Risparmio privato: una gallina dalle uova d’oro?

di Carlo Manacorda
29 Aprile 2020

Tutti ormai sappiamo che occorre una quantità enorme di denaro per far ripartire l’economia caduta in recessione a causa della pandemia Covid-19. La regola economica keynesiana vede, principalmente nella finanza pubblica, il fattore propulsore della ripresa. E’ la finanza pubblica che deve iniettare risorse nel sistema capaci di invertire l’andamento negativo del ciclo economico. I governanti ― nazionali ed europei ― si muovono in questa direzione. Quindi, varano leggi interne e dibattono argomenti a livello dell’Unione per la ricerca di fonti di finanziamento idonee ad alimentare i dissestati bilanci pubblici.

Le difficoltà di reperire liquidità sui mercati finanziari fanno tuttavia emergere soluzioni alternative alle loro dinamiche. Tra esse, si collocano progetti che, attraverso modalità opportunamente strutturate, tendono a creare un rapporto diretto tra risparmio privato e sostegno al sistema delle imprese in termini di liquidità. Taluni istituti bancari stanno già elaborando proposte in questo senso da presentare, a breve, alla clientela.

Un’ipotesi di questa natura è stata formulata dal Prof. Ettore Gotti Tedeschi in un articolo sul quotidiano La Verità del 24 aprile u.s. Gotti Tedeschi muove dalla considerazione che sono giacenti su conti correnti bancari risparmi privati non investiti (quindi a rendimento zero) per 1.300 miliardi di euro. Frequentemente, il Governo minaccia di sottoporre questi risparmi a una “patrimoniale” ― che Gotti Tedeschi boccia come “folle e sterile” ―. Ed allora, perché non pensare che un 10% di questa ricchezza realmente liquida ed immediatamente disponibile, cioè 130 miliardi di euro, possa liberamente, e non per imposizione, confluire in un “fondo ricostruzione” gestito dalla Cassa depositi e prestiti?

Il fondo sarebbe generato dall’emissione di un prestito obbligazionario convertibile a 10 anni, remunerato simbolicamente all’1%, ma con una prospettiva di capital gain al decimo anno. Il fondo dovrebbe intervenire nella ricapitalizzazione di imprese medie/medio grandi “trainanti la nostra economia, per sostenere progetti di crescita ambiziosa, accelerata e anche straordinaria”. Sarà l’attuazione di questi progetti che creerà il capital gain che valorizzerà il risparmio. Tra l’altro, l’intervento del fondo avrebbe effetti positivi sull’occupazione e sul contenimento del debito pubblico. Gotti Tedeschi conclude sottolineando che “è il risparmio investito produttivamente che crea ricchezza, la quale prima di essere ridistribuita deve essere creata”.

Nei tratti di fondo, la proposta di Gotti Tedeschi non può che essere condivisa. Egli ne evidenzia anche effetti più ampi: da un lato, comunque, il sostegno al nostro sistema imprenditoriale; dall’altro, la conservazione, all’interno del Paese, di risorse finanziarie che potrebbero anche finire oltre confine. Ed infatti ricorda la fuga dei capitali che raggiunge ormai un importo superiore ai 100 miliardi di euro, che tornerebbero quanto mai utili per il rilancio economico. Da sottoscrivere pienamente il giudizio sulla patrimoniale. Tasse sul patrimonio e pressione fiscale sono tra le cause principali della fuga dei capitali. Ma, evidentemente, sono fenomeni ignorati dai partiti della sinistra, costantemente in preda ad un odio atavico verso il capitalismo (ed oggi, al governo del Paese in buona compagnia del M5S, che si ispira alla teoria della “decrescita felice”).

Chi scrive però non condivide che la gestione del “fondo ricostruzione” sia fatta dalla Cassa depositi e prestiti. Quindi, penserebbe ad altre alternative. Le ragioni. La Cassa depositi e prestiti (Cdp) è una Società per Azioni controllata all’83% dal Ministero dell’economia, quindi dallo Stato. Benché disponga di una liquidità immensa che le deriva, principalmente, dalla raccolta del risparmio postale (da bilancio Cdp 2019, circa 300 miliardi di euro), con il cosiddetto “decreto di aprile” sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo poiché non si conosce un testo definitivo) che il Governo Conte le stia trasferendo ― ovviamente aumentando il debito pubblico di un pari importo ― altri 80 miliardi di euro (50 miliardi per la ricapitalizzazione e 30 miliardi per pagare oneri previsti nello stesso decreto). Questo poiché ― e meriterebbe approfondire la questione ― Cdp è diventata una banca parallela dello Stato, una sorta di bancomat da utilizzare per fare operazioni che avrebbe dovuto fare o dovrebbe fare lo Stato stesso, ma che affida a Cdp per evitare l’applicazione di normative pubbliche più costrittive. In un quadro così connotato, che garanzie ci sarebbero per una gestione lineare del “fondo ricostruzione”? Nella costante ricerca di risorse, ed avendone il potere societario, lo Stato potrebbe beatamente appropriarsi del fondo mandando all’aria le ottime intenzioni e le legittime attese dei proprietari delle obbligazioni.

Il risparmio privato è dunque al centro delle attenzioni da più parti. Ma c’è un concorrente difficile da togliere di mezzo. Ed è lo Stato che gli dà continuamente la caccia attraverso le emissioni dei suoi titoli obbligazionari (BTP; CTZ), certo destinati a grandi investitori ma che possono attirare anche i piccoli risparmiatori. Non bastando le emissioni obbligazionarie ordinarie, il Ministro dell’economia, in questi giorni, sta pensando proprio a questi ultimi. Infatti, ha in programma un’emissione speciale di BTP Italia, i titoli inventati nel 2012 dall’allora Governo Monti per rastrellare denaro liquido in fretta e da parte di risparmiatori “stabili”, risparmiatori cioè che non li vendano durante il corso del titolo. Per allettare chi li compra (come detto, soprattutto piccoli risparmiatori), si offrono condizioni particolari (nessun costo per l’acquisto, interesse iniziale non elevato ma che aumenta col crescere dell’inflazione e altro).

In conclusione, vedendo il crescente interesse per il risparmio privato, vien da pensare che sia considerato una vera e propria “gallina dalle uova d’oro” (ma è da verificare).