L’uomo è il cancro del pianeta?

di Luigi Iannone
2 Maggio 2017

L’idea di un triste ma inesorabile declino del nostro mondo, è tesi antica e affascinante. Scrittori, filosofi, teologi, si sono confrontati con una simile argomentazione che oscilla sempre tra il profetico e il razionale, il logico e il vacuo. Anche ogni forma di arte ha cercato di tratteggiare cause e sviluppi più o meno infausti della nostra specie prendendo a prestito simboli e metafore dall’antica mitologia. La versione di Bruno Sebastiani, studioso di sociologia, muove soprattutto da numeri e statistiche, pur non sopprimendo osservazioni tratte dai maestri del pensiero filosofico. Il sentimento di malessere misto a sgomento che si intreccia in maniera epidermica alle attività umane e ai risvolti meramente negativi che essi hanno sul pianeta rappresenta la trama del suo libro, Il cancro del pianeta (Armando editore, p. 222). Una Terra – appunto – ammalata, con cellule tumorali impazzite le quali non fanno altro che alimentarsi in un fluire incessante con l’unico scopo di moltiplicarsi e propagarsi ma che plasticamente Sebastiani scorge nella forma degli uomini e delle donne di tutti i tempi.

Gli effetti del progresso sono descritti in questo volume in una maniera minuziosa, con accortezza nei dati e nei viluppi storici che l’hanno assecondato, ma anche con tanta agitazione pessimistica. Perché lungo i capitoli Sebastiani declina le perversioni dell’urbanesimo, della catena industriale e postindustriale, fino ai vorticosi effetti della tecnologia moderna partendo da una premessa che pone un marchio pesante e catastrofico su tutto il nostro futuro: l’evoluzione umana sarebbe, in realtà, una involuzione mascherata. Dallo stato di natura in poi, l’uomo non avrebbe fatto altro che progredire ma, allo stesso tempo, lasciare dietro di sé macerie di qualunque tipo, essenzialmente legate a ciò che definiamo “gli antichi valori”’. Ed ecco perché Sebastiani arriva all’idea di cancro. La presenza costante del concetto di progresso sarebbe essa stessa cellula tumorale presente immanentemente nella nostra Storia e che proprio in quanto connaturata al nostro essere sarebbe ineliminabile se non con la scomparsa stessa dell’uomo. E il fatto che l’umano sia paragonato ad una cellula che porta morte, e per ciò stesso privo di qualunque possibile resurrezione, cioè di una nuova rinascita, pone le prospettive analitiche di questo volume in un imbuto angosciante a cui però l’autore non sfugge.

 

Egli, infatti, non solo cita risultati deficitari per quanto concerne le applicazioni del progresso come magari quelli recenti legati alla deforestazione, all’effetto serra, alla contaminazione dei suoli, all’inquinamento ma soprattutto quelli che rientrano nelle responsabilità tipiche dell’uomo moderno ma considerati sommamente positivi. Vale a dire non come concause di mali nel momento in cui tentando di dare risposte alle necessità e ai bisogni della propria esistenza, l’uomo mette da parte la salvaguardia di basilari equilibri legati all’ecologia o alle risorse del pianeta, ed applica in un esercizio forzato e dissennato la sua totalizzante presenza, ma spingendo l’acceleratore in direzione di meccanismi utili al profitto e ad una malsana idea del concetto di ‘utilità’.

L’uomo, in ogni sua attività, avrebbe sempre interagito con l’ambiente. Lo avrebbe modificato per secoli in maniera marginale e poi via via sfruttando le risorse ambientali senza tener conto del fatto che la devastazione potesse ad un certo punto assumere proporzioni globali e allarmanti. Ma ora – per l’autore del libro – saremmo vicini ad un punto di non ritorno e dunque come si potrebbe uscire da questo alone di pessimismo cosmico, così come lo definisce egli stesso in un bel capitolo? La risposta è apocalittica. Non se ne esce. Ci resta solo la possibilità della resistenza passiva. Per Sebastiani il tumore del nostro pianeta è l’uomo. Solo la sua scomparsa può salvare la Terra