto CENSIS, aveva scritto che «non c’è più una vera élite»: un tema che poi aveva approfondito insieme ad Antonio Galdo ne l’Eclisse della borghesia (Laterza). Se essere élite significa infatti in primo luogo dare il buon esempio, offrire una risposta ai problemi del Paese, progettare il futuro, gli appartenenti alle ex élite di casa nostra oggi sembrano solo capaci di intrecciare relazioni opportuniste (quando non peggiori…), sparare opinioni a vuoto, regolarmente immerse nel presentismo; e si rivelano privi di alcun pensiero e azione proiettati verso il medio e ancor meno verso il lungo periodo. Su questo pesa forse un male antico: già Giacomo Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, annotava che «le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni».

Luigi Tivelli