Il dialogo è possibile riscoprendo il primato della Persona sull’individuo
10 Marzo 2017
Premetto che non sono un intellettuale. Quanto mi accingo a scrivere è solo un umile commento senza pretesa se non quella di essere gradito al mio fraterno amico Francesco Postorino col quale da sempre abbiamo uno scambio d’opinioni da posizioni diverse. Un tempo avrei detto opposte ma oggi, con la maturità dei trent’anni, il mio sguardo è molto cambiato seppur in continuità.
Ho letto con entusiasmo scemante l’intervento, o meglio, il suo invito al colloquio da sinistra dalle colonne de ilconservatore.com. In realtà, destra e sinistra mai come in questi tempi sono state così in sintonia, tanto da renderne i confini indefiniti. D’altronde la parola confine – in tutti i suoi sensi – è abolita nella stagione post-moderna, o post-ideologica, perché ogni opinione deve trovare riconoscimento in quanto portatrice di una verità. Non di un pezzetto di Verità – il bene ed il male restano immutati da sempre – ma di una verità particolare. A dire il vero, e qui è il caso di dirlo, non tutte le relative verità trovano ospitalità nel confronto, ancora una parte di opinione non trova agibilità nell’agorà e viene contrastata mai per confutazione ma solo per diffamazione. Sembra una contraddizione ma l’intolleranza dei sacerdoti della tolleranza è un’evidenza difficilmente smentibile per chiunque abbia un briciolo di onestà. La cultura progressista è, per rivelazione, anche conformista e per questo non tollera la diversità, il confine. E la sua evoluzione (?) “post-progressista” nasce proprio da quell’infelice sposalizio fra la destra, o meglio, fra quella destra che coniuga la libertà solo in termini economici, e quella sinistra che coniuga la libertà solo in termini di costume. Citando un autore, Diego Fusaro, che il mio amico non ama particolarmente: «La destra del denaro pone la struttura, la sinistra del costume fissa le sovrastrutture», e su questa unione civile si vorrebbe fondare la nuova Civiltà del nuovo mondo di cui noi stiamo vivendo solo i primi albori. Bisogna infatti capire che le incertezze e le inquietudini, direi anche le barbarie che stiamo vivendo, sono il naturale passaggio da un’epoca che passa ad una che sopraggiunge. Ce ne dà testimonianza la Storia quando ha visto l’avvicendamento fra l’era classica e la Civiltà cristiana (o Medioevo), e fra quest’ultima con la Civiltà moderna ormai anch’essa superata.
Ho fatto questa rapida e parziale premessa perché dalle parole del mio caro amico, pur apprezzando lo sforzo condiviso di riconoscere nel nichilismo una deriva piuttosto che una conquista, comunque non trovo discontinuità con quella “dittatura del pensiero unico” che anche papa Francesco denuncia con forza. Lo si rivela subito nel momento in cui dichiara di non riconoscere una cultura di destra in Italia se non in accidentali espressioni. In parte la responsabilità grava sulla destra stessa che, quando ha recentemente governato questo Paese, non ha saputo creare quelle strutture in grado di far emergere tutto un fremito ed una produzione culturale che da sempre esistono, anzi, quel poco che c’era lo ha anche affossato. In parte bisogna riconoscere che la cultura di destra dal dopoguerra ad oggi non ha trovato cittadinanza proprio per l’ostilità feroce, spesso anche fisica, della sinistra e di un centro che non è stato certamente più tollerante. A destra non sono mancate le menti ma sono mancati gli spazi per esprimersi. È così che gli interrogativi posti nell’invito al dialogo assumono quel sapore amaro di supponenza, come se in realtà la destra non avrebbe nulla da esprimere se non in termini rozzi, reazionari e antistorici perché ormai la società proseguirebbe verso la direzione continua e ineluttabile del progresso. Nelle domande poste sono già insiti i confini, stavolta si benedetti, entro i quali la risposta può trovare validità e accettazione per un colloquio oppure essere rigettata come «slogan populisti di personaggi a noi vicini».
Come ho già detto noi oggi viviamo un periodo tanto straordinario quanto torbido in cui due mondi si stanno avvicendando: uno vecchio e morente, l’altro nascente e ancora da definire. Gramsci scriveva che la «Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere», ultimamente ne ho fatto un po’ il mio motto per far capire la fase epocale che stiamo attraversando: la fine di una storia. Non la fine della storia. Ma per entrare in quella nuova non possiamo semplicemente usare categorie superate, resteremmo altrimenti ingessati in un mondo che non c’è più come appaiono ingessate le tante domande proposte per il colloquio dal mio amico “Ciccio”. Per entrare nel “nuovo mondo” bisogna pensare il nostro tempo, e qui forse rispondo seppur parzialmente alla sua domanda su cosa è la Tradizione. Ma per pensare il nostro tempo occorre riposizionarlo nella continuità storica, occorre mettersi il passato alle spalle nel senso che su di esso bisogna poggiare le nostre spalle per riuscire a sopportare il peso del presente con tutte le sue le preoccupazioni e le sue inquietudini, e così poter sostenere lo sguardo verso il futuro. Tradizione, infatti, significa trasmettere, significa creare quel ponte fra passato e presente sul quale si fonda quell’identità che in quanto tale è capace di costruire il futuro. La prima identità da recuperare per entrare nel mondo nuovo è quella della concezione cristiana dell’Uomo. Fra le tante contraddizioni che il mondo moderno non è stato capace di risolvere, e che oggi creano una delle più grandi inquietudini, è quella di aver ridotto l’Uomo ad individuo, a semplice unità numerica di una specie nonché a mero meccanismo del processo consumistico. L’essere umano, però, è più di un qualcosa: è persona, è qualcuno. Per questo il mondo passato, pur avendo con le sue ideologie conferito all’individuo tutti i diritti possibili, di contro ha abbandonato la persona a tutte le seduzioni. L’individuo è stato “liberato” ma allo stesso tempo è stato lasciato solo, incapace di godere e di usare tanta libertà. Voler continuare a isolare la persona, a «disintermediare» la società, indebolendo se non annientando in primis la famiglia, la religione e il lavoro, significa continuare ad abbandonare un soggetto debole, l’individuo, nella morsa di soggetti forti quali lo Stato, la classe, la razza, l’umanità stessa.
Concludo, anche un po’ bruscamente, e lo faccio citando un grande conservatore di sinistra, l’immenso Pasolini: «Piange ciò che muta, anche / per farsi migliore. La luce / del futuro non cessa un solo istante / di ferirci». Si lo so, ho citato solo due grandi autori di sinistra e così facendo non ho rappresentato né difeso la cultura di destra, ma chi fa questo pensiero-rimprovero dimostra di non aver capito molto di quanto sopra scritto né di conoscere davvero la destra contro il denaro.