“Rivolta e sfida”, Indro Montanelli e il mantra del suo Giornale

di Federico Bini
25 Marzo 2019

Cari amici del Giornale, questo ennesimo evento di crisi, la chiusura della redazione romana, aperta nel ‘74 su iniziativa dell’energico e simpatico napoletano, nonché fondatore del quotidiano e gran fondista di economia Cesare Zappulli, ha generato in me un grande dolore, prima di tutto per i lavoratori e le loro famiglie, poi per l’ulteriore impoverimento del pluralismo dell’informazione e poi, appunto, per l’importanza storica di questo passaggio.

Dire che sono un amante del Giornale è errato, citando il presidente Gian Galeazzo Biazzi Vergani, unico fondatore “legale” rimasto ancora in vita, “il Giornale non è una passione, è quasi una malattia”. Scoprii prima il Giornale e poi Montanelli, strano ma vero. Ero ai tempi delle medie e già prima di entrare a scuola passavo dall’edicola e acquistavo il Giornale ( assieme al Corriere della Sera ). Già allora sentivo il bisogno di appartenere ad un’Italia controcorrente, di rottura, lontana dal pensiero unico, dal conformismo di massa e dall’omologazione culturale. Vivrò fino agli ultimi anni di liceo classico nel culto e nelle letture di De Gasperi e Prezzolini, poi un regalo inaspettato: sono nato il 22 aprile, stesso giorno del grande e irraggiungibile “Maestro”e un mio compagno di classe mi regalò un libro di scritti di Montanelli. Fu amore – se così si può dire – a prima vista. Sfogliavo quelle pagine e mi divertivo come quando scherzo con gli amici, e credetemi che ne ho di simpatici e brillanti, e la mia mente viaggiava piena di fantasie, carica di emozioni, e mi coglievano momenti di ispirazione che il più delle volte mi portavano a scrivere qualche articolo, qualche bozza, spesso lasciate a metà perché non sapevo come proseguire. Dicevo dunque che da quel momento iniziai a leggermi il Montanelli giornalista e narratore, scrittore e grande divulgatore, che diveniva ogni giorno di più per me un mito, una guida nei momenti più difficili, un esempio di eleganza tanto da far mia quella sua straordinaria frase: “Ho partecipato a tutte le ubriacature italiane, e non me ne pento, l’importante non è la bandiera che si sceglie, ma ciò che noi ci mettiamo dentro. Si può partecipare da galantuomini alle avventure più disparate e questo a me è successo continuamente”. Fu dunque “Maestro”, ripeto, inimitabile e irraggiungibile, ma soprattutto compagno di viaggio, e lo tenevo – e lo tengo – stretto a me nei suoi libri portati per mano, come un bambino stringe la mano al suo nonno mentre si avvia a passeggiare, pronto ad ascoltarne le storie: la giovinezza, le cadute, i sogni e le speranze, i sospiri infiniti e le notti più buie, le fatiche, gli incontri e gli scontri. E’ stato compagno in volo, in treno e nelle lunghe estati e negli inverni passati in riva al mare o davanti al camino. Ha viaggiato e assaporato i luoghi più curiosi e magari pure detestati, sia una catena di caffè, un pub londinese, un’osteria di campagna o più tradizionalmente una comune bettola Toscana, tra bistecca fiorentina e vino rosso. E quindi le lunghe chiacchierate, perché se in Toscana siamo campioni di qualcosa, a chiacchiere siamo formidabili campioni. Arte di persuadere, di sorprendere ma soprattutto di vivere e sorridere. E Montanelli, toscanaccio fino al midollo, anzi alle “midolla” della Toscana visse gli amori e gli umori, pur allontanandosi giovanissimo da Fucecchio, dalle rassicuranti Vedute: “Alla Toscana devo tutto ciò che sono, a Milano tutto ciò che sono diventato”. La Toscana come punto di inizio e di fine della longeva e quasi secolare fenomenologia montanelliana.

Redattore viaggiante, scrittore e gran giornalista, divenne una delle grandi firme del Corriere della Sera, quel Corriere tempio del giornalismo e della cultura in cui si poteva incontrare personaggi del calibro di Missiroli, Moravia, Montale e Buzzati. Eppure di quel Corriere non divenne mai direttore. La borghesia italiana, i poteri pubblici e privati stavano virando verso sinistra, aprendosi al PCI e sposandone le posizioni anche più estremiste. A Milano, Giulia Maria Crespi, discendente di una delle più importanti famiglie industriali del paese, azionista del quotidiano, soprannominata “la zarina”, spostò il quotidiano a sinistra, fece fuori Spadolini e dette l’incarico a Piero Ottone. Fu allora che Montanelli – a ripensarci mi vengono ancora i brividi per il coraggio e l’ audacia – decise che era giunto il momento di andarsene, di rompere, di lanciare una “sfida” non solo all’interno del mondo del giornalismo e della cultura, ma anche alla borghesia italiana in sé. Scrisse Paolo Granzotto ( il Giornale 25/06/2014): “Montanelli invitò al rito di mezzo agosto Guido Piovene, Enzo Bettiza e Gianni Granzotto. Accoccolati intorno a una tovaglia a quadri bianchi e rossi, fra porzioni di pollo in gelatina, viennesi, uova sode, fette di salame e una ragionevole quantità di bottiglie di Venegazzù, essi, avendo lasciato a casa il buonsenso, si lasciarono convincere e sposarono il progetto di Indro, concludendo: “Ebbene sì, facciamolo questo giornale”.

Come mi racconterà molti anni dopo il presidente e fondatore del quotidiano, Biazzi Vergani, “io fu il primo a dimettermi dal Corriere, poi mi seguirono Montanelli e tutti gli altri”.

Fu una grande avventura, uno spirito garibaldino, usando un termine caro al leggendario Giorgio Torelli, una voglia matta di rivincita, una scommessa difficilissima, tutti e tutto contro: “Eppure ci siamo riusciti, e lo abbiamo fatto vivere bene questo quotidiano”, commenterà sempre in uno dei nostri incontri Biazzi Vergani. Nasceva non un quotidiano ma un manifesto del pensiero liberale e conservatore di caratura internazionale, che inciderà come pochi nella vita culturale e politica italiana. Nel ’76 il Giornale di Montanelli fu decisivo come Il Candido di Guareschi nel ’48, il “turiamoci il naso” di montanelliana memoria eviterà il sorpasso del PCI sulla DC. Commenterà Andreotti: “Non è bello ma ci fa comodo”.

Montanelli e il suo gruppo di giornalisti, di prima e seconda lega, saranno per anni vittime dei peggiori insulti e attentati, usciranno spesso dalle uscite secondarie, perché fuori i movimenti extraparlamentari di sinistra manifesteranno contro il quotidiano. Ma l’evento più significativo avvenne nel ’77 con la gambizzazione del direttore Indro Montanelli, il fascista, il portavoce della borghesia, di cui invece fu gran fustigatore, e in alcuni salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e di Gae Aulenti si brinderà al suo attentato. Il Montanelli che la sinistra userà come paladino in chiave antiberlusconiana ricevette quattro pallottole, ma sparando a lui colpirono tutti i suoi giornalisti, i suoi lettori e la sua creatura più bella: il Giornale nuovo. Ma nemmeno questo terribile evento intimidatorio potè fermare la grande impresa dei montanelliani.

Parliamo di passato, di storia, ma come diceva Montanelli “un Paese che ignora il proprio Ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un Domani”. Quando compriamo il Giornale e tutti dobbiamo comprarlo, anche solo per affetto, per tenere in vita una voce che a noi sembra più affine, dobbiamo sempre tenere a mente la straordinaria impresa consacratasi con l’uscita in edicola del primo numero il 25 giugno 1974.

Certo, il giornale di allora non è il giornale di oggi, non ci sono più le firme, la sua anima, soprattutto, e forse anche molti suoi lettori, ma c’è ancora un’identità da preservare, una voce controcorrente da far sentire, e un ideale liberale e conservatore da diffondere, proteggere e sostenere. Dopo il Giornale c’è l’omologazione, il politicamente corretto, l’appiattimento ad un sistema mediatico e giornalistico uniforme a cui noi ci opponiamo.

Lasciare nel tempo morire silenziosamente il Giornale, come è percezione per molti lettori, è una sconfitta che incide nella libertà di stampa del nostro paese.

Noi tuttavia non ci arrendiamo nell’assistere alla lenta decadenza e alla chiusura di interi piani di redazioni perché crediamo che prima di adottare scelte così drammatiche si debba procedere ad un serio piano di rilancio del quotidiano.

E’ vero che non si vive di passato ma senza di esso noi tutti oggi non saremmo qui. Il Giornale è la nostra casa, la nostra storia, la nostra giovinezza, identità e passione. E continueremo a spendere 1,50 euro chiedendo all’edicolante: “Per favore, il Giornale di Montanelli”. Da qui, dall’insegnamento del suo “Maestro”, dobbiamo ripartire per rilanciare un quotidiano nato da una “rivolta e sfida” che non può essere gettato nel cestino come un semplice foglio di carta.

Noi lettori, amici e sostenitori del Giornale siamo pronti a fare la nostra parte e mi auguro che al mio appello possano aderire scrittori, giornalisti, simpatizzanti, vecchi e nuovi montanelliani, o semplicemente comuni cittadini che vogliono preservare questa eredità, aprendo anche un dibattito costruttivo su come immaginare il Giornale del domani.