Mattarella dia un taglio alla retorica, la lingua italiana si sta estinguendo

di Redazione
20 Ottobre 2016

“Proporre la qualità Italiana è la sfida di fronte a noi: proporre cioè l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di lavorare. L’italianità parla di umanesimo”. Queste le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Palazzo Vecchio a Firenze, nel suo intervento agli Stati generali della lingua italiana 2016 che hanno avuto luogo il 17 e il 18 Ottobre. Peccato però che aldilà degli sforzi profusi per l’evento e le dichiarazioni altisonanti, la realtà della nostra lingua vada in tutt’altra direzione: l’estinzione di fronte all’onnipresente inglese; così come pure la cultura umanista tanto vantata nelle parole è, di fatto, soppiantata dal pensiero tecnico-scientifico.

Che si tratti di un evento celebrativo vuoto e retorico è chiaro anche da come il Presidente continua il suo intervento, tentando una disperata manovra di cerchiobottismo che non scontenti la realtà della colonizzazione anglofona e dell’elogio delle migrazioni: “L’appartenenza a più culture, il plurilinguismo, l’ibridazione linguistica sono, tuttavia, parte dell’esperienza dell’uomo contemporaneo, in una fase rinnovata di forti migrazioni”. Mattarella ammette che “La lingua è il vettore di valori identitari espressione della cultura di un popolo” asserendo anche che è “indispensabile il rafforzamento dei canali televisivi in lingua italiana dedicati all’estero e di contenuti per la rete internet”, ma non si capisce come queste affermazioni possano stare insieme all’assurdo dell’appartenenza a più culture e all’ibridazione linguistica, la quale più che un valore a noi pare uno sfaldamento e imbarbarimento del nostro idioma, inquinato ormai da termini anglosassoni e di altre lingue, forme dialettali pasticciate e uno spaventoso analfabetismo di ritorno.

In una situazione tale e che lascia poche speranze, non sarebbe il caso, invece che lanciare proclami altisonanti sull’umanesimo connesso alla lingua italiana, che il Governo e l’Accademia della Crusca prendano atto della situazione reale della lingua italiana in primis nel nostro Paese, magari potenziando e rilanciando lo studio nelle nostre scuole della lingua e delle discipline umanistiche? Basta, infatti, fare un giro per le nostre strade o accendere la tv per prendere atto che prima di proporre al mondo un rilancio della nostra lingua, il minimo è che essa venga parlata correttamente almeno in Italia. Qual è il senso di queste affermazioni e di questi Stati generali quando al contrario si spinge sempre più verso la conoscenza e l’uso di lingue estere e verso le discipline tecnico-scientifiche, per di più insegnate in modo meramente strumentale e monco di qualsiasi considerazione storica ed epistemologica, pensando solo al loro lato meramente applicativo? Davvero poi si pensa  che in un mondo come il nostro, dove ormai si dialoga con emoticon, orrende abbreviazioni e “slang” di ogni genere, si possa promuovere l’Italiano solo attraverso siti internet, canali tv e progetti Erasmus? La realtà è che occorre rinsaldare prima di tutto un sentimento d’appartenenza nazionale e identitario dove la nostra lingua possa davvero ritrovare il suo posto. In secondo luogo far conoscere nei luoghi propri dell’istruzione autori ormai non più studiati a dovere come Dante, senza lasciare che essi diventino solo simulacri per le esibizioni di personaggi non qualificati come il saltimbanco Benigni.

Aldilà di ogni giudizio politico, bene ha fatto un gruppo contestatario, che ha esposto uno striscione in piazza della Signoria con scritto: “No alla colonizzazione inglese e tedesca, parliamo italiano”. Gruppo subito fermato dalle forze dell’ordine che hanno impedito che lo striscione fosse posizionato, allontanando di una decina di metri il gruppo.

Secondo, invece, il Presidente del consiglio Renzi quella della diffusione e della promozione della lingua italiana è una battaglia di tutti e ha spiegato come il Governo abbia messo un intervento nella legge di stabilità a favore delle scuole di italiano all’estero e di coloro che studiano l’italiano all’estero. Ma per sua stessa ammissione è “un numero molto piccolo rispetto agli altri e il paragone con il francese non regge”. E a seguire invoca, come sempre, i taumaturgici concetti di “mercato” e del trito Made in Italy, dove secondo l’ex sindaco di Firenze “sta la chiave di possibile sviluppo e volano per questa scommessa” visto che “nella graduatoria dei marchi l’italiano è la seconda lingua utilizzata”. Anche tutto ciò non si capisce bene che abbia a che fare con lo stato di salute della nostra lingua. Forse che un tedesco che compra spaghetti di marca italiana scopre così la bellezza della lingua dei nostri poeti? Pare assai dubbio. Come assai dubbio è il titolo scelto per l’edizione di questi stati generali: Italiano Lingua Viva, quando quel che c’è da fare sarebbe invece prender atto dello stato di agonia della nostra lingua che si appresta a fare la fine del latino. Per evitare ciò occorrerebbe metter davvero mano, in controtendenza ai presunti valori attuali, a un rilancio identitario a tutto tondo. Non è certo solo con la creazione di portali internet, spingendo sull’insegnamento dell’italiano all’estero o promuovendo prodotti italiani che si salva una lingua, quando essa, come abbiamo detto, non è più parlata correttamente manco nella madre patria. Ma sappiamo che la marca dell’attuale Governo e Presidenza della Repubblica è l’ottimismo ideologico come si evince anche dalle parole del viceministro degli esteri Mario Giro: “Noi siamo la lingua del sì, basta con i no pessimisti e rassegnati” che cerca così di metter pure insieme come i cavoli a merenda gli Stati generali della lingua italiana e il referendum costituzionale, mostrando così quali sono le vere preoccupazioni del Governo.

Sarebbe invece davvero una cosa auspicabile quanto affermato da Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri, che ha parlato della necessità del Paese di trovare la salvezza trasformandosi in uno “Stato culturale che vada al di là dei propri confini.” Ma per far ciò non serve nascondere la realtà con poderose celebrazioni, ma mettere davvero mano al sistema scolastico italiano. Occorre un’ottica scevra da esterofilia che punti alla ri-alfabetizzazione e alla riscoperta della cultura umanista italiana come valore in sé e per sé, e non come un feticcio in mezzo ad un mondo sempre più mondializzato e standardizzato dalle regole della finanza e dal predominio statunitense.

Alberto Cossu