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Uno Ius Soli “temperato” ma che produce comunque 60mila nuovi italiani l’anno

Redazione di Redazione, in Attualità, del

Si parla ormai da giorni di Ius Soli “temperato”, quello cioè che definisce che un nato in Italia possa acquisire la cittadinanza, italiana, se uno dei due genitori vive legalmente nel nostro paese da almeno 5 anni. Nel caso in cui il genitore non proviene dalla UE, ma ha permesso di soggiorno, devono essere rispettati tre criteri legati a reddito, alloggio e conoscenza della lingua italiana.

Il ddl sulla cittadinanza prevede anche lo Ius Culturae, da ottenere grazie al sistema scolastico. A riguardo la cittadinanza potrà essere data ai minori stranieri, nati in Italia o arrivati entro i 12 anni, che abbiano svolto almeno cinque anni di scuola italiana e superato almeno un ciclo scolastico (elementari e medie). Per i nati all’estero, ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, la cittadinanza può arrivare dopo aver abitato per almeno sei anni nel nostro paese e dopo la conclusione di un ciclo scolastico.

Sulla base di dati ISTAT al momento in Italia ci sono circa 1 milione e 65mila minori stranieri. Di questi molti otterrebbero la cittadinanza in quanto figli di genitori residenti in Italia già da tempo, o avendo frequentato almeno un ciclo scolastico. Solo i nati da madri straniere dal 1999 a oggi sono 634.592, mentre 166.008 sono coloro che hanno concluso almeno cinque anni di scuola in Italia, escludendo gli iscritti all’ultimo anno di scuole superiori perché maggiorenni. Quindi saranno oltre 800 mila i potenziali nuovi italiani, oltre ai quasi 60 mila “naturalizzati” ogni anno.

Tutta la questione suscita non poche critiche ad opera di vari ambienti politici e culturali e per vari motivi. Innanzitutto abbiamo la “svendita” del concetto di cittadinanza italiana – con tutto il bagaglio etnico, identitario, culturale e tradizionale che esso implica. La cittadinanza non è un semplice fattore legato alla comunità politica dove si lavora o si vive, ma è frutto di un processo storico-spirituale. Pensare di esulare da questo fattore è una presunzione a carattere “cosmopolitico-razionalista” – la cittadinanza vista come un semplice affare burocratico del paese ospitante. Altro lato fondamentale dello Ius Soli è tutta la questione del lavoro. È chiaro che questa legge sanziona definitivamente l’esercito industriale di riserva di “marxiana” memoria, secondo il quale l’immigrato assolve varie funzioni:

  • abbassare ulteriormente il costo del lavoro, in quanto disposto a lavorare a poco prezzo. Il che si ripercuote su tutta la media, per immigrati e autoctoni;
  • sviluppare la contraddizione politico-ideologica xenofobi/umanitaristi, funzionale al mantenimento dello status quo;
  • aprire sempre più la strada a progetti di sostituzione etnica (Piano Kalergi) col quale il futuro cittadino italiano, ed europeo, avrà tutta una serie di caratteristiche, non solo economiche, utili alle oligarchie di potere internazionali.

Oltre a tutto ciò vi sono altri dati che si possono ricavare dalla legge e da ciò che sta dietro questa legge. Innanzitutto sembra sempre più evidente che il parlamento si stia iniziando ad occupare di tutta una serie di presunti “diritti”, stranamente approvati in brevissimo tempo, che non hanno urgenza effettiva. Questi provvedimenti sembrano apparentemente innocui o ininfluenti, ma sono atti alla normalizzazione di atteggiamenti e visioni della vita obiettivamente dannosi e che la logica vorrebbe da eliminare alla radice.  Non si capisce tra l’altro che interesse avrebbe un governo e i suoi gruppi politici di riferimento –  firma-carte dei potentati economici –  a fare gli interessi e i “diritti” dei cittadini e dei popoli. Per queste operazioni, le élite finanziarie sono bravissime ad utilizzare icone afro come la Kyenge e Obama, e donne “impegnate” come la Boldrini e la Clinton.

Valutiamo anche tutta la questione dal punto di vista dei popoli africani, asiatici o arabi in generale. Il vero diritto è quello di vivere, col proprio lavoro e la propria famiglia, nella propria terra alla luce della difesa e dello sviluppo del “proprio” bagaglio culturale e tradizionale. Non esiste il “diritto” a vivere dove si vuole, esiste semplicemente il diritto di natura ad essere rispettati in quanto individui, e di conseguenza questa la legge poteva essere lasciata così com’era (ius sanguinis). Il corretto rapporto Uomo/Natura si concretizza nello sviluppo armonioso della “propria” comunità geo-politica di riferimento. La natura, perfetta in quanto tale, offre a tutti le opportunità “spazio-temporali” (geo-politiche) di sviluppare la propria vita nei canoni che essa stessa stabilisce. Questi canoni vengono continuamente manomessi piccole oligarchie con interessi e motivazioni, tutt’alto che ragionevoli, e vengono promossi e mascherati da ideologie democratico-progressiste e da personaggi dubbi di ogni genere.   

Roberto Siconolfi
Redazione

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