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A proposito degli scandali sessuali e della censura politicamente corretta

Redazione di Redazione, in Attualità, del

Tutto è iniziato con lo scandalo che ha investito il produttore cinematografico Harvey Weinstein e che con una reazione a catena ha coinvolto il mondo di Hollywood e del cinema mondiale, estendendosi anche ad altri ambiti non relativi allo spettacolo. Non farò una lunga e noiosa lista di nomi dei presunti molestatori/stupratori e delle presunte vittime, anche perché non intendo girare il coltello nella piaga (sarebbe sciacallaggio). Ovviamente col presente articolo non intendo, né difendere, né “attenuare” le colpe di Weinstein e personaggi similari, tutt’altro. Certamente che il mondo dello Star System fosse “marcio”, non era un mistero. E che anche in altri ambienti siano ancora troppo frequenti molestie e ricatti sessuali, anche ciò è evidente. La consapevolezza di questi fatti, non li giustifica, ed è doveroso portare avanti una battaglia di civiltà contro di essi. Sennonché, qualcosa è “andato oltre”, trasformandosi in una caccia alle streghe giustizialista e profondamente pericolosa. In primo luogo (senza fare nomi) troppe donne (ma anche qualche uomo), hanno deciso di esporre querele di molestie e stupri, soltanto adesso, dopo anni di distanza, senza poter fornire prove e dopo aver stranamente continuato a lavorare e frequentare i loro carnefici, veri o presunti.

Questa inverosimiglianza è stata fatta notare da molti giornalisti e personaggi pubblici, perciò non insisterò oltre su questo punto. Ma la questione si è allargata e aggravata, spingendo alcune personalità della cultura a prendere posizione. E qui qualche nome lo possiamo fare, prima tra tutte l’attrice francese Catherine Deneuve che ha spiazzato tutti pubblicando su Le Monde, una lettera firmata – oltre che dalla Deneuve – da un centinaio di artiste e accademiche francesi, intitolata «Difendiamo la libertà di infastidire, indispensabile alla libertà sessuale». La lettera ha suscitato polemiche e adesioni, spaccando in due fazioni l’opinione pubblica. A fare coro con la Deneuve, un’altra attrice francese, Brigitte Bardot, la quale ha denunciato quella che lei definisce “l’ipocrisia delle denunce”, affermando che: “Numerose attrici giocano a fare le civette con i produttori per ottenere un ruolo, poi, quando ne parlano, dicono di essere state molestate”. Qualcuno ha creduto di intravedere una contrapposizione tra una cultura libertaria e libertina della laica Francia, con la puritana e perbenista Usa. Ma questa interpretazione è sbagliata, poiché questa nuova ondata di moralismo, non ha nulla a che vedere con il puritanesimo religioso, bensì, invece, con una cultura laicista e progressista di matrice “liberal”. E la prova è data da fatti, se possibile, ancor più gravi che hanno coinvolto gli Usa e la Gran Bretagna, e di cui si sono occupati alcuni giornalisti, tra i quali, l’ottimo Luigi Iannone sulle pagine de Il Giornale.

Nel 2017, infatti, si è persino giunti a censurare l’arte; nel mese di dicembre, le femministe hanno lanciato una petizione per pretendere (e ottenere), che il Metropolitan Museum di New York, rimuovesse il dipinto Thérèse Dreaming di Balthus, che ritrae una fanciulla in posa provocante. Identica sorte in Inghilterra, dove la Manchester Art Gallery ha rimosso il capolavoro ”Hylas and the Nymphs” di John William Waterhouse, con la seguente motivazione: «Imbarazzo nel vedere corpi femminili come forma di arte passiva»; sarebbe «una fantasia erotica offensiva». Adesso mi domando: ci rendiamo conto della gravità di questi fatti? Non erano i nazisti che censuravano le opere d’arte cosiddette “degenerate”? Oggi invece sono i liberal, i radical-chic, che censurano tutto ciò che non è “politically correct”. Ci autocompiaciamo di essere una “civiltà superiore”, e affermiamo di doverla difendere dalle barbarie del fondamentalismo religioso e terrorista, e poi applichiamo forme di censura da talebani progressisti. Tutto ciò avviene nell’indifferenza generale, senza che vi sia una forte protesta da parte di nessuno. È molto grave. Forse sarebbe il caso di ricordare a questi reduci del Sessantotto, che un tempo erano loro ad affermare “vietato vietare”, e che si beavano d’esser contro ogni censura, sarebbe opportuno ricordargli che l’arte non si censura mai, e che la censura è censura, che sia di destra o di sinistra.

Gianluca Donati
Redazione

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