Educazione e aristocrazia: se ad insegnare devono essere i migliori

di Redazione
1 Novembre 2016

Quando si parla di aristocrazia potrebbero venire in mente colletti bianchi, abiti sfarzosi, capigliature sontuose e balletti noiosi dentro un castello. Non è questa l’aristocrazia che si vuole intendere.

Dal greco ἀρετή gli aristocratici erano considerati “i migliori” o, con un’altra accezione del termine, i più “idonei”. Ciò presuppone un termine di paragone e pone la domanda in base a che cosa o a chi fossero i migliori. Nella Antica Grecia gli aristocratici erano coloro che possedevano una particolare virtù o delle qualità che permettessero di operare azioni per qualcosa di buono e valido per la collettività. Astraendo l’aristocratico è colui che celebra e si meraviglia dell’eternità delle cose, è in equilibrio tra il dominare e l’appartenere al tutto, e ha una forma di santa devozione verso la verità, intesa come passione critica tesa verso la massima manifestazione della concordanza tra tutti gli essenti. In una sola inferenza, l’aristocratico, il migliore, è chi non sa solo vivere, ma sa essere vita.

La verace virtù, che vuole quindi essere l’aristocrazia dell’animo, è insita al processo stesso con cui la vita si pone verso l’essere e che si rende sempre più apparente grazie all’esperienza, catalizzata e trasmessa per mezzo dell’insegnamento. L’educazione è infatti quella prassi che l’uomo ha sempre intrapreso per spostare delle conoscenze da una generazione all’altra, in modo tale da moltiplicare sempre nuove esperienze, anche senza contrarle direttamente, e contribuire allo sviluppo di una vita migliore. Si nota come i concetti di “vita” e “migliore” siano strettamente legati all’educazione, poiché per avere una vita migliore bisogna necessariamente essere educati alla stessa. Il sapere dell’educazione – paidéia o filosofia dell’educazione – è appunto l’insieme di tutte le conoscenze atte alla fioritura dell’individuo, preparandolo all’ideale di verità nel progetto di umanizzazione sociale.

Questo lavoro è oggi conferito a maestri e maestre, professori e professoresse, che non si vedono più rispecchiare nel compito di “educatori alla vita”, ma semplici fruitori di conoscenze proprie nell’epistemologia della materia che trattano. La società non conferisce a loro il compito di “preparare alla vita” e neanche ricevono questo incarico dalla famiglia degli allievi, infatti i genitori sono spesso restii a demandare l’educazione dei propri figli ad un semplice professore. Non è del rapporto famiglia professori che si vuole parlare, ma di cosa significa in realtà insegnare matematica, scienze, fisica, inglese o qualsiasi altra materia, vista come narrazione di una parte del reale. L’educazione è il compito degli insegnati e non è cambiato dall’antichità: hanno sempre l’onore e l’onere di preparare alla vita, attraverso – non “sostituendosi a” – le materie del proprio insegnamento. Sì, i professori hanno il mandato sociale di educare alla vita, per mezzo dei paradigmi propri della materia che trattano e che costituiranno gli strumenti di comprensione e valore dell’eterno vivere per i futuri uomini sociali.

È proprio qui che si pone il primo problematicismo della pedagogia, dimenticato con l’insegnamento di massa che caratterizza i nostri giorni, avallato solo da conoscenze nozionistiche e citazionalogia. Urge riprendersi questa responsabilità per essere nuovamente credibili agli occhi di chi ha demandato la missione dell’educazione, ovvero essere all’altezza del compito. Ciò significa aver prima acquisito il saper vivere, accettato i suoi compromessi e la sua potenza, la libertà e il rispetto che comporta l’esistenza nel mondo, aver dimostrato quindi di essere “tra i migliori”, aristocratici appunto.

Ogni materia che ci si appresta ad insegnare è parte del comune vivere e la pedagogia, che soggiace e si sviluppa attraverso essa, non può non tenere conto della virtù intrinseca che necessita per poterla insegnare. I professori devono prima avere dimostrato di essere aristocratici, di sapere ed essere vita stessa: solo così possono preparare a questo compito intere generazioni di futuri uomini e donne.

L’aristocrazia e la nobiltà d’animo sono la conditio sine qua non per poter esercitare la professione più antica del mondo. Dimenticarsene significa offrire agli studenti una comprensione della realtà influenzata dal vizio del falso essenzialismo, il quale non permette lo sviluppo di una popolazione che rifletta sulle conseguenze e sulla virtù delle proprie opere, annebbiate da un sapere che non sa interpretare l’alterità e per questo risponde con nevrosi, violenza o sottomissione intellettuale.

Per insegnare è necessario essere tra i migliori.

Matteo Gazzitano