Attenzione alla democrazia illiberale!

di Redazione
11 Settembre 2018

È questo l’urlo lanciato dal professore Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, nel suo ultimo editoriale agostano sul Corriere della Sera in cui viene denunciato l’incontro politico tra Matteo Salvini e Victor Orbán. In modo particolare il professore elenca nel suo breve editoriale quali siano gli aspetti fortemente illiberali (addirittura al limite del totalitarismo) del “regime” ungherese: l’ovviamente antidemocratica ridefinizione dei collegi elettorali, l’assurda legge elettorale che prevede una maggioranza certa in parlamento per chi raggiunge il 45% dei voti, la spaventosa svolta anti-immigrazione del governo e le non meglio specificate limitazioni di qualunque libertà esistente e quindi di stampa, di riunione, di impresa e personale. Senza dimenticare il sempre presente “attacco all’autonomia giudiziaria”. Ovviamente nell’editoriale non si fa riferimento a quali leggi abbiano portato a questa situazione definita “incostituzionale”. Il tutto viene dato per vero e “grave” solo perché confermato da Kim Lane Scheppele, una professoressa universitaria che da sempre si occupa di Ungheria e che ha definito l’attuale costituzione, appunto, “incostituzionale”. La Scheppele, inutile dirlo, è una sostenitrice della teoria secondo cui il populismo (e come esempi vengono riportati Trump e la Brexit) ha contribuito al diffondersi del “legalismo autocratico” già affermato in Paesi come la Russia e l’Ungheria (anche se, a suo dire, non ne è il motore principale).

Ma fin qui nulla di scandaloso. Il professor Cassese, che dal punto di vista giuridico è forse uno dei massimi esperti mondiali, si limita semplicemente a riportare alcune riforme e leggi ungheresi, che a suo dire stanno distruggendo la democrazia. A questo punto viene facile pensare che tra ciò che Orbán ha abolito in Ungheria vi siano anche le elezioni. No, anzi. Alle ultime elezioni dell’8 Aprile 2018 il 49,27% degli Unghersi ha votato per la colazione guidata dal premier uscente Orbán, il 19,06% ha scelto Jobbik, altro partito di estrema destra e solo al terzo posto, con l’11,91% troviamo il partito socialista Ungherese, la prima lista di sinistra. Ad occhio e croce possiamo dire che circa il 70% degli ungheresi è a favore di una svolta anti-immigrazione e di uno stato più forte e presente nella società, come previsto nei programmi dei rispettivi partiti e come fatto nei cinque anni precedenti.

È qui che Cassese mette in campo una delle affermazioni ormai più scontate della sinistra radical chic italiana secondo cui “la democrazia è valida finché vinciamo noi”. Una situazione simile a quella che si verificava da bambini, al campetto da calcio quando il proprietario del pallone se ne usciva con affermazioni del tipo “la palla è mia e decido io chi gioca”. Il problema è che la democrazia è o dovrebbe essere di tutti, altrimenti sconfiniamo nell’oligarchia, tanto amata da Eugenio Scalfari e da Repubblica. Cassese continua chiedendo ai suoi lettori se basti il voto popolare per legittimare le “limitazioni della libertà”. Di quali limitazioni stiamo parlando? È lo stesso professore a farci un esempio applicato alla situazione italiana: la vicenda della Nave Diciotti è stata una “limitazione della libertà personale imposta per ordine del ministro dell’Interno”. Ecco, ci siamo capiti.

Michele Schiavi