Ricordare la Shoah, ma cancellare il reato di negazionismo

di Redazione
27 Gennaio 2017

Il pensiero liberale si è battuto per secoli contro il delitto di opinione, la caccia alle streghe, il rogo degli eretici e dei loro libri. Dovrei applaudire una legge che ripristina il concetto di eresia e mi impedisce di ragionare, discutere, argomentare?

Così il 28 dicembre 2011 Sergio Romano, editorialista di punta del Corriere della Sera, salutava l’introduzione, in Francia, del reato di negazionismo sul genocidio armeno perpetrato dai Turchi all’inizio del XX secolo. Similmente, l’ex diplomatico e accademico di origine vicentina condannava le legislazioni che rendevano (e rendono) reato il negazionismo/revisionismo della Shoah (l’accostamento tra i due termini non è casuale, in quanto il limite di demarcazione tra negazionismo e revisionismo è in realtà tutt’altro che chiaro, né facilmente chiarificabile). L’Austria, che allora, comprensibilmente (si era nel 1947), introduceva la famigerata Verbotsgesetz (che istituiva il reato di negazionismo ed è ancora oggi in vigore), avrebbe avuto vari imitatori: in Francia (con la legge Gayssot del 1990), nella stessa Germania, in Belgio, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Romania (oltre a paesi extraeuropei quali l’Austrialia e la Nuova Zelanda). In Italia, invece, tale reato è stato introdotto nell’ordinamento lo scorso giugno. I reati di discriminazione razziale e di stampo xenofobo previsti dalla legge Mancino potranno contemplare un’aggravante “da due a sei anni se la propaganda, ovvero l’istigazione e l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale”.

Sottolineare i limiti e le contraddizioni della legislazione anti-negazionista non significa voler banalizzare il dramma delle vittime; anzi, non aspira proprio a entrare in quel dibattito nello specifico. Significa, semmai, voler sottolineare quanto di discriminatorio, illiberale e persino di approssimativo rischi di esservi in una simile legislazione, vero passo indietro giuridico. Cerchiamo di vederne le ragioni.

Ben lungi da restare sulla carta, la legislazione antinegazionista è stata impugnata dai rispettivi governi in svariate occasioni. Il caso più celebre è certamente quello che fa capo al discusso saggista britannico David Irving. Quando questi venne incriminato per la prima volta, nel 2000, la sentenza del giudice affermava, assai significativamente: “Devo concludere che nessuno storico obiettivo ed equilibrato possa avere un motivo per dubitare che ci fossero delle camere a gas ad Auschwitz e che fossero in funzione su larga scala per uccidere centinaia di migliaia di ebrei” (The Guardian, 11 aprile 2000). Ora, chi scrive non ritiene, per dirla con la frase provocatoria di Jacques Baynac, che “gli storici [deleghino] alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti”, ma tiene tuttavia a sottolineare l’impropria ingerenza da parte di quei magistrati che, periti peritorum, rischiano di inquinare la ricerca e il dibattito storico favorendo delle verità semplificate, fomentando delle verità omologate prive di alcuna validità storiografica, come appunto una sentenza di questo tipo. Insomma, a che punto deve fermarsi lo storico? Ma è proprio questo il nodo controverso: deve forse fermarsi lo storico? La legislazione antinegazionista afferma che non sia possibile negare o proporre una diversa lettura di alcuni episodi storici. Si tratta di fatti accaduti, punto. Il problema, la contraddizione della Verbotsgezets e delle leggi che a essa si ispirano, è tutta qui.

Il caso Irving non rimase isolato: Jurgen Graf, svizzero di lingua tedesca, classe 1951, venne condannato da un tribunale del suo Paese a 15 mesi. Imputazione: negazionismo dell’Olocausto. Eppure, durante una conferenza in Italia dal titolo «Revisionismo e dignità dei paesi vinti», egli affermò:

Nessuno nega la persecuzione nazionalsocialista degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. La persecuzione degli ebrei fu decisamente inumana. Centinaia di migliaia di ebrei furono deportati nei campi di concentramento dove moltissimi persero la vita soprattutto a causa del tifo petecchiale e di altri morbi […].

Graf, dunque, in realtà non ha affatto negato che la persecuzione ebraica sia avvenuta, al contrario, ad esempio, di quanto ritiene il più noto Robert Faurisson, indicato da Valentina Pisanty come il catalizzatore del movimento negazionista e senz’altro tra i più noti negazionisti dell’Olocausto. Rene-Louis Berclaz, noto come “negazionista svizzero” e fondatore della rivista Verité et Justice (ora chiusa), venne invece condannato a sei mesi di carcere per discriminazione razziale: vi rimarrà per circa un anno. L’accusa: distribuiva volantini che negavano l’esistenza di camere a gas; anzi, negava che le famigerate camere a gas fossero state appositamente architettate per uccidere gli ebrei nei campi di concentramento. Scontata la pena, Berclaz fu in seguito nuovamente incriminato e condannato grazie a un mandato di cattura internazionale.
La lista delle persone condannate per negazionismo (revisionismo) potrebbe continuare a lungo. La sentenza che condannò Irving, al pari di quelle che condannarono i negazionisti sopraccitati (veri o presunti che fossero) non fa che confermare proprio la difficoltà volta a individuare un reato di negazionismo, vale a dire a individuarne la presunta malafede e l’eventuale disegno politico. Insomma, il sospetto è che si stia perseguendo un reato di cui non sono chiari i connotati.

Marco Testa per Cultora.it